i miti di timi
venerdì 13 marzo 2026
I lavori della musica. L'alchimista del suono
Mi fai venire in mente un ricordo che certe volte tento anche di dimenticare… Quel tour era stato organizzato con un entusiasmo grandissimo. Lucio voleva tornare in Europa a suonare e interromperlo in quella maniera così tragica, dopo poche date, è stato un colpo enorme per me. Uno shock così forte che ho deciso che non avrei più fatto il live engineer, non sarei riuscito a vedere sul palco un altro artista dopo Lucio. In pratica, ho smesso di fare un lavoro che mi piaceva tantissimo, ma che non mi avrebbe più dato la stessa soddisfazione.
Quella sera eravate andati a vedere la statua di Freddie Mercury, nel libro lo racconti…
Sì, anche quella scena è molto evocativa, cioè non se ci penso adesso sembra quasi che fosse una premonizione. Non so, le cose della vita sono veramente strane. Lucio aveva organizzato questa cosa perché si era portato tutti i ceri da casa, quindi non è che avesse improvvisato, così dopo il concerto andiamo a fare questa visita, pochi chilometri e c'era la statua di Freddie Mercury sul lago. Siamo rimasti in silenzio, ha pensato dentro di sé delle cose, poi dopo ci ha detto: va bene, dai, si torna tutti in albergo. Il giorno dopo avevamo un day-off, un giorno di trasferimento, senza il concerto serale. Noi stavamo già organizzando la festa per Lucio, perché dopo due giorni sarebbe stato il suo compleanno, il 4 marzo, ma poi le cose sono andate purtroppo come sappiamo. La mattina non ci siamo incontrati a colazione perché ero andato a fare delle fotografie, l’altra mia grande passione, l'amore della mia vita. Quindi ho preso la mia macchina fotografica e sono andato lungo il lago di Ginevra, bellissimo. C’era una nebbiolina perfetta per quello che avevo in mente. Quel servizio fotografico ce l’ho ancora, ogni tanto lo guardo e mi mette una malinconia pazzesca. Al mio ritorno in hotel, purtroppo, la tragedia era già successa.
Qual è il tuo lavoro più recente, la cosa di cui ti stai occupando adesso?
È una cosa molto bella, due cose, anzi, che sto facendo insieme a Paolo Buonvino, è un arrangiatore, direttore d'orchestra, secondo me tra i migliori in assoluto che ci sono in Italia. Con lui abbiamo realizzato dischi di elettronica e tante colonne sonore.. La più recente è quella del film di Muccino, che oltretutto sta avendo un successo in sala notevolissimo. Esce adesso su tutte le piattaforme di streaming e poi uscirà un disco live delle date che sta facendo con l'orchestra in giro per l'Italia, dove lui reinterpreta tutte le sue colonne sonore, quindi una cosa bellissima.
Di Buonvino ho amato molto il lavoro che fece sull'album di Carmen Consoli con l’orchestra...
Sì, fantastico. L’ultimo bacio… Quella è un’altra sua capacità di fare anche cose pop, non soltanto orchestrazioni per serie o TV o per film.
E non a caso anche quello era per un film di Muccino.
Sì, esatto, ma lui ormai è una certezza per questi autori cinematografici.
E invece Maurizio Biancani, a proposito di pop, il tuo rapporto con Sanremo?
Sì, Sanremo, dal punto di vista dei tecnici audio, è un momento nel quale le case discografiche ti possono chiamare per fare una supervisione della messa in onda audio dei propri artisti e io l'ho fatto per tanti anni consecutivi, l'ho fatto per Bersani, l'ho fatto per Lucio Dalla, per Zucchero, per tanti altri artisti. Mi sono trovato a Sanremo in questa kermesse incredibile nella quale alla fine è come trovarsi dopo tanti anni con tutti quelli con cui sei andato a scuola, sei a cena assieme, a pranzo assieme, persone che magari non vedi da un anno e le ritrovi tutte lì, perché ci sono tutti. Perciò è anche un modo per mantenere i rapporti e passare una settimana intensissima, naturalmente, ma anche divertente. Io ho dei bellissimi ricordi di Sanremo, sai, perché abbiamo anche fatto delle cose importanti dal punto di vista sonoro, artistico. Conosco tutti i ragazzi della Rai molto bene e siamo diventati proprio amici.
Un tuo Sanremo del cuore, c'è un'edizione, una canzone a cui sei particolarmente legato?
Il festival con Samuele Bersani, quando abbiamo fatto “Replay”, che è uno dei pezzi più belli sui quali abbia mai lavorato. Sicuramente quella sera lì è stata la più emozionante. La canzone era anche molto difficile, ma Samuele è stato bravissimo e la diretta è stata perfetta. E’ una delle cose di cui vado fiero. Naturalmente non ero solo, io facevo la supervisione, c'erano i ragazzi della Rai, insieme abbiamo fatto un bellissimo lavoro.
Qual è cosa ti ha spinto a scrivere questo libro insieme al curatore Andrea Fiorenza?
Erano tanti, tanti anni che i miei amici, i miei conoscenti, mi continuavano a dire: "Ma Maurizio, tutti i tuoi racconti, i tuoi aneddoti, la tua vita passata con gli artisti in tour e in studio, bisogna che tu li metta su carta, in modo che anche gli altri possano leggere." E l'ultimo è stato mio figlio che mi ha proprio dato un aut aut, ha detto: "Papà, basta raccontare le cose a voce, adesso le scrivi perché poi ce le perdiamo. Beh, sarà forse il caso – mi son detto -, son cinquant'anni dietro al mixer!. A questo punto partiamo, riavvolgiamo il nastro, come si dice in studio…
Replay!
Replay, facciamo un replay, esatto, ripartiamo da capo. E non è stato facile.
Non è stato facile, perché?
Perché ho dovuto rimettere in ordine tutta una serie di cose che erano spezzettate, anche l'editore, mi ha detto: “Qui diventa la Divina Commedia, bisogna fare una cernita di tutto questo materiale”. Andrea Fiorenza mi ha dato una mano pazzesca, senza di lui non sarei riuscito.
Quando mi hai parlato del libro, hai detto romanzo… sbagliando, ma fino a un certo punto…
Delle volte dico anche disco, sai il lapsus freudiano, sarà perché in tutti questi 50 anni di lavoro io ho fatto sempre delle cose per gli altri. Questa è la prima volta che faccio una cosa mia personale ed è questo libro qua.
Ci puoi raccontare come tutto questo è cominciato?
È cominciato in maniera assolutamente casuale, naturalmente ho amato la musica da sempre, da bambino. Mia madre era una che strimpellava il pianoforte, in casa ne avevamo uno verticale, quindi ho messo le mani per primo su quello, senza saperne niente, e mi piaceva. Così ho chiesto a mia madre di poter proseguire a studiare un po' di musica. E lei mi ha mandato a lezione di pianoforte da una maestra francese. Pensa che mi faceva sia lezioni di ripetizione in francese, che mi servivano a scuola, sia lezioni di pianoforte. E da lì poi ho cominciato, visto che strimpellavo abbastanza bene, a lavorare con delle orchestre. Allora non c'erano le discoteche. C'erano le orchestre che suonavano per far ballare la gente, io ero sul palco insieme a loro, poi mi sono accorto però che mi piaceva di più giocare con i suoni. Le tastiere allora erano analogiche, quindi si potevano modificare. E da lì mi sono quasi per caso, ma coscientemente trasferito in sala a fare il tecnico che curava i suoni delle orchestre e non suonava più sul palco. Da lì è montata in me una passione incredibile. Ho creato una mia sala prove, ho cominciato a registrare perché loro, i musicisti, mi chiedevano delle testimonianze sonore, quindi ho realizzato le prime musicassette e poi ho trovato i pazzi che insieme a me, nel 1976, hanno fondato la Fonoprint.
