(Dal libro "I diari del camioncino", a cura di Timisoara Pinto, 2007: la tappa barese del tour "Avanti Pop" dei Tetes de Bois, nata da un incontro con Nichi Muciaccia, Presidente della circoscrizione Madonnella di Bari, in prima linea nella battaglia contro la Fibronit, scomparso due notti fa...)
una fabbrica dentro la città
per troppi anni l’asbesto svolazza
e la legge sull’amianto
da pochi anni riconosce il dramma
e ancora non basta
L’amianto è fuori legge dal 1992
L’amianto è l’unica causa conosciuta di mesotelioma il tumore delle sierose addominali e polmonari (soprattutto pleure, la pleura è l’involucro che ricopre il polmone)
Non si vede ma si respira
la fibra di asbesto è 1300 volte più sottile di un capello umano
latenza patologica anche 30–40 anni
tumori da amianto in Italia 10.000
morti previsti entro il 2030 in Italia 30.000
Nel mondo 700.000
Europa 500.000
Usa 200.000
Solo per mesotelioma pleurico
ma molti altri tumori provoca l’amianto…
4 regioni non hanno ancora il registro mesoteliomi
Il giudice Guariniello ha rinviato a giudizio i dirigenti Eternit fabbrica svizzera che produceva amianto-cemento per aver nascosto la pericolosità dell’amianto.
Si parla di 1000 morti a Casale Monferrato sede italiana dell’Eternit
e in Cina e in India e nel Terzo mondo?
Sabbia sotto il camion, sabbia sopra il camion. Una spiaggia sottosopra: crollata la persiana arrugginita di Punta Perotti, arriva Avanti Pop. Non un filo di vento a ridisegnare quella sabbia sul lungomare di Bari, solo le ruote del 615 a sollevare il polverone, mentre la danza delle mani di Licio Esposito su quella sabbia genera vortici di speranza. Difficile estirparla con un linguaggio diverso da quello dell’arte. Tutto procede a rilento. La tappa più calda del tour, la più balneare, se questo termine non evocasse scenari di benessere e serrande abbassate per ferie. La desolazione è la stessa, ma per il lavoro.
Qui il lavoro ha generato mostri, anzi ecomostri, inquietudine e nodi alla gola. In un angolo del lungomare, a pochi metri dall’enorme prato che fino a non molto tempo fa svaniva e non fiatava sotto il peso di 70.000 metri cubi di cemento dall’aria spettrale e abusiva, il colpo d’occhio intercetta un’altra sagoma. Altrettanto strana, anche un pò arrugginita, ma in scala ridotta, quantomeno. Chi l’ha mai visto un palco così?
E’ a Bari che Avanti Pop incontra lo scoglio della relazione tecnica di staticità del camion-palco, dell’individuazione e della concessione del suolo pubblico, come se quel suolo fosse sacro e inviolabile. Ma non mi pare si possa dire di quella situazione o di chi negli anni ha permesso che quel suolo fosse contaminato da una fabbrica grande quanto un intero quartiere al centro di Bari e da un casermone alto 13 piani, arenato come una nave da crociera e poi, finalmente come qualcuno ha voluto, si è inabissata per sempre. 24 aprile 2006, altra liberazione: uno scoppio per implosione e la “saracinesca Perotti”, come è stata definita, è crollata in 5 secondi. Tanta polvere, altra polvere e qualche ragazzo raccoglie pezzi di cemento per cimelio e si fa fotografare, come a Berlino. Insomma, niente più scenografie ingombranti, in fondo al lungomare solo il camioncino.
Alla Fibronit, dentro ai cancelli, la tappa non si poteva fare. A 22 anni dalla chiusura, sulle pareti esterne di quella fabbrica fatiscente c’è ancora il cartello: “attenzione zona inquinata, vietato l’accesso”. La serata è dedicata a quanti si sono ammalati e hanno perso la vita andando a lavorare tutte le mattine al 13 di via Caldarola, una metonimia, un indirizzo mimetico e indelebile come via Veneto per la Dolce Vita. Ma purtroppo, che differenza... Silenzio, aria cupa e amarezza, se non fosse che in questa città c’è sempre un sole desertico. Certo, nessuno ha mai pensato di impiantare un albero, invece di un piano regolatore fuori dalla grazia di Dio.
Di fronte (il tempo e la distanza di sette strisce pedonali), il bianco di palazzine altissime, tutte cemento e coibentazione, bianche come lenzuola stese dove le macchie resistono anche alle alte temperature.
Basta affacciarsi, e i fortunati si trovano esattamente a una boccata di fibre dalla fabbrica. A pochi metri dalla loro vita c’è una discarica sotterranea di amianto, circondata da un esile cordone fatto di segnali di pericolo e da una altrettanto aleatoria promessa di riscatto. Si chiamava Fibronit e per cinquant’anni ha prodotto elementi per l'edilizia in amianto, in particolare il famigerato Eternit. Un nome, una garanzia…
E’ l'austriaco Ludwig Hatschek che nel 1901 brevetta il cemento-amianto e lo battezza Eternit. Che trovata. Anche amianto – ironia della sorte – viene dal greco amiantos, che vuol dire “senza macchia” e asbesto altra parola greca che sta per indistruttibile, inestinguibile. Come liberarsene?
