mercoledì 2 gennaio 2019

Social, il luogo dove le parole sono più pericolose della musica... Intervista con Nicola Piovani

Solo musica per le vacanze con il Maestro Piovani: dopo l’Auditorium di Roma, il suo “Concertato - La Musica è pericolosa” prosegue al Teatro Franco Parenti di Milano fino al 6 gennaio



Come ci sorprende la nostra lingua, se a "concertato" aggiungiamo una “s” iniziale, diventa “sconcertato”, la musica è pericolosa nel senso che può creare sconcerto?

P: Vedo che lei ama l’enigmistica e il gioco con le parole! In realtà, dovevamo distinguere il tour dal libro “La musica è pericolosa”, ma non potevamo mettere concerto, perché per concerto intendiamo solo musica, mentre questo è un concertato di parole e musica. Suoniamo la musica scritta nel corso degli anni, ma prima racconto alcune cose che riguardano quelle musiche, alcuni episodi che le hanno fatte nascere, qualche cosa che mi è rimasta particolarmente in mente o qualche dettaglio tecnico che può incuriosire il pubblico.

Lei è l’unico musicista a poter vantare due anagrammi, Vai con il piano e Al piano io vinco, lo sapeva?

P: Ma allora io le dico che ce ne sono altri due! Quello che più di tutti si presta alla giocosità è firmato da Roberto Benigni ed è “Vicino al piano”. Poi, un attore di prosa, Ugo Maria Morosi, me ne ha regalato un altro che, per chi mi conosce, ben si attaglia: “Vicino a Napoli”.

Questo è un vero record di anagrammi, ma torniamo a “La musica è pericolosa” libro. C’è una dedica iniziale: a Nino e Tonino, posso chiederle chi sono?

P: Sono i miei fratelli maggiori senza i quali non sarei riuscito realizzare i desideri e i sogni che in parte si sono avverati. Mi hanno fatto da padre, da guida. Lavorano in attività diverse: quello più grande è un commercialista, l’altro è un organizzatore che si dedica fondamentalmente alla mia attività. Senza di loro non muoverei un passo.

La più classica delle domande: chi le ha trasmesso l’amore per la musica?
P: Fondamentalmente mio padre e mia madre, ma non erano musicisti. Mio padre era un piccolissimo commerciante, nasceva contadino e ultra povero, mia madre era una massaia. Però ma madre amava tantissimo le canzoni e quando lavorava in casa cantava in continuazione, non ho mai visto mia madre lavare i panni senza cantare. Mio padre aveva suonato la cornetta in si bemolle nella banda di Porchiano, paese vicino Roma.

C’è la suggestione della banda nella sua scrittura per il cinema?

P: Fondamentalmente c’è la sigla di ingresso in scena di Roberto Benigni, quella che abbiamo fatto per uno spettacolo del ’95 e che si è portato dietro negli anni. Scelsi di fare una sigla di ingresso per banda perché secondo me era il modo ideale per raccontare l’Italia delle piccole comunità degli anni Quaranta, Cinquanta e Sessanta, quei campanili solidali che sono le radici poetiche di Benigni. Me lo ricordavo perché da bambino, nel paese dove mi portavano in campagna, impazzivo di euforia quando passava la banda.

Ha lavorato alle musiche,  alle magie di Fellini, de André, Benigni, ha mai trascorso il Natale con uno di loro?
P: No, ma come sa, in genere il Natale è quel momento in cui tutti spariscono e si va in famiglia o con le famiglie che hanno i figli come i nostri. Il Natale è una specie di pausa, tutti tornano a casa, quelli che non sono di Roma, sotto Natale vanno chi a Padova, chi a Foggia, chi ad Avellino…

Lei che ha scritto tanta musica per il Cinema, qual è il film sulla musica che le è piaciuto di più?