Qual è l'artista, il concerto o l'album che ti hanno ispirato nella scelta di avvicinarti a questo lavoro?
Allora io amavo da matti il rock inglese e americano nel periodo degli anni 70, quindi i Led Zeppelin sono stati per me il mio gruppo. Ho consumato i loro LP, a forza di ascoltarli. Però la cosa che mi ha dato proprio l'istinto, diciamo, e la determinazione per fare questo lavoro, è stato il concerto dei Deep Purple nel 1973. Io nel '73 prendo i biglietti e vado a vedere finalmente un gruppo inglese live. Avevano appena pubblicato Deep Purple and Rock, quindi il concerto era fantastico, c'erano i loro brani migliori in assoluto e esco da lì con l'idea che io dovevo fare assolutamente musica tutta la vita e così è stato. Mi considero sinceramente un privilegiato, ho fatto in tutta la mia vita quello che volevo, il lavoro che è la mia passione, non è da tutti, quindi lo capisco che è una cosa della quale devo solo ringraziare.
Ma com'è cambiato negli anni il lavoro dell'ingegnere del suono?
Da matti, in maniera totale. Quando io ho cominciato c'erano i nastri analogici, si registrava prima su 8 tracce, poi 16, poi 24 con dei mixer analogici, era tutto, diciamo, molto vicino a quello che era il suonare davvero. Non avevamo nessuna possibilità di mettere a posto né il tempo, né le intonazioni, né niente. Cioè bisognava esserci, diciamo, sia dal punto di vista del tecnico sia dal punto di vista dei musicisti. Poi pian piano è arrivato il digitale tra gli anni '90 e gli anni 2000 ed io mi sono dovuto reinventare completamente una carriera, perché altrimenti venivo tagliato fuori. Ho studiato di nuovo come un matto per cercare di esserci e governare anche queste tecnologie nuovissime. E poi dopo tutto questo, le tecnologie hanno preso il sopravvento e adesso abbiamo un uso, secondo me, delle volte perfino eccessivo di tutti questi strumenti che addirittura tendono a sostituire i musicisti con l'intelligenza artificiale. Vengono fuori dei pezzi creati in maniera falsa perché sono cose che non esistono nella realtà e tendono a generare confusione su una cosa troppo bella che è la musica. Io sono un purista, mi piace ancora pensare che la musica la fanno i musicisti, non le macchine. Così il mio lavoro, che è un lavoro artistico e non solamente tecnico, secondo me.
Certo che è come dici tu. Poi sarebbe bello parlare dell'esistenza dei periodi legati al suono, se c'è un suono anni '70, un suono anni '80, un suono anni '90…
Ci vorrebbe un altro volume, però ci hai preso, perché esiste proprio questa definizione quasi a decadi, cioè il suono anni '80 è diverso da quello degli anni '70, quello del 2000 è diverso da quello del 2025, dove ci troviamo adesso. E tutte queste cambiamenti hanno influenzato anche la maniera di ascoltare la musica, assolutamente. Una volta c'erano i vinili, si metteva su la testina, sul disco che girava, si ascoltava in religioso silenzio dall'inizio alla fine della facciata. Adesso invece è tutto distratto, passiamo da un brano all'altro dopo 20 secondi, abbiamo la possibilità di sentire tutto attraverso le cuffiette in qualunque ambiente ci troviamo, cioè è veramente cambiato tutto in maniera impressionante.
E a Maurizio Biancani qual è il decennio che piace di più, quello che ama di più?
Beh, io il decennio che amo di più è quello che passa dagli anni 70 agli anni 80, sicuramente, perché è stato il decennio nel quale mi sono formato, il decennio nel quale ho cominciato a lavorare con Vasco Rossi, che è l'artista col quale ho lavorato di più in assoluto, continuo tutt'ora dopo 50 anni. E’ il decennio nel quale si faceva rock, la musica che amavo e la musica con la quale sono partito quando ho fatto il disco che io ricordo con più piacere in assoluto, “Siamo solo noi” di Vasco Rossi, il disco rock italiano per eccellenza, un album che ha cambiato veramente Il modo di fare musica in Italia e ha cambiato anche la mia vita.
Volevo proprio chiudere con la collaborazione con Vasco Rossi e un aneddoto su un suo brano.
Allora diciamo che "Siamo solo noi" è sicuramente l'album che dà una svolta a tutto. L'album che invece mi ha cambiato, ha cambiato la mia vita professionale e ha cambiato probabilmente anche quella di Vasco, che gli ha dato una dimensione totalmente diversa è "Bollicine". “Bollicine” è stata una coproduzione fatta insieme a Guido Elmi e insieme a Vasco E lì ho cercato di dare il massimo che potevo dal punto di vista della professionalità e della passione. E in quell'album lì c'è un piccolo aneddoto che poi cito anche nel libro, che riguarda il rumore della lattina di Coca-Cola che si stappa e fa partire il brano. Non ci riuscivamo perché le lattine quando si stappano non fanno quel rumore lì, ce lo inventiamo noi, ma in realtà non si sentono le bolle che vengono su. E allora noi abbiamo preso un bicchiere di acqua gassata e gli abbiamo messo dentro delle pastiglie di Alka Selzer. Quelle sono state a produrre quel rumore spumeggiante che c'è all'inizio e anche in qualche punto in mezzo al brano. Ce lo siamo letteralmente inventato come si faceva tutto in quel periodo quando non esistevano le library digitali. Adesso puoi scaricare qualsiasi tipo di suono, ma lì bisognava crearlo.
Certo, un precedente era “Il barattolo” di Gianni Meccia, quel suono ideato da Ennio Morricone…
Esatto, che rotolava a tempo. Oltretutto mi sono sempre chiesto come siano riusciti a farlo, perché è veramente geniale!
venerdì 10 ottobre 2025
75 anni e la voglia di ripartire da Zero
Renato Zero e i suoi "pensieri urgenti"
Zerosky, Zero infinito, La coscienza di zero, Tutti gli zero del mondo, Zerofobia, Zerolandia, Zero a zero Zerofollia e adesso “L’ora Zero”, titolo del nuovo album. Qual è il rapporto di Renato Zero con il tempo?
E’ un rapporto di grande collaborazione. Credo che il tempo sia favorevole quando lo
spendiamo con saggezza e con giudizio. Certo, ho perso molti amici a causa del
tempo, e questo mi ha creato uno squilibrio, sono prove attitudinali di
resistenza e anche di fede, ma non mi arrendo di fronte alla morte, perché
credo che la morte sia tale, quando smettiamo di immaginare quello che abbiamo
guadagnato e non perso. Mi dico che il tempo ha fatto il suo lavoro finché ha
potuto, da quel momento in poi è la nostra memoria che deve essere generosa ed
infallibile.