Su quel suolo (circa 100.000 mq, 39.000 dei quali sono coperti da edifici industriali e magazzini) dovrebbe sorgere il Parco della Rinascita, voluto dall’Associazione Esposti all’Amianto (AEA) e dagli amministratori più avveduti.
La ex-fabbrica, che ha smesso di produrre Eternit nel 1985, è inserita nell’elenco dei siti inquinati di interesse nazionale contaminati da presenza di amianto ed è inclusa nel programma nazionale di bonifica e ripristino ambientale (Decreto Ministeriale Ambiente e Tutela Territorio 18/9/2001 n. 468). Lavori di “tutela della salute pubblica” già cominciati con una serie di interventi di bonifica. La ditta incaricata ha, ad esempio, provveduto a verniciare di blu i tetti dei capannoni, in modo da evitare che le fibre d’amianto possano continuare a disperdersi nell’aria. E’ stata fatta una messa in sicurezza provvisoria delle aree esterne dove, in alcuni punti, affioravano le tonnellate di amianto depositate nel sottosuolo. Lavori preliminari alla messa in sicurezza definitiva con la tombatura dell’area e la realizzazione del parco pubblico. «Prima di allora – dice Gianluigi Cesari della AEA - ogni volta che tirava vento ti dovevi fare solo il segno della croce.»
E quelli che sono morti? Sono i circa 330 tra operai e popolazione residente che hanno quotidianamente respirato Eternit.
E quelli che sono vivi? Sono 80.000, abitano nei quartieri situati a ridosso della fabbrica e sono a rischio.
Basta pensare a quello che era lo scenario prima dell’inizio dei lavori. I suoli della fabbrica contengono tuttora, sia pur “messi in sicurezza” – qualcosa come 70.000 metri cubi di materiali e scorie in fibrocemento contenenti amianto in pessimo stato di conservazione, rifiuti delle lavorazioni industriali ammassati a strati, oltre a grandi quantità di oli esausti altamente pericolosi per l’ambiente e le falde. Un altro mostro Perotti sotterrato a tre-cinque metri di profondità. In più ci sono cinquemila metri quadrati di tetti in amianto (le classiche onduline della veranda sul balcone o del capanno degli attrezzi in campagna ) polveri di lavorazione sotto i capannoni ed altri residui di materiali.
Primi mesi del 2008: nuove elezioni e il parco non è ancora rinato.
E intanto c’è ancora chi sostiene che le concentrazioni di amianto nell’area siano al di sotto dei limiti di legge…
Ad attendere la carovana di Avanti Pop all’arrivo c’è il presidente della circoscrizione Nichi Muciaccia. Nome pugliese che è come un biglietto da visita. Mai come la madre, Idea Nazionale Pepe, vedova Muciaccia, 93 anni che pure abbiamo incontrato. Idea Nazionale è il nome, Pepe di cognome e di fatto. Si vanta di essere discendente del generale Pepe, grande trascinatore di folle. Nichi somiglia a Giorgio Conte ed è pure avvocato, proprio come il cantautore di Asti. C’era anche don Angelo, grazie a lui sono arrivate le sedie. Quelle della parrocchia. Poi ha confessato di avere il cd dei Têtes, Ferré, l’amore e la rivolta.
Cantore di rivolta, l’ospite a sorpresa, il cantautore di Mola di Bari, Enzo Del Re. Un blitz dell’ultimo minuto per un artista anarchico e imprevedibile, musicista oggettista e corpofonista. Sono andata a trovarlo più volte per intervistarlo, così quella sera sono salita in macchina, 20 km all’andata, 20 al ritorno, e con Nicola Morisco e Daniele Trevisi, agitatori culturali della zona siamo andati a prenderlo a casa. Alla fine dello spettacolo la band lo ha salutato e lo ha invitato sul camioncino. Era la prima volta che andava ad un concerto che non fosse il suo. Un’altra volta vi spiegherò il perché. Chiedergli di cantare forse è troppo, pensai, ma avevo già rimediato una sedia di legno. La usa per suonare, la sedia è il suo strumento. Ero felice. Del Re ha intonato con la sua straordinaria voce Lavorare con lentezza, il suo “hit”, il lavoro come nocività, e a cena ha ordinato polpo, tanto per cambiare...
