venerdì 13 marzo 2026

I lavori della musica. L'alchimista del suono

Maurizio Biancani, “L‘alchimista del suono” comincia e finisce con Lucio Dalla. Cosa ha rappresentato per te quel quell'ultimo tour?

Mi fai venire in mente un ricordo che certe volte tento anche di dimenticare… Quel tour era stato organizzato con un entusiasmo grandissimo. Lucio voleva tornare in Europa a suonare e interromperlo in quella maniera così tragica, dopo poche date, è stato un colpo enorme per me. Uno shock così forte che ho deciso che non avrei più fatto il live engineer, non sarei riuscito a vedere sul palco un altro artista dopo Lucio. In pratica, ho smesso di fare un lavoro che mi piaceva tantissimo, ma che non mi avrebbe più dato la stessa soddisfazione.

Quella sera eravate andati a vedere la statua di Freddie Mercury, nel libro lo racconti…

Sì, anche quella scena è molto evocativa, cioè non se ci penso adesso sembra quasi che fosse una premonizione. Non so, le cose della vita sono veramente strane. Lucio aveva organizzato questa cosa perché si era portato tutti i ceri da casa, quindi non è che avesse improvvisato, così dopo il concerto andiamo a fare questa visita, pochi chilometri e c'era la statua di Freddie Mercury sul lago. Siamo rimasti in silenzio, ha pensato dentro di sé delle cose, poi dopo ci ha detto: va bene, dai, si torna tutti in albergo. Il giorno dopo avevamo un day-off, un giorno di trasferimento, senza il concerto serale. Noi stavamo già organizzando la festa per Lucio, perché dopo due giorni sarebbe stato il suo compleanno, il 4 marzo, ma poi le cose sono andate purtroppo come sappiamo. La mattina non ci siamo incontrati a colazione perché ero andato a fare delle fotografie, l’altra mia grande passione, l'amore della mia vita. Quindi ho preso la mia macchina fotografica e sono andato lungo il lago di Ginevra, bellissimo. C’era una nebbiolina perfetta per quello che avevo in mente. Quel servizio fotografico ce l’ho ancora, ogni tanto lo guardo e mi mette una malinconia pazzesca. Al mio ritorno in hotel, purtroppo, la tragedia era già successa.

Qual è il tuo lavoro più recente, la cosa di cui ti stai occupando adesso?

È una cosa molto bella, due cose, anzi, che sto facendo insieme a Paolo Buonvino, è un arrangiatore, direttore d'orchestra, secondo me tra i migliori in assoluto che ci sono in Italia. Con lui abbiamo realizzato dischi di elettronica e tante colonne sonore.. La più recente è quella del film di Muccino, che oltretutto sta avendo un successo in sala notevolissimo. Esce adesso su tutte le piattaforme di streaming e poi uscirà un disco live delle date che sta facendo con l'orchestra in giro per l'Italia, dove lui reinterpreta tutte le sue colonne sonore, quindi una cosa bellissima.

Di Buonvino ho amato molto il lavoro che fece sull'album di Carmen Consoli con l’orchestra...

Sì, fantastico. L’ultimo bacio… Quella è un’altra sua capacità di fare anche cose pop, non soltanto orchestrazioni per serie o TV o per film.

E non a caso anche quello era per un film di Muccino.

Sì, esatto, ma lui ormai è una certezza per questi autori cinematografici.

E invece Maurizio Biancani, a proposito di pop, il tuo rapporto con Sanremo?

Sì, Sanremo, dal punto di vista dei tecnici audio, è un momento nel quale le case discografiche ti possono chiamare per fare una supervisione della messa in onda audio dei propri artisti e io l'ho fatto per tanti anni consecutivi, l'ho fatto per Bersani, l'ho fatto per Lucio Dalla, per Zucchero, per tanti altri artisti. Mi sono trovato a Sanremo in questa kermesse incredibile nella quale alla fine è come trovarsi dopo tanti anni con tutti quelli con cui sei andato a scuola, sei a cena assieme, a pranzo assieme, persone che magari non vedi da un anno e le ritrovi tutte lì, perché ci sono tutti. Perciò è anche un modo per mantenere i rapporti e passare una settimana intensissima, naturalmente, ma anche divertente. Io ho dei bellissimi ricordi di Sanremo, sai, perché abbiamo anche fatto delle cose importanti dal punto di vista sonoro, artistico. Conosco tutti i ragazzi della Rai molto bene e siamo diventati proprio amici.

Un tuo Sanremo del cuore, c'è un'edizione, una canzone a cui sei particolarmente legato?

