sabato 24 agosto 2013

Call for freedom

La musica di Eser Taşkıran nella Turchia di Erdoğan e di piazza Taksim


Eser Taşkıran


Si scrive Erdoğan, si legge Erdouan. Il Primo Ministro turco, Recep Tayyip Erdoğan, ha condannato la brutale repressione in Egitto, dicendo: “coloro che restano in silenzio davanti a questo massacro sono colpevoli tanto quanto chi lo ha compiuto. Un gravissimo atto contro un popolo che non faceva altro che manifestare pacificamente”. L’Obama dei suoi stati disuniti che, in queste ore tumultuose di lotta egiziana, offre lezioni di pacifismo e legalità, non può di certo sbandierarci il suo curriculum.
Appena tre mesi fa ha provocato l’esecuzione di cinque giovani che, in piazza Taksim a Instanbul, “non facevano altro che manifestare pacificamente”, ed ha causato il ferimento di altre mille persone. Di queste, dodici sono rimaste cieche, colpite dalle bombe lacrimogene sparate all’altezza dello sguardo. Me l’ha raccontato un musicista che a questa vicenda ha dedicato anche una canzone, “Barışa Çağrı ” (call for freedom o chiamata per la libertà).

Si chiama Eser Taşkıran (se si parla di curriculum, nel suo si contano quarantaquattro riconoscimenti artistici in ambito internazionale), ha quarant’anni, studia musica da quando ne aveva quattro, nel ‘95 ha fondato la rockband Egoist, è un produttore musicale ed è un giovane di Instanbul.

Con Eser parliamo dell’amore per l’Italia, per quel ruolo di mediazione culturale che la Penisola italiana dovrebbe avere perché connaturato alla sua storia e alla sua geografia, per quello che ha trasmesso ad Eser, studente del Liceo italiano di Instanbul che dice “Quando c’era un ponte da costruire, arrivavano gli italiani. Sono loro i migliori costruttori di ponti del mondo”. Non sarà perché in Italia abbiamo il Pontefice maximus? Ma questo ha a che vedere solo con una mia certa fissazione per l’etimologia.


Egoist

L’Italia per Eser è soprattutto musica. Perché?
“Se ho finito il liceo, lo devo ai miei insegnati italiani. In una scuola statale non ce l’avrei mai fatta, pensavo solo alla musica. In quella materia ero bravo, la mia professoressa, Elisabetta Di Stefano, ha trascorso una vita qui da noi ed era il correpetitore dell’Opera di Instanbul. Per i primi due anni ho fatto pratica intensiva di italiano, poi i miei compagni, figli degli ingegneri italiani arrivati qui all’epoca del secondo ponte sul Bosforo, hanno imparato la nostra lingua e di italiano ho conservato le amicizie e le canzoni…

Quali?
Qualche anno fa ho realizzato un progetto, le napoletane alla turca: brani interpretati da un trio di tenori e riarrangiati con gli strumenti della musica ottomana, come il darbuka, il bendir, la chitarra kanoun, il clarinetto sol, con l’accordatura pensata per le scale della musica orientale, oltre che con il mio pianoforte e l’Instanbul strings group, un ensemble di violini stile arabo.

Verso la metà degli anni Novanta, hai fondato un gruppo, gli Egoist. Canzoni Turche in chiave rock?
Il nostro ispiratore è Barış Manço, l’artista più amato in Turchia, purtroppo scomparso nel ’99. Un luminare, aveva frequentato il Liceo francese di Instanbul, e poi si era traferito in Belgio per studiare architettura. Ha ideato e realizzato programmi televisivi e dal ‘70 ha cominciato a produrre album di genere rock con temi orientali. Conosceva cinque lingue e, attraverso un sapiente uso della tv, ha dato un contributo molto forte alla crescita culturale del nostro Paese. E’ stata una personalità molto importante per tutta la Turchia e noi Egoist, con mia sorella Meltem alla voce solista, continueremo a suonare e a portare in giro la sua musica, che mescola rock alle radici e alla tradizione.

Allora Eser, a tre mesi dai fatti di piazza Taksim, il vostro premier Erdoğan sta cercando il modo di riabilitarsi?
Non ai nostri occhi. Ancora oggi piazza Taksim è presidiata dai toma, le macchine che spruzzano acqua ad alta pressione, e se tre persone passeggiano insieme nel parco, i poliziotti in tenuta antisommossa sono autorizzati a picchiarle. Erdoğan non riesce a sopportare le proteste della gente, chi si ribella è solo un terrorista. La storia è piena di errori, ma bisogna trovare il modo di chiedere scusa, altrimenti il popolo smette di credere nello Stato.