Lavorare con lentezza senza fare alcuno sforzo
chi è veloce si fa male e finisce in ospedale
in ospedale non c'è posto e si può morire presto
Lavorare con lentezza senza fare alcuno sforzo
la salute non ha prezzo, quindi rallentare il ritmo
pausa pausa ritmo lento, pausa pausa ritmo lento
sempre fuori dal motore, vivere a rallentatore
Lavorare con lentezza senza fare alcuno sforzo
ti saluto ti saluto, ti saluto a pugno chiuso
nel mio pugno c'è la lotta contro la nocività
Lavorare con lentezza senza fare alcuno sforzo
Lavorare con lentezza
Lavorare con lentezza
Lavorare con lentezza
Lavorare con lentezza
Lavorare con lentezza
I lavori massacranti esistono perché i pesi e i compiti non sono egualmente distribuiti
adoro il lavoro ma detesto la fatica
la fatica è quel dolore fisico che si oppone alla continuazione del lavoro
perciò io… tenghe ‘na voglia ‘na voglia ‘e fa nient
comme o sole dinte a cape m’è trasuta a penzate
e s’incontre p’a via chi ha inventate a fatica
io ti giuro l’accite pecché
tenghe ‘na voglia ‘na voglia ‘e fa niente
Si a fatica era bona ma consigliava o dottore
si a fatica era bona non pregavano i preti:
«benedizione alla fatica e a chi la vuole»
tenghe ‘na voglia ‘na voglia ‘e fa niente
Chi m’ha mise in catena
passe a vita in vacanza
io fatiche e fatiche
e passo pure da stronzo
vaffanculo alla fatica e a chi la vuole
tenghe ‘na voglia ‘na voglia ‘e fa niente
A fatica è onore
ma s’io ma scanzo meglio angore
beato a chi cun me sa riesce a scanzà
tenghe ‘na voglia ‘na voglia ‘e fa niente
Enzo Del Re
Contro gli orrori prodotti dalla fabbrica che ha infettato i lavoratori, i ruoli dell’aedo e dell’Io c’ero sono affidati rispettivamente agli attori Moni Ovadia e Danilo Nigrelli. Tra canzoni e filmati di denuncia sull’amianto, anche la testimonianza radiofonica di Guido Vanni, l’ultimo superstite di una famiglia sterminata dalle polveri incriminate. E’ nato ed è cresciuto con i genitori e tre sorelle in un appartamento all’interno della Fibronit. Era l’inizio degli anni Cinquanta, gli operai si spostavano dal sud alle fabbriche del nord, la famiglia Vanni in controtendenza il lavoro lo trova in Puglia… senza immaginare a quale destino sarebbe andata incontro.
A Bari come alla Breda di Sesto San Giovanni gli operai ci sono, testimoni di una lotta strenua al diritto e al rispetto. Di amianto sono morte le donne che lavavano le tute dei loro mariti operai. Di amianto “malattia operaia” qui a Bari è morto un musicista che andava a piedi al Conservatorio, passando ogni giorno da via Caldarola.
giovedì 4 luglio 2013
mercoledì 19 giugno 2013
La passione per Léo Ferré,
tra il mare e la memoria
Qualche anno fa ho incontrato da vicino vicino Juliette Gréco. E’ accaduto al Festival Léo Ferré di San Benedetto del Tronto dove “la musa degli esistenzialisti” incarnava, ancora una volta, il ruolo della vedette. Si è seduta a tavola con noi intorno all’una di notte ed ha accettato di cantare in coro “Nel blu dipinto di blu”, trascinata dall’entusiasmo di Giuseppe Gennari, arzillo “gondoliere” tra il mare e la memoria, con maglietta a righe orizzontali d’ordinanza, travolgente e atletico come Alberto Sordi nel film “Venezia, la luna e tu”. Nessuno resta immune dall’ardore di Pino, professore di francese, nonché poeta e traduttore, che alla scuola della poesia ha imparato a battersi, anche per tenere in vita la rassegna dedicata a Léo, un festival che quest’anno, alla diciottesima edizione e, specie in alcuni momenti altissimi di fusione artista-pubblico, ha raggiunto la maturità classica e moderna insieme.
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| Giuseppe Gennari, direttore artistico del Festival Léo Ferré |
La vedette femminile di questo Festival si chiama Annick Cisaruk, cantante e attrice parigina di padre ucraino e, come la Gréco con il suo amore-autore, il pianista Gérard Jouannest, Annick è accompagnata nella vita e sul palcoscenico dal marito David Venitucci, francese di nonni italiani, emigrati dalla Puglia di Corato alla più italiofona città d’Oltralpe, Grenoble. Un’orchestra racchiusa in una fisarmonica. Sarei rimasta ad ascoltarli per ore. Voce e accordéon, il più lontano possibile dall’uso tradizionale da intrattenimento folk tipico dello strumento che, peraltro, proprio nelle Marche, a Castelfidardo, ha un padre illustre, Paolo Soprani.
Quello di Venitucci è un sistema uomo-strumento, capace di economie di scala prodigiose, dalla melodia, all’arrangiamento, citando intere sezioni orchestrali e assoli, rumori, ambienti evocati di volta in volta dalla canzone eseguita. Per tutte valga la risacca del mare che suggella il finale di “La mémoire et la mer” e mozza il fiato a chi l’ascolta. Superbe!
La costante di questo
Festival è la commozione. Perché tutti noi siamo arrivati a Léo Ferré
attraverso gli affetti più cari. (Suggerisco, a questo proposito il post di
Gatto Atlantico, “Intimamente (Léo e gli altri)”). Per evitare derive personali, il mio approdo lo racconto attraverso le parole di Maurizio Silvestri, fondamentale alter ego di Gennari nella direzione del festival: “Giugno 1997, le strade di San Benedetto tappezzate da un anacronistico ma fascinoso manifesto nero con qualche accenno di rosso… titolava 3º Festival Ferré e nella prima serata c’erano i mai sentiti Tetes de Bois… La prova sul palco fu straordinaria, una rivelazione lo loro miscela di rock e poesia. Devo a quel concerto l’aver amato le canzoni di Léo.”