Il festival con Samuele Bersani, quando abbiamo fatto “Replay”, che è uno dei pezzi più belli sui quali abbia mai lavorato. Sicuramente quella sera lì è stata la più emozionante. La canzone era anche molto difficile, ma Samuele è stato bravissimo e la diretta è stata perfetta. E’ una delle cose di cui vado fiero. Naturalmente non ero solo, io facevo la supervisione, c'erano i ragazzi della Rai, insieme abbiamo fatto un bellissimo lavoro.

Qual è cosa ti ha spinto a scrivere questo libro insieme al curatore Andrea Fiorenza?

Erano tanti, tanti anni che i miei amici, i miei conoscenti, mi continuavano a dire: "Ma Maurizio, tutti i tuoi racconti, i tuoi aneddoti, la tua vita passata con gli artisti in tour e in studio, bisogna che tu li metta su carta, in modo che anche gli altri possano leggere." E l'ultimo è stato mio figlio che mi ha proprio dato un aut aut, ha detto: "Papà, basta raccontare le cose a voce, adesso le scrivi perché poi ce le perdiamo. Beh, sarà forse il caso – mi son detto -, son cinquant'anni dietro al mixer!. A questo punto partiamo, riavvolgiamo il nastro, come si dice in studio…

Replay!

Replay, facciamo un replay, esatto, ripartiamo da capo. E non è stato facile.

Non è stato facile, perché?

Perché ho dovuto rimettere in ordine tutta una serie di cose che erano spezzettate, anche l'editore, mi ha detto: “Qui diventa la Divina Commedia, bisogna fare una cernita di tutto questo materiale”. Andrea Fiorenza mi ha dato una mano pazzesca, senza di lui non sarei riuscito.

Quando mi hai parlato del libro, hai detto romanzo… sbagliando, ma fino a un certo punto…

Delle volte dico anche disco, sai il lapsus freudiano, sarà perché in tutti questi 50 anni di lavoro io ho fatto sempre delle cose per gli altri. Questa è la prima volta che faccio una cosa mia personale ed è questo libro qua.

Ci puoi raccontare come tutto questo è cominciato?

È cominciato in maniera assolutamente casuale, naturalmente ho amato la musica da sempre, da bambino. Mia madre era una che strimpellava il pianoforte, in casa ne avevamo uno verticale, quindi ho messo le mani per primo su quello, senza saperne niente, e mi piaceva. Così ho chiesto a mia madre di poter proseguire a studiare un po' di musica. E lei mi ha mandato a lezione di pianoforte da una maestra francese. Pensa che mi faceva sia lezioni di ripetizione in francese, che mi servivano a scuola, sia lezioni di pianoforte. E da lì poi ho cominciato, visto che strimpellavo abbastanza bene, a lavorare con delle orchestre. Allora non c'erano le discoteche. C'erano le orchestre che suonavano per far ballare la gente, io ero sul palco insieme a loro, poi mi sono accorto però che mi piaceva di più giocare con i suoni. Le tastiere allora erano analogiche, quindi si potevano modificare. E da lì mi sono quasi per caso, ma coscientemente trasferito in sala a fare il tecnico che curava i suoni delle orchestre e non suonava più sul palco. Da lì è montata in me una passione incredibile. Ho creato una mia sala prove, ho cominciato a registrare perché loro, i musicisti, mi chiedevano delle testimonianze sonore, quindi ho realizzato le prime musicassette e poi ho trovato i pazzi che insieme a me, nel 1976, hanno fondato la Fonoprint.

Qual è l'artista, il concerto o l'album che ti hanno ispirato nella scelta di avvicinarti a questo lavoro?

Allora io amavo da matti il rock inglese e americano nel periodo degli anni 70, quindi i Led Zeppelin sono stati per me il mio gruppo. Ho consumato i loro LP, a forza di ascoltarli. Però la cosa che mi ha dato proprio l'istinto, diciamo, e la determinazione per fare questo lavoro, è stato il concerto dei Deep Purple nel 1973. Io nel '73 prendo i biglietti e vado a vedere finalmente un gruppo inglese live. Avevano appena pubblicato Deep Purple and Rock, quindi il concerto era fantastico, c'erano i loro brani migliori in assoluto e esco da lì con l'idea che io dovevo fare assolutamente musica tutta la vita e così è stato. Mi considero sinceramente un privilegiato, ho fatto in tutta la mia vita quello che volevo, il lavoro che è la mia passione, non è da tutti, quindi lo capisco che è una cosa della quale devo solo ringraziare.

Ma com'è cambiato negli anni il lavoro dell'ingegnere del suono?