Ed Erdoğan non l’ha fatto…
No e dirò di più, con tutto quello che stava accadendo qui, decide di partire per fare un giro nei Paesi Arabi. Un tour di cinque giorni che non si poteva rimandare perché fissato da tempo. Così ci hanno detto. Nei suoi incontri si è messo a raccontare che un gruppo di pericolosi estremisti aveva portato bottiglie di alcolici nelle Moschee. Questo naturalmente ha dato ulteriore forza alla parte radicale della Turchia, un buon Primo Ministro dovrebbe avvicinare la sua gente, non metterla in guerra. Poteva dire che non aveva capito il nostro grande amore per la natura, ma no, non l’ha fatto.

Erdoğan è al governo da dodici anni, come fa ad avere un seguito così consistente?
Ha realizzato grandi cose, certamente… Non poteva diventare un dittatore senza aver fatto nulla. Ma se i numeri dicono che l’economia si è sviluppata, la realtà è ben diversa. Compriamo e vendiamo, ricompriamo e rivendiamo, ma cosa produciamo? Erdoğan è stato anche sindaco di Instanbul e ha costruito strade e opere pubbliche, ma essere lo Stato è un’altra cosa, devi aprire le braccia a tutto il Paese, non solo a coloro ai quali risulti simpatico. Sono sicuro che qualsiasi altro ministro della Comunità Europea al suo posto, dopo tante contestazioni e proteste, avrebbe detto mi dispiace devo andare, e invece sta ancora là, come se niente fosse…

Non ne sono così sicura… ma ritorniamo ai fatti di piazza Taksim e tentiamo di fare chiarezza sul bilancio delle vittime.
La protesta è partita con una ventina di ragazzi seduti a gambe incrociate nel nostro meraviglioso parco Gezi. Semplicemente c’erano delle enormi macchine che lo stavano radendo al suolo. Invece di sradicare gli alberi per ripiantarli altrove, cosa che avevano annunciato di fare, gli addetti alle operazioni stavano recidendo le piante con un taglio netto. I ragazzi sono rimasti lì a guardare, senza toccare nulla, con alcune tende per la notte. Bersaglio facile per i poliziotti che dapprima hanno pensato bene di appiccare il fuoco per bruciare il piccolo accampamento, poi hanno cominciato a picchiare i ragazzi che si erano lì riuniti. Credevamo di essere soli, ma la protesta è dilagata anche in altre città della Turchia, fino a coinvolgere diecimila persone.

In questi casi quello che ci fa sperare ancora è vedere come un movimento nato dal basso possa diventare una forza in grado di strutturarsi…
Infatti, un grande aiuto è arrivato dai Çarşı, i tifosi della nostra squadra di calcio, il Beşiktaş, gente abituata a stare con i poliziotti… Erano in ventimila. Ti racconto un episodio non secondario: il secondo giorno di violenza, questi Çarşı, che vuol dire “mercato”, sapendo che i poliziotti avrebbero indossato le maschere antigas, le hanno cosparse di colorante nero, limitando di fatto la visibilità di questi uomini armati fino ai denti. Purtroppo questo non ha impedito che uno di loro puntasse un’arma in faccia ad un ragazzo inerme. Si chiamava Ali Ismail Korkmaz ed era uno studente. Le altre persone che abbiamo perso per le percosse subite sono Ethem Sarısülük, Abdullah Cömert, Medeni Yıldım, Mehmet Ayvalıtaş.

Come a Genova…
Sì e voi cosa avete fatto al poliziotto?

Rispondi prima tu…
Qui il poliziotto lo hanno nascosto e non lo arresteranno mai. Capisci la gravità? Il poliziotto ha mirato alla testa, aveva tutta la volontà di uccidere quel ragazzo. Un altro è morto per le bastonate e un Ministro dello Stato ha detto che questo giovane era già molto malato e che non si poteva fare niente per curarlo. I dottori, tanti studenti in medicina, sono andati a soccorrere i feriti e sai cosa ha fatto lo Stato? Glielo ha impedito. Nelle macchine lancia-acqua c’era qualcosa di chimico, non era solo acqua, la nostra pelle era piena di scottature. Nei primi 6 giorni di scontri, i poliziotti hanno buttato bombe di gas pari a quelle che tutta la Comunità Europea utilizza in un anno. Erdoğan è andato alla scuola dei poliziotti turchi a stringergli la mano. “Avete scritto una leggenda”, gli ha detto. Certo, 5 morti, 1000 feriti, 12 occhi persi… è davvero una leggenda… Come possiamo credere a uno Stato del genere? Il problema grande è questo.