C’è dell’altro e arriverà in autunno (un disco dei Tetes, nuovo tributo al grande artista monegasco a dieci anni dal cd “Ferré, l’amore e la rivolta” e a vent’anni dalla sua scomparsa), ma in principio fu un concerto, un compagno o un fratello maggiore. Anche per la bella Annick. Era adolescente agli albori degli anni Settanta e sul giradischi del primogenito di casa Cisaruk, si andava da Léo Ferrè ai Rolling Stones passando per Frank Zappa, forse come naturale elemento di congiunzione tra i primi due. Léo aveva lunghi capelli bianchi e sul sorriso lo spazio di una rosa in mezzo ai denti. In Francia lo chiamano “espace de bonheur”, spazio della felicità. Ce l’hanno Jane Birkin, Vanessa Paradis e la piccola Gea. Anche l’attrice Lea Massari, che il prossimo 30 giugno compirà 80 anni. All’anagrafe Anna Maria, ma scelse il suo nome d’arte in memoria dell’uomo che avrebbe dovuto sposare, Leo.
Un giorno, nell’estate dei suoi 15 anni, Annick Cisaruk va a Lione dove, guarda caso, proprio in serata, si sarebbe esibito Léo Ferré, quello “vecchio” che tuonava dalla cima della pila di dischi del salotto. Ormai il biglietto era nelle sue mani, un regalo del saggio e avveduto fratello, così Annick, seppur controvoglia, varcò l’ingresso di quel teatro. Ne fu sconvolta, l’incontro con la poesia di Léo le mise a soqquadro il cuore al punto da decidere quella sera stessa cosa avrebbe fatto nella vita, salire su un palcoscenico e, un giorno, cantare proprio quei versi di amore e di rivolta.
© Riproduzione riservata
giovedì 25 aprile 2013
Mio fratello è figlio unico… ed io sono sua madre
I fatti:
richiesta nel Municipio di appartenenza, 5 punti, due genitori lavoratori a
tempo pieno, 18 punti, un altro figlio non residente (che non fa punteggio) e
la tua domanda alla Scuola dell'Infanzia, la Scuola “Materna”, finisce
all'undicesimo posto tra quelle respinte. Tutto questo prima ancora di andare a
guardare il reddito. Valgono altri parametri: se hai fratelli e sorelle, se
provieni da Nidi comunali, se ti trovi in condizione di netto svantaggio sul
piano della salute del piccolo o dei genitori. Ma se il tuo compagno, ad
esempio, ha altri figli a cui già provvede su tutti i fronti, ma non sono inseriti nel “nucleo
familiare”, questo non ti aiuterà in graduatoria.
Su 32 posti,
come puoi sperare che un terzo, in lista d’attesa prima di te, possa
rinunciare? Questa volta ero davvero serena di farcela e ci contavo abbastanza,
pensando di entrare di diritto nella cosiddetta scuola dell’obbligo. Di
entrarci come mamma, s’intende. Invece scopro che, alla Materna, non c’è proprio
nessuno ad attenderti. Altra incoerenza. Come potrebbe una scuola diventare
improvvisamente obbligatoria a 6 anni, tralasciando al caso il periodo
altamente formativo che la precede? E’ chiaro che anche qui si fa affidamento
al senso del dovere e del sacrifico e che mamma, papà e nonni, in qualche modo,
provvederanno all’inserimento sociale e scolastico dei figli pagando
profumatamente scuole private, baby parking, baby sitter, babytaxi, ludoteche,
alcune addirittura arredate con adorabili banchetti e sedioline in fòrmica, ad
evocare la classi della nostra infanzia… una classe che non c’è più.
Fin dal
nome, “materna”, tanto per cambiare, l’antifona è sempre la stessa: i figli
sono della madre e il padre è sempre, in qualche modo, incerto. E non è un
caso. E’ un programma politico. E’ come avere la fascia di miss eleganza o miss
cinema al concorso per la più bella. Non sei tu la prima, ma hai una qualità
rara. Sei svantaggiata su tanti piani come donna e come madre, ma sei un’istituzione,
sei la Scuola. Prima di ogni obbligo, c’è solo il richiamo ancestralmente
materno. Costei ne sarà pure orgogliosa e onorata, ma questo non deve far
scrollare di dosso agli altri, alla società, le proprie responsabilità. Perché
non chiamarla “scuola sociale”? Certo, fa un po’ “centro sociale”, ma dai tre
ai sei anni si compiono progressi da giganti, a proposito del cosiddetto
inserimento o del precoce svezzamento. I figli sono di tutti. Io la penso così.
E invece resti solo, spesso e volentieri, e sei figlia unica, con un figlio
unico.
Degli
effetti dei cambiamenti, un tempo, te ne accorgevi a lungo andare, vedevi i
risultati delle trasformazioni solo con l’allontanarsi dell’orizzonte. Oggi i
cambiamenti li vivi sulla tua pelle giorno per giorno. Se fai un figlio, sei
punito. Non basta aver faticato tanto, prima, durante e dopo il parto, i
problemi su come far quadrare tutto, figlio e lavoro, sempre che tu riesca a
mantenerlo il posto di lavoro, ma sei pure colpevole di averne uno solo. In
psicologia sociale un numero superiore al due fa “gruppo”, il terzo che
spariglia. In casa, il terzo spariglia e basta. Non fa gruppo, non fa famiglia
per un sistema che ti chiede due o tre figli affinché almeno uno possa entrare
tranquillamente nella Scuola Materna, e poi non lo prevede. Ma neanche questo è
detto. In molte rinunciano. Specie negli anni del Nido. Se devi lavorare per
pagare l’Asilo, tanto vale goderti tuo figlio. Fino ai tre anni può essere
anche un privilegio, se hai qualcuno che ti aiuta, ma non deve diventare un
alibi. E gli altri tre prima delle elementari?