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| foto di Roberto Rocco |
Sono 19 canzoni, l’album si può dividere in due parti?
Anche in 19 parti, sono 19 pensieri urgenti. La sequenza delle canzoni l’ho voluta così
per dare una motivazione consequenziale all’azione di eventuali reazioni
all’ascolto perché ogni tanto c’è uno schiaffo buono tra un brano e l’altro.
Ma io lo auspico, perché stiamo vedendo degli orrori su
questi bambini, soprattutto la sofferenza di queste vite strappate, sapendo che
questi sarebbero stati uomini, avrebbero avuto tutto il diritto di vivere una
vita. È sconcertante che un mondo che vanta una ricchezza acquisita, che non ci
sia da parte di questi paesi la volontà di mettere voce a questo urlo di dolore
e di vergogna. Questo mi rammarica tantissimo. Vorrei vedere la civiltà di esseri umani che dopo millenni,
non devono tornare all’origine.
Che Italia ha visto
in questi giorni?
Ritengo che non ci siano questi esempi, diciamo titolati,
capito? Esempi che possano con un carisma, con una forza medianica,
rappresentare il pensiero e l'azione. Cioè siamo secondo me carenti di uomini
che facciano un pochino da baluardi, da portatori sani in qualche modo di un
rinnovamento e anche di un desiderio di cambiare.
Dicevamo, 19 canzoni legate da alcuni pensieri urgenti.
Quali sono i sentimenti che le uniscono? I temi più importanti
dell'album?
L’amore sai come lo canto in questa circostanza, è un amore
che vuole tutela, vuole preservazione, vuole maggiore credito, perché noi
l'abbiamo sempre un po' sottovalutato questo sentimento, perché pensiamo che
debba essere sempre abbinato al sesso o
che sia comunque un alibi per fare di questa opportunità una parentesi
libertina. Perché poi, se l'amore c'è, deve essere in qualche modo manifestato
in tutto e per tutto nella quotidianità. Non è che può essere l'appuntamento
erotico o di maniera quando c'è il compleanno oppure la ricorrenza di un legame.
L'amore c’è sempre, come ci sono altri sentimenti all'interno dell'album. Prendi ad esempio il
brano “Ascoltati”, secondo me è un'urgenza impellente quella di ascoltarsi. Insomma, io
sono stato attento proprio perché ho 75 anni, non potevo fare un album privo di
responsabilità e soprattutto di fermezza e anche di onestà. In questo disco c'è
un Renato Zero che a 75 anni ha ancora la voglia di lottare, di garantire al
pubblico la propria onestà, la propria energia.
E quindi a chi lo dedica questo album così pieno di
contrasti ma anche tanta luce sul futuro?
Lo dedico ai giovani, bisogna stargli molto vicini,
insegnargli cose importanti nella vita, anche questo fatto di prendere di petto sempre i genitori mi sembra
un alibi così facile, così poco onesto, i genitori
lavorano, hanno tanti oneri. Ecco, per esempio sulla scuola mi soffermerei. Rivediamo gli
stipendi di questi insegnanti, facciamo in modo che vengano pagati come si deve,
come i chirurghi, per evitare di perdere pure queste prospettive così
importanti per la società italiana.
È un album però anche molto autobiografico. Basta ascoltare
le prime due canzoni per trovare termini come “Trasgressivo”, “Ultimo”, “Solo”,
“Sogni”, “Alibi”, “Un Dio in cui credere”. “Sostenere quel talento non fu mai
facile”, ad esempio è una frase molto autobiografica,. Quindi a 75 anni “L’ora
Zero” è anche un po’ un ritorno alle origini, un guardarsi indietro e ripercorrere
la storia di Renato Zero?
Io credo che sia anche un recupero dagli zero anni ai 18,
perché sono stati anni in cui la memoria per fortuna m'ha assistito e ricordo
benissimo la qualità degli slanci non solo dei miei genitori, ma dei miei zii,
fratelli di mia madre. Pensa che a via Ripetta noi abitavamo tutti in una casa,
eravamo 11 persone, quindi non mi è mancato certo l'affetto. Però sono stato un
bambino troppo serio, troppo posato, troppo poco bambino. E allora ecco, in
questa occasione, essendomi fatto un po' l'esame, ho ritenuto che in fondo,
se questi 75 anni possono ridursi poi a una ripartenza, accetto la sfida
volentieri, ovviamente non avendo l'elasticità dei 18 e le cellule fresche di
allora, però non si sa mai, la vita ti offre sempre una seconda chance.
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| foto di Roberto Rocco |
E poi è stata una vita divertente. Ad esempio siamo in questo teatro, il teatro Brancaccio, che è stato significativo per la tua carriera. E il teatro, la dimensione teatrale è importante nei tour, per esempio. E anche nel prossimo che partirà a gennaio. Quanto è stato importante il teatro nella tua vita?
Tanto importante perché mi ha insegnato una disciplina che
non conoscevo, soprattutto nella parentesi con il Teatro Stabile di Genova,
quando lavorai per l'”Anconitana” del Ruzante con la regia di Gianfranco De
Bosio. E lì capii perfettamente che importanza potesse avere il teatro anche
nella formazione degli spettatori, non solo degli attori. Perché il teatro
insegnava la vita, insegnava i comportamenti, i dettami, le regole del vivere.
Capito? Adesso questo teatro è stato ingiustamente tagliato, siamo in qualche
modo orfani di questa meravigliosa rappresentazione. Speriamo che questa arte
possa in qualche modo essere riconosciuta nuovamente dai governi e possa in
qualche modo ristabilire una continuità necessaria proprio nella formazione di
tutti noi.
E un ricordo legato a questo teatro, il Brancaccio di Roma?
In questo teatro io ballai, ero un ballerino allora, eravamo
8 di noi con le coreografia di Franco Estil e ballammo per Jimi Hendrix.
All'inizio del suo concerto noi facemmo questo balletto meraviglioso. Entrò
Jimi Hendrix a un metro da me, non svenni solo per rispetto nei confronti del
pubblico.
E poi la serata finì al Piper o sbaglio?
Ovviamente si finisce sempre al Piper o al Titan, erano i
due posti deputati per il dopo concerto.
Anche con Jimi Hendrix in una Cinquecento.
La Cinquecento di Marozzi, il mio amico Alberto Marozzi
portò Jimi Hendrix nella Cinquecento, Jimi Hendrix scordò la chitarra con il fodero sul
sedile e Alberto gliela riportò. Jimmy gli disse, No, la puoi tenere. E Alberto:
Guarda con grande rammarico, non mi prendo questa responsabilità e gliela ridiede.
Una domanda che ha a che fare col coraggio di manifestare la
propria personalità, sfidando i pregiudizi. A che punto siamo con i diritti o,
meglio, con la differenza tra tolleranza e diritto?
Ma sai, sono due piattaforme necessarie, ma forse
più la tolleranza che la legislazione eventuale di un'accettazione definitiva
di certe diversità. Quindi secondo me dovrebbe vincere la tolleranza prima che
si legiferasse in merito, perché se non cambiamo la testa è inutile cambiare la
legge.
Il rapporto con i fan è sempre stato molto stretto. Hai
fatto scuola anche in questo.