P: Una bella domanda, sto pensando velocemente… ma lo sa che è una bella domanda ma non saprei cosa rispondere…

Si ricorda “Il concerto”? C’era questa frase che sintetizza il messaggio del film: «L'orchestra è un mondo. Ognuno contribuisce con il proprio strumento, con il proprio talento. Per il tempo di un concerto siamo tutti uniti, e suoniamo insieme, nella speranza di arrivare ad un suono magico: l'armonia. Questo è il vero comunismo. Per il tempo di un concerto.»

P: Molto bella e poi chi ha lavorato e lavora in orchestra sa quanto è vera questa frase.

Se lei non avesse suonato il piano… o, meglio, qual è lo strumento di cui è innamorato oltre il pianoforte?
P: Il violoncello e il clarinetto sono quelli che più si prestano all’idea del canto, a trasportare nel suono dell’orchestra l’idea di canto, di un canto più sommesso, non di spicco come il violino e il flauto. In genere, nelle melodie sono gli strumenti che preferisco, anche se nel lavoro e nello scrivere ci divertiamo a usarli tutti, perché ci tornano tutti utili in un momento o in un altro. In una delle ultime cantate sinfoniche che ho scritto, il tema principale lo faceva il bassotuba, cantava!

Anche questo un po’ felliniano..

P: Ah forse!

Era con Ennio Morricone alla festa per i suoi 90 anni all’Auditorium Parco della Musica di Roma. Cosa ha imparato dal più giovane dei suoi grandi maestri, come lei una volta ha scritto a proposito di Morricone…

P: Ho imparato tantissimo da Morricone, perché quando io cominciavo a fare il lavoro nel Cinema, lui era già un’autorità. Ricordo che alla Fono Roma, abusivamente entravo nella cabina dove si proiettava il film che lui stava musicando. A quei tempi si registrava la musica dirigendo l’orchestra e si andava in sincrono con le immagini. Allora c’era questo buco nelle blindate sale di registrazione che era la cabina di proiezione. Io corrompevo il proiezionista e passavo il tempo a vedere come lavorava Morricone con l’orchestra per rubargli i segreti.
Poi gli ho raccontato tutto, ma Ennio è talmente generoso che i segreti non li tiene stretti, ogni volta che avevo un dubbio o una difficoltà tecnica lo chiamavo e lui mi diceva subito la soluzione. Una volta avevo difficoltà a scrivere per chitarra perché nei manuali di strumentazione non c'era la soluzione, Paganini al capitolo chitarra dice: se volete imparare a scrivere per chitarra dovete studiarla, dovete diventare chitarristi, perché è difficilissimo scrivere per chitarra e io chiesi ad Ennio come si risolveva questo problema e lui mi disse: te lo dico, basta che non lo dici a nessuno!

Non scriverà forse a breve un nuovo libro,  ma nel frattempo è diventato un influencer su twitter, dove le parole contano più della musica... Cito un suo tweet: “A volte mi sento circondato da un grande pregiudizio universale”

P: Ma io ho cominciato con twitter come un gioco tra amici, l’ho fatto per raccogliere e condividere aforismi, lei ha usato la parola influencer, mi sono subito preoccupato!

Ha un grande seguito, tanti retweet, lo vedo perché sono tra i suo follower. Un altro suo tweet: “Il popolo in piazza è sacrosanto quando è allineato con le mie idee, se no è borghesuccio, finto o peggio radical chic”. C’è un abuso di questa espressione “Radical chic”…

P: Sì certo, viene usato come insulto, anziché per definire quella classe americana degli anni Settanta intorno a Bernstein. Ma ci sono tante parole che sono state svuotate e usate come insulto. Un’altra è “buonista”, una persona che è buona bisogna insultarla con “buonista”. Allora a tutti quelli che usano questa parola come insulto, auguro di finire sotto i ferri di un dentista cattivista, che non è buonista e siccome è cattivista fa un uso allegro delle anestesie.

La Musica è pericolosa, ma a volte può salvarci dalle parole.


Timisoara Pinto
(intervista andata in onda a "Un giorno da renna" il 25 dicembre 2018 su Radio1)