Devi impugnare, si dice, la
pratica, il che significa infilare una dopo l’altra una serie di coincidenze
favorevoli, trovare l’ufficio, trovarlo aperto, trovarvi qualcuno dentro al suo
posto, qualcuno al posto giusto, dopo aver atteso come una tigre in gabbia il
tuo numero, pretendere che gli altri condividano la tua logica che poi è logica
e basta ma sul modulo quello che tu stai chiedendo non è previsto e quindi la
logica non è applicabile, magari condivisibile, ma inutilmente.
Resistere,
che non significa sopportare ma contrastare, serve sempre. Forse non sarai tu
ad avvantaggiartene, ma a chi verrà dopo di te avrai spianato la strada. E
forse, un giorno, sarà il tuo stesso datore di lavoro a prevedere un posto
anche per la prole. Solo l’Imu oggi in Italia è stata concepita peggio, a
proposito di parametri, mettendo in crisi anche le uniche certezze che ci erano
rimaste, la casa e la mamma.
sabato 16 febbraio 2013
Habemus Festival
La rassegna cambia connotati...
La tentazione di trovare un nesso tra il clima di questa edizione del
Festival e i mutamenti storico-sociali che hanno portato il Papa alle
dimissioni, è forte.
Le antenne Tese di Elio hanno captato e messo il tutto in rima con un tempismo eccezionale, ma è ancora presto per fare bilanci di questo tipo, almeno finché il cosiddetto “orizzonte storico” non si sarà allontanato un po’.
Sicuramente la conduzione Fazio-Littizzetto ha avuto il suo peso specifico e il gruppo di autori ha fatto la differenza con le edizioni del passato ovattate, tutte inserite e chiuse nell’autoreferenzialità televisiva poco disposte ad uscire dai soliti binari. Certo, Sanremo resta una grande cerimonia dei media e, soprattutto, una gara, con una griglia di partenza piuttosto vincolante. Spetta al gruppo di lavoro, allo stile e alla personalità del conduttore/direttore artistico svincolarlo dalla sua baudità. Questo, credo, abbia fatto Fazio, più abituato ad una quotidianità televisiva che si nutre di realtà, di letture e lettura della realtà e non va a caccia di altri mondi impossibili per anestetizzarla.
Differenza di intendere il Varietà: non un mattatore che esibisce le due bonazze del momento, ma un cavalier cortese che fa calzare alla Littizzetto la scarpetta di Cenerentola, mentre si discute di canzone d’autore, di pianoforte, di musica colta e popolare, di violenza sulle donne, del bene fra gli uomini, di amore senza distinzione di sesso.
Le antenne Tese di Elio hanno captato e messo il tutto in rima con un tempismo eccezionale, ma è ancora presto per fare bilanci di questo tipo, almeno finché il cosiddetto “orizzonte storico” non si sarà allontanato un po’.
Sicuramente la conduzione Fazio-Littizzetto ha avuto il suo peso specifico e il gruppo di autori ha fatto la differenza con le edizioni del passato ovattate, tutte inserite e chiuse nell’autoreferenzialità televisiva poco disposte ad uscire dai soliti binari. Certo, Sanremo resta una grande cerimonia dei media e, soprattutto, una gara, con una griglia di partenza piuttosto vincolante. Spetta al gruppo di lavoro, allo stile e alla personalità del conduttore/direttore artistico svincolarlo dalla sua baudità. Questo, credo, abbia fatto Fazio, più abituato ad una quotidianità televisiva che si nutre di realtà, di letture e lettura della realtà e non va a caccia di altri mondi impossibili per anestetizzarla.
Differenza di intendere il Varietà: non un mattatore che esibisce le due bonazze del momento, ma un cavalier cortese che fa calzare alla Littizzetto la scarpetta di Cenerentola, mentre si discute di canzone d’autore, di pianoforte, di musica colta e popolare, di violenza sulle donne, del bene fra gli uomini, di amore senza distinzione di sesso.
Se un nesso c’è, potremmo dire che, come la Chiesa, anche il festival si laicizza. Il Vicario di Cristo in terra, rinunciando all’investitura divina, si svincola dalla sacralità del suo ruolo, del suo sottostare alla volontà divina che lo vuole lì, indiscusso, sul suo scranno. Ogni futuro Papa sarà lì per volere di altri uomini, per nomina politica, editoriale, come dir si voglia, né più né meno del direttore artistico di Sanremo.