Quando ci incontriamo c'è sempre quell'affiatamento,
quella necessità proprio anche di toccarsi, di abbracciarsi. Io ho davvero
una famiglia allargata, esagerata, bellissima.
Ma perché tu ami proprio il contatto con le persone, con la
strada
Per questo non faccio gli stadi, per esempio, perché vedere
queste capoccette piccole così non è proprio per me.
Non ti dà soddisfazione. Ho citato la strada in senso
felliniano. Ci sarà ancora il cinema nella vita di Renato Zero?
Guarda, mi vergogno a dire che “Ciao Nì” fu primo in
classifica negli incassi, secondo Superman. Volevo chiedere scusa a Superman,
volevo telefonargli ma non trovai il suo telefono per cui sai mi feci un
pochino da parte perché mi scioccò questa cosa. Perché effettivamente il film
era piacevole, anche con dei messaggi forti, ma sai ottenere quel risultato
così mi ha un po' spostato, dciamo... Non ero così consapevole che fosse vero
quello che accadeva.
Te lo chiedevo perché so che ti affascinava l'idea di
scrivere un film.
Mi piacerà fare un film scritto da me, diretto e credo che
lo farò prima o poi.
Ci stai già lavorando?
eh...
Nì?
… Nì!
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| foto di Simone Cecchetti |
Timisoara Pinto
martedì 28 marzo 2023
Laurea honoris causa a Ivano Fossati in Letterature moderne e spettacolo. La lectio magistralis di un "narratore da 3 minuti"
“Nella diffusione della cultura ha dato prova di sensibilità e profondità, capace di instaurare un dialogo e veicolare contenuti proprio come ha sempre fatto con le sue canzoni”, prosegue il Rettore, facendo riferimento al laboratorio tenuto da Fossati presso l’Ateneo genovese dal 2016 al 2018, dal titolo “Linguaggi, figure professionali e meccanismi produttivi della canzone”.
Ed ora lì, dopo la pausa per la pandemia, nell’aula San Salvatore di Sarzano dell’Università di Genova, nel cuore antico e autentico della città, Ivano Fossati ha ricevuto la laurea honoris causa in Lettere moderne e spettacolo.
Prima di dare la parola al neolaureato, il saluto di Duccio Tongiorgi, direttore del Dipartimento di italianistica, romanistica, antichistica, arti e spettacolo, e la “Laudatio” affidata al Preside della Scuola di Scienze umanistiche, il musicologo Raffaele Mellace.
“All’arido elenco di gesta, ho preferito la forma artistica dell’acrostico” ha detto il professor Mellace : 7 parole che rimandano a 7 mondi espressi dal “candidato” alla Laurea ad honorem “per attraversarli con qualche consapevolezza”. Li riporto in sintesi.
F come FIATO, l’elemento essenziale della musica e del canto.
O come ORCHESTRA, l’importanza dello strumentale nella ricerca di Ivano Fossati, polistrumentista, collezionista di strumenti
S come SCRITTORE, l’immaginario poetico che abbiamo interiorizzato
S come SUONO, un timbro e un sound inconfondibile, pacato, introspettivo con impennate melodiche
A come ALTRI REGISTRI, dal piano pianissimo alla vitalità ritmica
T come TEATRO, un artista che vive di lenta costruzione, che si sgancia dalla macchina della produttività forzata per vivere il proprio flatus artistico in un’altra dimensione, rinunciare ad alimentare l’illusione dell’eterna giovinezza
I come IDEA osservare prima di raccontare: prima che con il talento, le canzoni si scrivono con gli occhi.
Dopo la laudatio, la vestizione di Fossati, la formula di rito, ecco l’attesissima lectio magistralis. Il titolo è “Ispirazione, pensiero e sintesi nella musica discografica” e comincia con questa frase: “L’ispirazione non ha limiti” ed è il filo conduttore del discorso di Fossati durato una ventina di minuti. In questo territorio "sconfinato" arriva il "miracolo della riproduzione", la prima tecnologia discografica alla fine dell’Ottocento, il fonografo:
“Doveva sembrare un miracolo portarsi a casa le grandi orchestre, le arie d’Opera, i più celebri cantanti lirici, ora siamo assediati dalla sovrapproduzione di musica o di qualcosa che vorrebbe somigliarle. E’ anche troppo. Quell’antico stupore non lo possiamo nemmeno immaginare. Le arie d’Opera vengono mutilate per poter essere contenute nei fatidici quattro minuti. Via l’introduzione orchestrale, via gli interludi, spesso via anche parti cospicue della composizione, si salva solo quello che tutti conoscono, l’aria celeberrima che a casa la gente canticchia con le parole sbagliate dentro la vasca da bagno. Di conseguenza in quel periodo si produce un gran numero di dischi che fanno inorridire gli intenditori, ma accontentano i primi audiofili di bocca buona che faranno il successo dell’industria discografica che sta nascendo. Gli autori di canzoni, allora si diceva canzonette, erano musicisti preparati, venivano dal Conservatorio, avevano in mente la canzone declinata come un’opera lirica in sedicesimi, le partiture con lunghe introduzioni orchestrali, lunghe strofe, brevi interludi e poi la parte centrale che qui, da noi, chiamiamo ritornello, o meglio, chiamavamo ritornello, seguito da ripetizioni e pomposo finale. Questi autori però non si fanno grossi problemi se la canzone viene tagliata nella sua versione discografica.
Nasce così il primo patto degli artisti con l’industria e il patto è sacrificio e asservimento dell’ispirazione in cambio di notorietà e possibilmente di ricchezza, una sorta di patto col diavolo, ma io mi permetto di avere qualche dubbio in proposito, ma ci arriveremo più tardi…
Tra la fine degli anni Cinquanta e i primissimi anni Sessanta del secolo scorso accade qualcosa di mai visto prima, l’incontro-scontro (oggi si direbbe la tempesta perfetta) fra una nuovissima tecnologia, il disco microsolco a 45 giri, la riverberazione massiccia attraverso l’Inghilterra, di molta musica del Sud del mondo, soprattutto il blues che è il padre di quasi tutta la musica discografica leggera, una nuova generazione di musicisti autori, autodidatti, spesso di grande talento e grande determinazione che però, la porta di un Conservatorio, non l’ha mai varcata.
E’ curioso che la musica del Sud del mondo ci sia arrivata dall’Inghilterra, il rhythm’n blues ha preso forza in Europa e soprattutto qui da noi fra il 1968 e 69, mentre già nel ’62 i musicisti inglesi portavano verso di noi il blues.