Da matti, in maniera totale. Quando io ho cominciato c'erano i nastri analogici, si registrava prima su 8 tracce, poi 16, poi 24 con dei mixer analogici, era tutto, diciamo, molto vicino a quello che era il suonare davvero. Non avevamo nessuna possibilità di mettere a posto né il tempo, né le intonazioni, né niente. Cioè bisognava esserci, diciamo, sia dal punto di vista del tecnico sia dal punto di vista dei musicisti. Poi pian piano è arrivato il digitale tra gli anni '90 e gli anni 2000 ed io mi sono dovuto reinventare completamente una carriera, perché altrimenti venivo tagliato fuori. Ho studiato di nuovo come un matto per cercare di esserci e governare anche queste tecnologie nuovissime. E poi dopo tutto questo, le tecnologie hanno preso il sopravvento e adesso abbiamo un uso, secondo me, delle volte perfino eccessivo di tutti questi strumenti che addirittura tendono a sostituire i musicisti con l'intelligenza artificiale. Vengono fuori dei pezzi creati in maniera falsa perché sono cose che non esistono nella realtà e tendono a generare confusione su una cosa troppo bella che è la musica. Io sono un purista, mi piace ancora pensare che la musica la fanno i musicisti, non le macchine. Così il mio lavoro, che è un lavoro artistico e non solamente tecnico, secondo me.

Certo che è come dici tu. Poi sarebbe bello parlare dell'esistenza dei periodi legati al suono, se c'è un suono anni '70, un suono anni '80, un suono anni '90…

Ci vorrebbe un altro volume, però ci hai preso, perché esiste proprio questa definizione quasi a decadi, cioè il suono anni '80 è diverso da quello degli anni '70, quello del 2000 è diverso da quello del 2025, dove ci troviamo adesso. E tutte queste cambiamenti hanno influenzato anche la maniera di ascoltare la musica, assolutamente. Una volta c'erano i vinili, si metteva su la testina, sul disco che girava, si ascoltava in religioso silenzio dall'inizio alla fine della facciata. Adesso invece è tutto distratto, passiamo da un brano all'altro dopo 20 secondi, abbiamo la possibilità di sentire tutto attraverso le cuffiette in qualunque ambiente ci troviamo, cioè è veramente cambiato tutto in maniera impressionante.

E a Maurizio Biancani qual è il decennio che piace di più, quello che ama di più?

Beh, io il decennio che amo di più è quello che passa dagli anni 70 agli anni 80, sicuramente, perché è stato il decennio nel quale mi sono formato, il decennio nel quale ho cominciato a lavorare con Vasco Rossi, che è l'artista col quale ho lavorato di più in assoluto, continuo tutt'ora dopo 50 anni. E’ il decennio nel quale si faceva rock, la musica che amavo e la musica con la quale sono partito quando ho fatto il disco che io ricordo con più piacere in assoluto, “Siamo solo noi” di Vasco Rossi, il disco rock italiano per eccellenza, un album che ha cambiato veramente Il modo di fare musica in Italia e ha cambiato anche la mia vita.

Volevo proprio chiudere con la collaborazione con Vasco Rossi e un aneddoto su un suo brano.

Allora diciamo che "Siamo solo noi" è sicuramente l'album che dà una svolta a tutto. L'album che invece mi ha cambiato, ha cambiato la mia vita professionale e ha cambiato probabilmente anche quella di Vasco, che gli ha dato una dimensione totalmente diversa è "Bollicine". “Bollicine” è stata una coproduzione fatta insieme a Guido Elmi e insieme a Vasco E lì ho cercato di dare il massimo che potevo dal punto di vista della professionalità e della passione. E in quell'album lì c'è un piccolo aneddoto che poi cito anche nel libro, che riguarda il rumore della lattina di Coca-Cola che si stappa e fa partire il brano. Non ci riuscivamo perché le lattine quando si stappano non fanno quel rumore lì, ce lo inventiamo noi, ma in realtà non si sentono le bolle che vengono su. E allora noi abbiamo preso un bicchiere di acqua gassata e gli abbiamo messo dentro delle pastiglie di Alka Selzer. Quelle sono state a produrre quel rumore spumeggiante che c'è all'inizio e anche in qualche punto in mezzo al brano. Ce lo siamo letteralmente inventato come si faceva tutto in quel periodo quando non esistevano le library digitali. Adesso puoi scaricare qualsiasi tipo di suono, ma lì bisognava crearlo.

Certo, un precedente era “Il barattolo” di Gianni Meccia, quel suono ideato da Ennio Morricone…

Esatto, che rotolava a tempo. Oltretutto mi sono sempre chiesto come siano riusciti a farlo, perché è veramente geniale!

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