Un atto rivoluzionario – qualcuno ha
già detto – quello di Benedetto XVI. Una rivoluzione laica, aggiungo, quella di
cui si mormora anche ad altri piani e in altri strati della società, quella che
fa sparire le piume dello struzzo da un programma così nazionalpopolare come il
Festival della Canzone ed invita a non abbassare mai la testa. Il movimento di
Ingroia, ad esempio, ha intuito questo spazio di recupero, ma avrebbe dovuto
più coraggiosamente chiamare il suo impegno “Rivoluzione laica”, non “civile”,
e non per una questione di ossimoro (figura retorica di tutto rispetto), tra
due termini peraltro nemmeno così in contraddizione come può sembrare, ma
perché la parola, l’aggettivo del momento è “laica”. “Rivoluzione laica” meglio
esprimerebbe il sentimento di chi non sa a quale movimento votarsi alle
prossime elezioni. Rivoluzione laica è quella che mi fa sintonizzare con alcuni
artisti e argomenti toccati da questo Sanremo, Elio su tutti, che nella canzone
eliminata la prima sera, “Dannati forever”, oltre a sintetizzare il controverso
rapporto tra gli uomini e la fede (cantando “pa, pa-pa-pa, pa-pa-pazzesco”), con il
suo travestimento e cuoricini rossi cuciti sul risvolto delle maniche, allude
all’amore per l’abito talare o con l’abito talare. Il verso capolavoro è: “All’inferno,
all’inferno! Co co co come la Reggio Calabria – Salerno” dove il
semplice capovolgimento del nome della famigerata autostrada svela
l’inquietantissima rima.
Per me gli Elii dovrebbero vincere, come nel 1996 con “La terra dei cachi”, ma allora arrivarono secondi dopo Ron e Tosca: “Se vinciamo noi, è chiaro che il Festival è truccato, se perdiamo è ovvio che il Festival è truccato”, disse allora il cantante più truccato. Trucchi musicali molto istruttivi e “La canzone mononota” dovrebbe andare a sostituire nell’immaginario sanremese delle scuole dell’infanzia il primato di Povia. Degno di nota l’esilarante finale, a proposito di laico coraggio: “C’è poi il samba di una nota sola / Ma, se ascolti attentamente, dopo un po’ cambia: / Jobim non ha avuto le palle di perseguire un obiettivo / Non ci ha creduto fino in fondo / Invece / Noi / Sì”. L’unico limite del pezzo è che il primo ascolto lo brucia e lo fissa per sempre in quegli unici tre minuti performativi e da canzone “mononota” diventa canzone “monouso”. Perso il gioco a sorpresa, svelato il trucco che ti costringe a seguire come si dipana e dove va parare la canzone, al secondo ascolto è già calata tutta la tensione. Resta però uno straordinario esempio di bravura e di passione per la musica.
Abbiamo un festival che per metà punta sugli autori già consacrati, per
metà sugli interpreti, usciti da quelle scuole televisive che a furia di
puntare sugli interpreti creeranno una generazione di cantanti pirandellianamente in cerca di
autore. Tutte produzioni importanti, a cui molti cantautori di qualità non
riescono ad avere accesso, con un unico contentino per i Marta sui Tubi, intesi
come “quota indie” e “indipendente” che comincia ad avere una sua fetta
canonica della torta festivaliera. Tra i due pezzi della band siciliana,
preferivo “Dispari”, un titolo che non può non farmi venire in mente il primo fondamentale
disco di Pino Marino.
Quest’anno, però, si è instaurato una specie di governo ombra. Credo
che, sul piano della gara, ci sia un doppio livello di lettura, ovvero una gara
parallela fra gli autori. Zampaglione contro Bianconi dei Baustelle, Servillo e
Mesolella degli Avion contro Enzo Gragnaniello, la coppia Nannini-Pacifico,
Giuliano Sangiorgi addirittura contro se stesso. Molti voti a favore dell’una o
dell’altra canzone che ogni artista ha presentato sono stati determinati
sicuramente dalla firma più glamour in questo momento. Zampaglione ha scritto
una canzone tiromancata e sanremese per Chiara, che l’ha caricata di inutile
enfasi, più scontata quella di Bianconi che ci consegna la vincitrice di X
Factor in stile Zanicchi anni 90.
In generale, abbiamo ascoltato pezzi vintage, Malika dall’eleganza anni
’60, evoca la Mina delle mani che ricamano la voce alle prese con un classico
di Aznavour, Simone Cristicchi, con una filastrocca che poteva benissimo servire
da gag ai Gufi e ad Alberto Sordi. Sarò ossessionata dalle citazioni, ma il
frac con fiore all’occhiello a Sanremo fa tanto Rino Gaetano e Max Gazzè è
notoriamente un grande ammiratore del cantautore calabro-romano. Solo che la
canzone più che a Gianna, ammicca a Raffaella (Carrà).
![]() |
| Antonio Maggio |
Un applauso a Renzo
Rubino, il riscatto di Umberto Bindi mezzo secolo dopo, un altro al vincitore
fra i Giovani, Antonio Maggio, che parla e si muove, addirittura fa una leggera
rotazione della testa, come Nicola Arigliano. Sarà che anche lui, come il suo
illustre conterraneo scomparso, arriva da Squinzano, provincia di Lecce. Non si
è persa occasione, tra cantanti, temi, omaggi, gente comune ed ospiti
internazionali, per parlare finalmente di omosessualità senza ipocrisie,
cercando di stare al passo anche con altre interfacce mediatiche come i social nework.