Adesso il tempo disponibile su disco scende addirittura a 2 minuti e mezzo. Utilizzano slogan, crasi, espressioni gergali e invenzioni fonetiche. La sintesi nelle primissime canzoni dei Beatles è da manuale, nessuna parte necessaria viene tralasciata, tutto è fulmineo, organico, simmetrico, in una parola efficace. La musica nera che hanno molto ascoltato è una grande scuola di sintesi e nelle loro canzoni ce n’è più di una traccia. Il resto viene dal talento e dalla curiosità. Qualche anno fa con il professore Ferdinando Fasce abbiamo fatto una piccola ricerca, eravamo curiosi di capire quanta musica nera ci fosse nelle canzoni dei Beatles che apparivano, appaiono, come la cosa più inglese che si potesse immaginare. Ebbene, un quinto delle loro canzoni sono innestate sopra un impianto di musica che deriva dal blues, basti pensare a titoli come “Come toghether”, forse la canzone più nera che abbiano scritto, a “Taxman” che è un vero rhythm ‘n blues. Così il pensiero viene addomesticato dall’intelligenza, costretto ad abitare in spazi ristretti. Anche artisti come Bob Dylan e Paul Simon, soprattutto all’inizio, combattono la loro battaglia contro il tempo e allora cambiano la forma canzone dall’interno, dal contenuto, con la forza dell’ispirazione e del pensiero che la sovrasta. Gli artisti, i migliori, i più grandi hanno sempre guardato verso l’alto. Le loro biografie e le confessioni fatte a vario titolo sono piene di riferimenti alla letteratura e alla poesia, quasi tutti citano un ispiratore, una guida: Faulkner, Kerouac, Ferlinghetti, Gregory Corso, chi si dice folgorato da Henry Miller e chi da Céline. In tanti, uomini e donne, ammettono di dovere qualcosa alla scrittura asciutta e diretta di Hemingway. Paul McCartney mentre scriveva “Lady Madonna” sappiamo che frequentava i concerti di musica contemporanea, per esempio la musica di Luciano Berio, il leader degli Who, Pete Thownshend, mentre faceva a pezzi la chitarra sul palcoscenico per la gioia del suo pubblico, si faceva ispirare quasi in segreto dalla musica minimalista di Terry Riley e Jimi Hendrix da Stravinsky. Di questa ispirazione rimane sempre una traccia nitida, l’ispirazione piove dal cielo sì, ma occorre essere pronti e curiosi e guardare verso l’alto.
Per me, invece, quando avevo 18 anni c’è stato Cesare Pavese col suo sguardo modernissimo, quasi cinematografico sulle cose, con i suoi scenari allargati, le colline delle Langhe filtrate attraverso tanta letteratura americana che lui amava, descritte col grandangolo, vaste come scenari alla Joseph Conrad, vaste come in fondo non erano mai state. E poi George Simenon che non ha troppo tempo per gli aggettivi e ci concede per immaginare le sue ambientazioni solo brevi tratti di penna e di colore, il lavoro lo fa fare a noi che leggiamo. È tutto perfetto, funziona, noi immaginiamo e vediamo come vuole lui, è una grande lezione per un narratore da tre minuti, come sono anch’io e quella di Simenon è esattamente la tecnica delle canzoni. Non c’è spazio in 3 minuti e mezzo per dire tutto, bisogna fare dei tratti e dei tagli che aiutino l’immaginazione degli altri, tu scrivi ed è il pubblico che costruisce. Mi viene in mente “Eleanor Rigby”, ma non lo sa neanche McCartney cosa vuol dire, non lo dico io, l’ha detto lui. È un’associazione di idee, ma è perfetta, ed è talmente giusta ed evocativa, che noi ci abbiamo lavorato sopra per cinquant’anni e ognuno di noi l’ha vista a modo suo. Per fortuna non è stato mai fatto un video, perché il video che ci siamo immaginati noi è molto meglio e soprattutto è personale, per ognuno di noi è diverso. Quello è il mestiere che bisogna saper fare, scrivere pochissimo e lasciare immaginare molto.
E poi, per puro esempio, voglio citare anche uno scrittore più vicino a noi nel tempo attuale, Irvine Welsh, che mostra magistralmente solo il necessario ma efficacemente, anche quando il necessario deve essere duro, intricato, turpe, cinico, sarcastico insieme. Anche Irvine Welsh è di grande utilità, dato che oggi tutti noi parliamo più come lui che come Dostoevskij. E il linguaggio si modifica rapidamente, giorno dopo giorno. “Il segreto di annoiare sta nel dire tutto” sono le parole di Voltaire che bisogna tenere a mente, soprattutto quando sappiamo che la musica è un nastro trasportatore che non aspetta.
Metodi di sintesi letteraria musicale li ho sempre personalmente ricavati dai nostri dialetti e dalle lingue diverse dalle mie ritraducendo poi in italiano. Le espressioni napoletane messe in musica si prestano a rapide dolcezze carezzevoli, il nostro caro genovese, utilissimo nella ricerca di forme stringate, è lapidario e sarcastico insieme. Le formule di costruzione semantiche dell’inglese risultano quasi sempre scorrevoli e adattabili, anche se con il rischio di qualche eccessiva semplificazione e poi c’è il portoghese, una delle lingue più musicali che si conoscano, che dal suo interno offre soluzioni inaspettate di grande aiuto. Il nostro italiano è amabile, completo ricchissimo di sfumature e di profondità, ma spigoloso e non sempre è amico della metrica musicale più attuale. Sappiamo che garantisce bellissimi risultati solo a costo di cura, inventiva e laboriosità.
E veniamo a oggi. Oggi nemmeno la tecnologia digitale ha vinto sulla durata della musica, adesso che quest’ultima non avrebbe più limiti, nessun network trasmetterebbe brani di 6/7 minuti o più. In rete è diverso, ma nella pratica produttiva comune poco è cambiato, e forse è un bene, dico io. La musica che può permettersi spazi più ampi è un’altra, è differente, ha altre strutture e obiettivi diversi. E intanto, la lunga marcia della musica proveniente dal Sud del mondo si può considerare conclusa, la black music ha vinto quasi su tutto, ha arricchito, impreziosito, snellito le nostre modalità espressive, le classifiche sono dominate dal rap in tutte le sue forme, e da un r’n’b che col rhythm ‘n blues delle origini non ha niente a che fare o poco. La capacità fonetica, vocale di alcuni rapper a volte è notevole, agiscono sul ritmo come percussionisti, scomponendo il tempo e creando fra il significato e il suono delle parole vere e proprie poliritmie complesse. Mi chiedo cosa ne penserebbero i futuristi. Marinetti, ascoltando il rap si sentirebbe finalmente appagato? Chi può escluderlo? Questi generi musicali, figli e nipoti del blues, della black music, con influenze latine e caraibiche, si fondono e si influenzano a vicenda, accerchiano e assediano anche la forma canzone che conosciamo e la canzone si concede volentieri a questa trasformazione, lascia entrare dentro la propria struttura modalità e linguaggi differenti, non nuovi però, perché il rap viene da lontano e non è certo una moda del momento. Anch’esso si modificherà, già adesso si lascia integrare da forme ritmiche e melodiche di origine orientale e maghrebina, ma è qui per restare.