Quando seguivo da inviata il festival potevo fare il pelo e il contropelo in
virtù di 8 giorni di vero e proprio ritiro, ma anche adesso vado a caccia di
dettagli che meriterebbero un’evidenza maggiore. Ad esempio, è possibile mettere
nero su bianco che il 2013 è il primo anno in cui i selezionati tra i giovani
sono tutti anche autori delle proprie canzoni. La tendenza è degli ultimi anni,
ma questa volta, sotto questo profilo, non c’è più nessun concorrente
sprovveduto. Ottime le referenze dei Blastema, prodotti dalle signore De Andrè,
Dori e Luvi, ma suonano davvero, il testo è poetico e hanno fatto un gran figurone. Insieme
a Nardinocchi, addirittura eliminato prima dei quarti di finale, sono quelli
che possono avere vita artistica indipendentemente dall’esito festivaliero. Dimenticavo
Silvestri: tanto era trascurabile la canzone eliminata, quanto nobile e magniloquente
“A bocca chiusa”. Protagonista, quest’anno, il pianoforte. Un’ideale consolazione
per il Ratzinger musicista, ma lo seguirà il Papa il festival? Gli interesserà il
verdetto finale?
lunedì 11 febbraio 2013
Quattro cavalli al Festival...
Alla vigilia
del sessantatreesimo Festival di Sanremo, persino il proverbiale ottimismo di
Mollica vacilla: “andrà bene? Io lo vedo così fiacco”. Ogni anno tutti si aspettano qualche miracolo,
e San Remo, che difatti si scriverebbe proprio così, staccato, non li fa. L’inviato
del Tg1 al seguito della Rai (una legione di 500, 600 persone coinvolte a vario
titolo) è da sempre uno dei più affezionati al tradizionale rituale
festivaliero, sinceramente preoccupato di risollevare il morale delle truppe. Così
ieri sera, al Gran Gala, il solito party di benvenuto per cantanti e addetti ai
lavori gentilmente allestito al Victory Morgana Bay, ma puntualmente disertato,
scatta la chiacchierata informale tra i pochi habitué che ogni anno si
ritrovano a lavorare a braccetto in questa avventura. Ora, è vero che il
Morgana è il locale più fashion della città ligure, ma siamo sicuri che questo
spreco di ”y”, lunghe file create ad hoc davanti all’ingresso, dj-cocktail set
e l’immancabile strizzatina al burlesque possano mettere insieme tutti i
protagonisti di questo Festival? Il resoconto finale della festa, infatti, registra
i venti minuti di presenza di Luciana Littizzetto e, come unico testimonial
della gara, Simone Cristicchi. Forse poteva essere la cornice giusta per la
spumeggiante Clerici o per il Bonolis più mattacchione, sicuramente meno per l’inappuntabile
e sobrio Fazio e, non a caso, lustrini e paillettes sono spariti anche dalla
scenografia dell’Ariston.
Dopo diciannove Festival a cura di Gaetano Castelli, la novità di quest’anno è l’arrivo di Francesca Montinaro, autrice di installazioni e scenografa dei programmi di Fazio e Saviano su Rai tre e della Bignardi su La7. Nel frattempo il “titolare” non è scomparso: costruisce castelli per la tv albanese e altri sogni al Moulin Rouge di Parigi.
Dopo diciannove Festival a cura di Gaetano Castelli, la novità di quest’anno è l’arrivo di Francesca Montinaro, autrice di installazioni e scenografa dei programmi di Fazio e Saviano su Rai tre e della Bignardi su La7. Nel frattempo il “titolare” non è scomparso: costruisce castelli per la tv albanese e altri sogni al Moulin Rouge di Parigi.
L’ispirazione
della Montinaro unisce “lo stupore barocco ideato dai fratelli Bibbiena, gli
strappi logori di Burri e i tagli filosofici di Fontana che fenderanno lo
spazio''.
Una scala centrale su un fondale fatto di teli di iuta, stile “Edward mani di forbice” e molto teatrale, la cui trasposizione televisiva sarà nelle mani di luce di Ivan Pierri, direttore della fotografia.
Tra color che son sospesi, restano ancora una volta gli orchestrali, fatti lievitare dalla buca canonica fin sopra gli obliqui trespoli dove sono appese le luci. Pare che la comodità e la possibilità di manovra per il musicista sia pari a quella di una seggiovia, con ringhiera pensata per una giusta protezione, ma non a misura di tromba e altri fiati a continuo rischio di impatto con la gabbia in piccionaia. Dopodiché, speriamo che nessuno degli orchestrali, già poco entusiasti del panorama, debba mai alzarsi prima del previsto.
Una scala centrale su un fondale fatto di teli di iuta, stile “Edward mani di forbice” e molto teatrale, la cui trasposizione televisiva sarà nelle mani di luce di Ivan Pierri, direttore della fotografia.
Tra color che son sospesi, restano ancora una volta gli orchestrali, fatti lievitare dalla buca canonica fin sopra gli obliqui trespoli dove sono appese le luci. Pare che la comodità e la possibilità di manovra per il musicista sia pari a quella di una seggiovia, con ringhiera pensata per una giusta protezione, ma non a misura di tromba e altri fiati a continuo rischio di impatto con la gabbia in piccionaia. Dopodiché, speriamo che nessuno degli orchestrali, già poco entusiasti del panorama, debba mai alzarsi prima del previsto.
A completare
il bozzetto iniziale, prosegue con altri dettagli una delle arredatrici, da tre settimane in trasferta per l’allestimento: “l’atmosfera è più cupa degli altri anni e
anche in giro vedo poco movimento. Sarà anche questo un segno della crisi”.