Se oggi penso alla trasformazione della musica e dell’ispirazione che la genera, in prodotto discografico, in emozione portatile istantanea come un file digitale, allora penso a quel maestoso insieme, rotolante, in continuo movimento, fatto di alto e di basso, di musica sublime, di arte, di idee folgoranti, letteratura, di parole toccanti che ha sempre condiviso il proprio cammino con tanta piccola musica forse insignificante e presto dimenticata. E’ quell’insieme, quel tutto, il prodotto meraviglioso di cui parliamo. Musica alta, musica leggera e musica leggerissima: io ho amore per tutte. Quell'insieme rumoroso, chiassoso, incessante, che ci ha cresciuti e che ci accompagna, ci spinge avanti guardando verso l'alto, al nostro posto, soprattutto quando noi ci stanchiamo o non siamo più capaci di farlo. Musica e pensieri nati per essere commercializzati e per fare soldi, che tuttavia dall’interno di un enorme ingranaggio, sono in grado di mostrare i cieli più alti, di mettere le anime a nudo, di insegnarci qualcosa, passo dopo passo, e senza l’aria di volerlo o di poterlo fare. Se questa meraviglia è il risultato del patto fra gli artisti e l’industria discografica e se, come si dice, in questo patto faustiano c’è lo zampino del diavolo, allora non sono certo che l’industria sia il diavolo, sarebbe un diavolo perdente. L’ispirazione è ancora lassù al suo posto, integra, fulgida, pronta a tutto come sempre, pronta per nuove generazioni di artisti visionari, mentre l’industria, dobbiamo riconoscerlo, ha conosciuto tempi migliori. Per questo ho il sospetto che nel vecchio patto, ispirazione e talento, in cambio di fama e denaro, la parte del diavolo astuto l’abbiano fatta in realtà e di certo inconsapevolmente gli autori e gli artisti, proprio tutti, i grandi e i dimenticati. Ho il sospetto che quel lontano giorno, per una volta, forse, il diavolo eravamo noi".
giovedì 8 settembre 2022
Che cosa sono le canzoni? Un "Capriccio all'italiana" - Intervista possibile: Pier Paolo Pasolini e la musica
Avrei fatto lo scrittore di musica.
Che musica ascolta?
Genericamente della musica classica, sono ossessionato da Bach e da Mozart e quando non ascolto musica classica, allora cerco la musica popolare, ma quella vera, quella raccolta dagli etnologi, quella che ho adoperato nel commento musicale di “Medea”, i canti tibetani popolari, i canti d’amore iraniani, ma non riesco mai a staccarmi da Bach e da Mozart.
La musica leggera quindi non le interessa?
Amando la vita sotto tutti i punti di vista, la amo, in un certo senso, anche in questo suo aspetto che io considero intellettualmente piuttosto volgare, di basso livello in Italia.
Quale aspetto, dunque, la incuriosisce?
La musica leggera italiana mi sembra veramente brutta, però ci sono certi dei momenti in cui non si può prescindere dal fatto che questa musica leggera ci sia. Risentendo certe canzonette di dieci anni fa, c’è quel fenomeno che Proust chiama “Les intermittences du coeur”. Sentendo delle note, pur stupide, di dieci anni fa, improvvisamente quel brano appare ai nostri occhi… nel ricordo acquista un’altra valenza, attraverso il sentimento che ci mettiamo, ma di per sé, la canzonetta ha scarso valore. Voglio dire che le canzoni, anche se non sono belle, possono essere importanti per noi per i ricordi che evocano. Quindi la musica leggera è misteriosamente legata alla nostra vita quotidiana e di conseguenza un certo amore ce l’ho, ma a livello intellettuale devo fare delle scelte piuttosto rigorose.
Lei non ha qualche ricordo legato a una canzone?
Un ricordo particolare non direi, le canzoni non sono mai entrate così a fondo nella mia vita privata da legarsi a un episodio privato della mia vita, più che altro evocano atmosfere, ricordi di certi periodi. In questo senso potrei dire che c’è una canzonetta, “Amado mio” cantata da Rita Hayworth, che mi evoca i tempi in cui andavo a ballare nelle balere friulane, quindi le estati un po’ umide del Friuli della mia gioventù.
Ci dica almeno un nome nell’ambito della musica leggera che ha ascoltato recentemente…
L’unica musica contemporanea che mi è piaciuta di questi tempi è quella dei Beatles e dei Rolling Stones, in Italia forse l’Equipe 84…
Allora qualche “canzonetta” che ha attirato la sua attenzione c’è…
Sulle canzonette potrei dare due tipi di risposte del tutto contrarie, niente meglio delle canzonette ha il potere magico abiettamente poetico di rievocare un tempo perduto. Sfido chiunque a rievocare il dopoguerra meglio di quello che possa fare il boogie woogie o l’estate del ’63, meglio di quel che possa fare “Stessa spiaggia stesso mare”. Les intermittences du coer più violente, cieche e irrefrenabili, sono quelle che si provano ascoltando una canzonetta. Chissà perché i ricordi delle sere o dei pomeriggi o dei mattini della vita si legano così profondamente alle note che infila nell’aria una stupida radiolina o una volgare orchestra, e anche la parte odiosa, repellente di un’epoca aderisce per sempre alle note di una canzonetta. Pensate a “Pippo non lo sa”. Ad ogni modo, non sono un buon giudice. Soffro di antipatie e simpatie profonde per i cantanti e le melodie, il massimo dell’antipatia è per la canzonetta crepuscolare, di cui potrei dare come paradigma “Signorinella pallida”. Aggiungo infine che non mi dispiace il timbro orgiastico che hanno le musiche trasmesse dai juke-box. Tutto ciò è vergognoso, lo so, e quindi devo dire che il mondo delle canzonette è oggi un mondo sciocco e degenerato, non è popolare, ma piccolo borghese e come tale profondamente corruttore. La tv è colpevole della diseducazione dei suoi ascoltatori anche per questo. I fanatismi per i cantanti sono peggio dei giochi del circo.
In questo scenario decadente, nemmeno un barlume?
Occorre operare un esercizio critico, rischiare l’impopolarità ma andare contro la componente passiva e fanatica, soprattutto nei giovani.
Quindi lei pensa che attraverso la canzone non si possano lanciare messaggi dire cose importanti…
Io non generalizzo, ci sono certe canzoni napoletane della fine dell’800 e del principio del Novecento che non davano nessun messaggio di carattere politico o ideologico, erano semplicemente canti d’amore o d’allegria o di vitalità, eppure erano bellissimi e così certe canzonette francesi, molto poetiche. Io stavo parlando, in particolare, della musica leggera italiana dagli anni ’30, quando ero ragazzo io, ad oggi, credo che non abbia mai avuto un momento di poesia o realismo, è stata sempre una cosa superficiale, puramente commerciale.
Da Scapricciatiello a corde della mia chitarra, nei suoi libri cita alcune canzoni, che funzione hanno in quel caso le “canzonette”?
Fanno parte di quello che in letteratura si chiama il discorso libero indiretto. Nel mio libro ci sono molti brani in cui non esprimo i miei pensieri, ma parlo attraverso i pensieri del mio personaggio e quindi attraverso i suoi miti, il suo modo di mettersi in rapporto con il mondo, il suo modo di giudicare gli altri uomini, e quindi anche attraverso le parole delle canzoni. Io queste parole non lo so, ho dovuto andarmi ad informare, ma siccome so che dentro i miei personaggi, mettiamo Tommasino Puzzilli de “La vita violenta”, queste parole ci sono e fanno parte della sua cultura, allora ho citato brani interi di canzoni. In qualche modo, Claudio Villa di allora o Giacomo Rondinella, in un modo, certo, sempre falsato, manipolato e alienante, avevano un punto di contatto col reale gusto culturale musicale del sottoproletariato del tempo. L’epoca di “Scapricciatiello”, “Io sono carcerato”, oppure “Luna rossa” ha rappresentato un momento in cui le canzoni hanno colto un momento popolare abbastanza vero.