Dettagli di arredamento sono la sua specialità, per il Festival e per i
programmi Rai che di canzone sanremese in questi giorni si nutrono. Manca solo “La vita in diretta”: “Prima veniva
su tutta la redazione e faceva base al Casinò. Quest’anno ci saranno solo gli
inviati. Uno studio in meno da allestire”.
Poi c’è la parte istituzionale. “Alcune stanze dell’Ariston si trasformano in eleganti uffici per i direttori. Dai magazzini di via Teulada, Saxa Rubra e Dear ogni anno vengono rispolverati per una settimana tappeti, scrivanie, divani, computer e monitor per il direttore generale, il direttore di Rai uno, la segreteria di rete e il direttore dei grandi eventi. Solo il palcoscenico è imprevedibile e più raffinata è la scenografia, più di livello alto sono il design e il prezzo delle poltrone in scena per gli ospiti di turno. Da Roma sono arrivati due bilici solo per l’arredamento”.
Nessuna richiesta da camerino o capriccio da star. “Fazio è una persona molto riservata e questo starsene per conto suo, con il suo gruppo di autori che gli fanno da filtro, ha creato malcontento e distacco con noi della troupe, scenografi, assistenti audio, cameraman. Fino all’anno scorso c’era questa tradizione di stare tutti insieme, con i cantanti che si fermavano alle prove dei colleghi, addirittura sancita dal motto di Morandi “stiamo uniti”, ma quest’anno è tutto così sottotono e Fazio non si è mai visto in teatro e non ha ancora fatto le inquadrature”.
In un primo momento, inoltre, nel concept scenografico, non era prevista nemmeno un’apertura per consentire il passaggio di materiali di scena e persino le scalette che collegano il proscenio alla platea (tante volte qualcuno fosse invitato a salire sul palco) erano scomparse.
“Quest’anno, però, il direttore generale Gubitosi in prima fila non vuole vedere nessuno... " spiega la corrispondente di questo post che preferisce l'anonimato. "Sarà per questo che il sipario della rassegna si alzerà a illuminare e a scoprire tutta una parte del pubblico, le cosiddette poltronissime, vuote e messe sotto vetro, coperte e protette da una teca trasparente”. Una prima inquadratura ad effetto sul cui significato metaforico c’è da meditare.
Qualche posto riservato si recupererà con nuove poltrone laterali al palco, alimentando nello spettatore il fascino e il mistero di questo Teatro Ariston che, nella realtà, è molto più piccolo di quanto la tv riesca a far credere.
Poi c’è la parte istituzionale. “Alcune stanze dell’Ariston si trasformano in eleganti uffici per i direttori. Dai magazzini di via Teulada, Saxa Rubra e Dear ogni anno vengono rispolverati per una settimana tappeti, scrivanie, divani, computer e monitor per il direttore generale, il direttore di Rai uno, la segreteria di rete e il direttore dei grandi eventi. Solo il palcoscenico è imprevedibile e più raffinata è la scenografia, più di livello alto sono il design e il prezzo delle poltrone in scena per gli ospiti di turno. Da Roma sono arrivati due bilici solo per l’arredamento”.
Nessuna richiesta da camerino o capriccio da star. “Fazio è una persona molto riservata e questo starsene per conto suo, con il suo gruppo di autori che gli fanno da filtro, ha creato malcontento e distacco con noi della troupe, scenografi, assistenti audio, cameraman. Fino all’anno scorso c’era questa tradizione di stare tutti insieme, con i cantanti che si fermavano alle prove dei colleghi, addirittura sancita dal motto di Morandi “stiamo uniti”, ma quest’anno è tutto così sottotono e Fazio non si è mai visto in teatro e non ha ancora fatto le inquadrature”.
In un primo momento, inoltre, nel concept scenografico, non era prevista nemmeno un’apertura per consentire il passaggio di materiali di scena e persino le scalette che collegano il proscenio alla platea (tante volte qualcuno fosse invitato a salire sul palco) erano scomparse.
“Quest’anno, però, il direttore generale Gubitosi in prima fila non vuole vedere nessuno... " spiega la corrispondente di questo post che preferisce l'anonimato. "Sarà per questo che il sipario della rassegna si alzerà a illuminare e a scoprire tutta una parte del pubblico, le cosiddette poltronissime, vuote e messe sotto vetro, coperte e protette da una teca trasparente”. Una prima inquadratura ad effetto sul cui significato metaforico c’è da meditare.
Qualche posto riservato si recupererà con nuove poltrone laterali al palco, alimentando nello spettatore il fascino e il mistero di questo Teatro Ariston che, nella realtà, è molto più piccolo di quanto la tv riesca a far credere.
Infine, rispetto al cavalier Benigni di due anni fa, l’ingresso
della Littizzetto sarà da favola, sulla carrozza di Cenerentola trainata da
quattro cavalli bianchi, ma dovrà fermarsi e scendere fuori dal teatro. Al
Festival 2013 il primo desiderio l’ha esaudito proprio l'arredatrice di questa anteprima, contattando una ditta
romana che affitta mezzi di trasporto d’epoca per il cinema. Se dici mila… un genio
della lampada ripeterà anche il prezzo.
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