Cosa le piace di Claudio Villa?
Mi piace il repertorio delle canzoni melodiche di Claudio Villa perché mi piace il pubblico che ama questo stile popolare e verace. Approvo che Villa scriva, musichi e interpreti le sue canzoni. Lui lo fa nel suo piccolo come Charlot ha fatto nel suo grande. In quanto agli atteggiamenti da bullo, la presunzione e gli atteggiamenti d’insufficienza che gli si imputano, io trovo che nella sua qualità di cantante-attore e di personaggio dello spettacolo tali atteggiamenti gli si addicano, perché fanno, appunto, spettacolo. Disapprovo invece che Claudio Villa sia dia a interpretazioni del genere urlato, anche perché io credo nella canzone come mezzo verace d’espressione e penso che il genere urlato non sia genuino. Le canzoni andrebbero portate a un livello d’espressione più interessante.
Su “Il Tempo” del 15 febbraio 1969 lei ha scritto: "È cominciato ed è finito il Festival di Sanremo. Le città erano deserte; tutti gli italiani erano raccolti intorno ai loro televisori. Il Festival di Sanremo e le sue canzonette sono qualcosa che deturpa irrimediabilmente una società”
Le cose sono andate ancora peggio del solito: perché c’è stata una contestazione, seppur appena accennata, al Festival. Si contestano i prezzi dei biglietti per ascoltare quelle povere creature che cantano quelle povere idiozie: e si protesta moralisticamente contro il privilegio di chi può pagare il prezzo di quei biglietti. Non ci si rende conto che tutti i sessanta milioni di italiani, ormai, se potessero godere di questo famoso privilegio, pagherebbero il prezzo di quel biglietto e andrebbero ad assistere in carne e ossa allo spettacolo di Sanremo. Non è questione di essere in pochi a poter pagare quelle miserabili ventimila lire ma è questione che tutti, se potessero, pagherebbero. Tutti, operai, studenti, ricchi, poveri, industriali, braccianti... I centomila disgraziati che si tappano le orecchie e si coprono gli occhi davanti a questa matta bestialità, sono abitanti di un ghetto che si guardano allibiti fra loro, senza speranza. E i più non osano neanche parlarne: perché parlarne, sinceramente, fino in fondo, fino all'indignazione, è impopolare come niente altro. E' per non rischiare questa impopolarità, che i contestatori sono in questo caso tanto discreti. Ma è un calcolo sbagliato, che li rende degni degli "innocenti" cantanti integrati e del loro pubblico."
Attualmente molti registi scelgono cantanti come attori anche in film impegnati, ad esempio Germi ha scelto Celentano per il ruolo di Serafino, Morandi ha recitato in diversi “musicarelli”. Lei sceglierebbe qualcuno dei nostri cantanti come attore?
Sono cose che non posso mai dire prima, perché io scelgo un attore soltanto in funzione del personaggio. Se avessi scritto un certo personaggio con certi caratteri fisici, potrei benissimo scegliere Gianni Morandi, perché no? Ha un bel viso, è un ragazzo simpatico, avendo un personaggio con quelle caratteristiche potrei scegliere lui, ma non lo posso calcolare a priori.
Nel frattempo, però, è diventato anche un autore di canzoni. Com’è nata la collaborazione con Sergio Endrigo per il brano “Il soldato di Napoleone”?
E’ stato il direttore artistico della RCA, Ennio Melis, a farci incontrare. Endrigo aveva 27 anni, era di undici anni più giovane di me e aveva già scritto “Io che amo solo te”, “Aria di neve”, “Viva Maddalena” e altre. Tra queste altre c’era anche “Via Broletto”, un testo che poteva far pensare ad alcune ambientazioni o atmosfere che ho descritto nei miei romanzi, ambientati a Roma e nelle sue periferie. Tuttavia, di Endrigo mi interessava la sua storia di esule istriano, le nostre comune origini, lui è nato a Pola, io a Casarsa della Delizia, Trieste a metà strada. Così gli chiesi di cercare fra le mie poesie friulane pubblicate ne “La meglio gioventù” e di musicarne una a suo piacimento e lui scelse “Il soldato di Napoleone”. In calce all’originale friulano, c’era già una mia versione in italiano ed Endrigo partì da quella, senza modificare nulla, se non lo stretto necessario per adattarlo alla metrica della musica che aveva scritto. Per cantarla in televisione ci chiesero di eliminare alcuni versi che la commissione censura ha definito “disgustosi”, noi naturalmente rifiutammo.
Erano versi ispirati alle memorie di famiglia, tra realtà e leggenda.
E’ il racconto delle gesta di un avo della famiglia di mia madre che si era arruolato con i francesi ed era andato a combattere in Polonia. I versi non graditi dalla televisione sono quelli legati a un particolare che nella famiglia Colussi si tramanda oralmente da generazioni. Una notte il giovane soldato, per non morire di freddo, squarciò il ventre al suo cavallo caduto in battaglia e si scaldò con le sue viscere.
Alcune di queste canzoni saranno cantate anche tra cinquant’anni...
Ho scritto due canzonette per Laura Betti, e poi facendo una specie di collage prendendo dei versi da “L’Otello” di Shakespeare, una breve canzone da inserire in un mio episodio che si intitola “Che cosa sono le nuvole” che faceva parte del film “Capriccio all’italiana”, queste mie parole le ha musicate Modugno, e devo dire che l’ha fatto molto bene.
(Le risposte di Pier Paolo Pasolini sono tratte da alcuni suoi scritti, da dichiarazioni di Sergio Endrigo e dalle interviste in diversi programmi Rai, raccolte recentemente da Elisabetta Malantrucco nello speciale di RaiPlaySound “Pasolini, appunti musicali”)
Testo di Timisoara Pinto inserito nel libro "Scritti su Pasolini. Il cammino è cominciato e il viaggio è già finito a cura di Gianfranco Blasi e Novella Capoluongo Pinto (Universosud)
giovedì 12 maggio 2022
Altro che Arrivederci, Giorgio e Zsa Zsa decisero di non vedersi più...
Il ricordo di un amore e di una canzone nel giorno della nascita di Umberto Bindi
Oggi, per i 90 anni della nascita del “George Gershwin della canzone”, come lo definì Bruno Lauzi, mi torna in mente il racconto dettagliato che mi fece Giorgio Calabrese di “Arrivederci”. Lo intervistai perché il mio pezzo su questa canzone sarebbe finito in un bel libro collettivo a cura di Maurizio Becker e pubblicato nel 2011 da Coniglio editore, intitolato “Da Mameli a Vasco. Le 150 canzoni che hanno unito gli italiani”.
“Sai una cosa Zsa Zsa? Sono passati più di cinquant’anni, ma quando torno a Genova, ancora mi guardo attorno sperando di incrociare un viso che ti ricordi. E che potrebbe essere di tua figlia. Di tua nipote, chissà? Non ho più saputo nulla di te…”. Questo avrebbe voluto dirle non dirle, come in un film francese in bianco e nero. Certo, se ci fosse stato Facebook, Calabrese l’avrebbe rintracciata la sua Marisa, da Maria Luisa, detta Zsa Zsa. E invece da quella volta non si videro più.
Lo struggimento è già nell’eleganza del capoverso: arrivederci.
E’ la primavera del ’59, l’autore del testo incontra per caso una vecchia fiamma dei tempi della scuola, e accade l’irreparabile, ma lui è sposato e lei sta per farlo…
“Meglio lasciare in pace la gente che avrebbe dovuto vivere con noi”, mi ha raccontato lui qualche anno fa. “Si era appena consumato un grosso strappo, come quando ti tirano via un cerotto in malo modo. Carta e penna sul marmo bianco di un tavolo da cucina, a Genova. Poi, sono salito su un treno per Milano e non sono più tornato”. Calabrese consegna i suoi versi ad Umberto Bindi che impiega solo 5 minuti per musicarli e il brano entra in classifica il 6 giugno 1959 nella versione di Don Marino Barreto jr. (n.1 per 8 settimane), tirando la volata anche al 45 giri inciso dal co-autore che fa capoccetta in hit parade l’8 agosto. La prima ad inciderla, tuttavia, è una donna, Flo Sandon’s, perché suo marito, Natalino Otto, si innamora della canzone, ma si lascia andare al terzinato e sbaglia, non è più tempo... L’arrangiamento vincente si deve a Giulio Libano che vuole farne una ballad all’americana, ancor più indovinato l’interprete, Marino Barreto, che con la sua pronuncia cubana dice “con una estreta di mano”, che diventa il verso-tormentone.
“Quell’estate – racconta Calabrese – andai a trovare degli amici a Rimini. Una sera una ragazza mi chiese di ballare, finì il primo brano e dal juke-box partì “Arrivederci”. Sempre abbracciati, lei mi sussurrò “bella questa canzone di Bindi e Barreto”, ed io “Eh no, le parole sono mie”. Mi scansò dicendomi “ma fammi il piacere” e mi mollò solo, in mezzo alla pista. Ecco, questo è stato il mio primo successo personale come autore di canzoni”.
Innumerevoli le versioni: da Ernesto Bonino a Fred Bongusto, da Bruno Martino a Gianni Morandi, da Nilla Pizzi a Caterina Valente, da Ornella Vanoni ad Antonella Ruggiero. Nel 1960, proposta in duetto da Nicola Arigliano e Miranda Martino, si classifica seconda a “Canzonissima” e sempre del ’60 è la memorabile versione di Chet Baker, che la esegue voce e tromba, con l’arrangiamento di Piero Umiliani, nelle sequenze finali del film “Urlatori alla sbarra” di Lucio Fulci.
Timisoara Pinto
giovedì 21 aprile 2022
Il 21 aprile 2002 Patti Smith inaugurava l'Auditorium Parco della Musica, oggi intitolato ad Ennio Morricone. L'intervista di 20 anni fa
L’evento che la vedrà protagonista solo apparentemente stupisce per l’accostamento di due mondi così distanti, la Rimbaud del rock ed il tempio della classica. In realtà coniuga perfettamente le due anime della Smith: quella affascinata dall’opera (“ultimamente ascolto la Callas – dichiara l’artista - perché sto studiando la mia voce) e quella devota alla "musica giovane". All’età di nove anni, infatti, due cose hanno segnato la sua vita: una rappresentazione di “Madama Butterfly” e Little Richard.
Che effetto le fa essere la prima artista rock ad esibirsi nel nuovo auditorium di Roma?
Sono veramente onorata, anche perché in America per le idee che ho, non mi avrebbero mai invitata ad un’inaugurazione di tale importanza. Da una parte sono anche un po’ sorpresa, ma dall’altra no, perché in Italia sono sempre stata ricevuta con grande calore. Ricordo la prima volta all’aeroporto di Firenze nel 1979. Fui accolta da un gruppo di paparazzi, ma non capii subito che stessero inseguendo proprio me. Con i miei musicisti ci guardammo intorno, pensando che forse dopo di noi fossero scesi dall'aereo Marcello Mastroianni e Federico Fellini.
Il suo ultimo concerto tenuto a Roma l’estate scorsa lo ha dedicato ad Anna Magnani. Quello di domani sera?
Lo dedico al Papa. So che in questo momento non sta molto bene e vorrei trasmettergli un po’ della mia forza e della mia energia. Io non sono cattolica, ma in lui non vedo la religione, vedo solo un uomo che sta tentando di tenere il mondo unito.
Il suo pensiero sul terrorismo
Sono americana, ma la mia filosofia del terrorismo è diversa dalla filosofia del mio paese. Nessun paese può ambire ad essere il numero uno. Io amo il mio paese, in senso patriottico ma non nazionalistico. La cosa più pericolosa non è la bomba in sé, ma quel meccanismo che fa di un semplice corpo una carica di energia distruttrice. Il più grande pericolo che c’è oggi è la forza spirituale, se usata negativamente.
Che ricordo ha del pubblico italiano?
In Italia ho trovato sempre grande rispetto e ospitalità per il mio spirito rivoluzionario. Una volta sono finita in un posto enorme senza rendermi conto di dove fossi. C’era tantissimo pubblico e quella gioia, quell’eccitamento che li animava mi hanno subito contagiata.
Timisoara Pinto
giovedì 24 febbraio 2022
ENNIO MORRICONE: "L'America non mi avrà" Intervista del 2002 in occasione della laurea honoris causa in DAMS all'Università Tor Vergata di Roma
Maestro, non è la prima laurea honoris causa che riceve?
Ne ho ricevuta una in Lingua e letteratura straniere dall’Università di Cagliari , e l’Università di Madrid mi ha insignito del titolo di Claustro universitario delle arti.
Che significato ha per lei la cerimonia di questa mattina?
Si tratta, senz’altro della laurea più adatta e più giusta che potessero conferirmi. E poi, riceverla qui a Roma, nella mia città, mi rende orgoglioso.
Lei ha composto 400 colonne sonore in 41 anni di carriera: a cosa vorrebbe dedicarsi di più oggi?
Il cinema è sempre la mia principale attività, i prossimi film saranno “Senso 45” di Tinto Brass e “Il Papa Buono” di Ricky Tognazzi, ma vorrei più tempo per comporre solo per me. Sto preparando un pezzo per il Festival di Ravenna, dal titolo “Voci dal silenzio”, che, in quell’occasione sarà diretto da Riccardo Muti con l’Orchestra della Scala.
Come direttore d’orchestra nel suo curriculum figurano anche due Sanremo, nel 1964 e nel 1966. Guarderà quest’anno il festival?
No, non lo guarderò perché vado a dormire presto. Feci Sanremo perché a quell’epoca lavoravo per la RCA e mi occupavo della cura dei pezzi di alcuni artisti. Tra questi mi ricordo Paul Anka che nel 1964 andò al festival e la RCA mi chiese di accompagnarlo.
Lei ha sempre privilegiato la sua ‘romanità’ anche nelle scelte lavorative, come ha fatto a non cedere mai alla tentazione di andare in America?
Non mi sposterò mai da Roma. Pensi che una volta mi avrebbero persino regalato una villa, se avessi accettato di andare a lavorare negli Stati Uniti. Sono riusciti a portarmi lì per la nomitation ottenuta con “Malena”, il film di Tornatore. Ma sentivo che anche quella, la quinta nella mia carriera, non sarebbe stata la volta buona.
Timisoara Pinto



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