Nessuno ha fatto luce su questi morti?
Ma se anche gli avvocati sono stati arrestati? Gli avvocati che provavano a proteggere i giovani portati in caserma in modo illegale. La legge qui non esiste perché lo Stato può trasformarla come vuole. Sai un’altra novità in proposito? Chiunque, in ogni partita di calcio o cerimonia sportiva, verrà inquadrato da apposite telecamere a inneggiare contro lo Stato e il Primo ministro, verrà espulso e non potrà più mettere piede negli Stadi. Un’ altra nuova legge che mi ha fatto stare molto male dice che c’è un unico posto per tutti i musulmani e questo posto è la Moschea , ma noi aleviti abbiamo la nostra casa e un altro modo di pregare, si chiama Cem Evi, che vuol dire “casa di Cem”. E’ come se lo stato italiano dicesse che esiste solo la Chiesa cattolica e quella per gli ortodossi da oggi non esiste più. Lo stato deve essere alla stessa distanza da qualsiasi credenza… invece si sta formando un solo modo per pregare e per vivere.

Quando è iniziato questo processo di radicalizzazione?
Si va al voto l’anno prossimo, in Anatolia la radice dei radicali è ben salda e Erdogan è visto come un nuovo profeta. La religione ha questa forza, ecco perché il laicismo è molto importante, specie in un paese musulmano.
La Repubblica Turca è una repubblica molto giovane. Grazie al nostro grande capo Atatürk che, dopo la prima guerra mondiale, ha spazzato via le leggi religiose e ci ha fatto diventare una repubblica laica, oggi forse siamo il solo paese laico democratico fra i paesi musulmani e questo ci piace tantissimo, perché essere laico ci dà forza come uomini e come Paese. Il nostro Erdoğan , però, dopo il secondo mandato, ha cominciato a diventare un leader religioso, a dire che dovevamo fare almeno tre figli, ha messo tasse su alcolici e sigarette. L’aggettivo laico ora lo stiamo per perdere.

Eppure Erdoğan ha avuto un passato più trasgressivo, è finito persino in prigione in gioventù.

Era stato arrestato perché aveva letto una poesia in cui c’era una frase ambigua: “le moschee sono i luoghi in cui diventiamo di più”. Le moschee sono i posti in cui si va a pregare, non a fare riunioni politiche o d’altro genere. Pena prevista per l’oltraggio “in versi” alla moschea è la prigione. La poesia é di Adil Avaz.

Non c’è modo di arrivare a un compromesso storico con questi radicali?
Anche noi abbiamo fatto i nostri errori. Abbiamo ingaggiato una lotta per affrancare le donne dal copricato nelle nostre Università. Non lo sopportiamo, è per noi il nemico che vuole portare la nostra repubblica laica verso un paese musulmano. I radicali hanno usato questo punto contro di noi, dicendo: “apriremo le Università alle ragazze che credono”, capisci, si tratta di una leva importantissima…  Insomma non dovevamo odiare tanto questa “copertina”…  alla fine è solamente un vestito che ha dato una grande forza ai radicali. In quel periodo i nostri oppositori erano molto nervosi perché le loro figlie non potevano andare all’università e invece oggi ci sono bambine con le “copertine” anche alle elementari… Ora i radicali dicono che noi laici abbiamo protestato con tutta la nostra forza per tre alberi, ma quando c’era il problema del copricapo non abbiamo camminato al loro fianco.

Mi spieghi com’è fatto il copricato o, come dici tu, “copertina”?
Deve coprire la testa totalmente in modo che non si veda neanche un capello. La donna può indossare anche una parrucca, purché non si vedano i suoi veri capelli. Quello tradizionale turco dell’Anatolia, invece, non è così rigido, se si vede qualche capello non significa nulla. Questo però sai cosa comporta? Se ho un malore di domenica e di turno in ospedale c’è soltanto un medico donna, questo dottore con il copricapo non può neanche guardarmi. Non c’è giuramento di Ippocrate che tenga, può disinteressarsi totalmente, perché sono un uomo…

Salutiamoci con una nota di costume: i turisti sono venuti lo stesso in Turchia questa estate?
Un amico, un altro diplomato al mio Liceo, è il direttore di Prontotour, ditta turistica turco-italiana. Secondo le sue stime, il calo è stato del 40%.


© Riproduzione riservata

il video della canzone "Barışa Çağrı" di Eser Taşkıran dedicata a Piazza Taksim

giovedì 4 luglio 2013

Da qui all'Eternit... (in ricordo di Nichi Muciaccia)

(Dal libro "I diari del camioncino", a cura di Timisoara Pinto, 2007: la tappa barese del tour "Avanti Pop" dei Tetes de Bois, nata da un incontro con Nichi Muciaccia, Presidente della circoscrizione Madonnella di Bari, in prima linea nella battaglia contro la Fibronit, scomparso due notti fa...)


una fabbrica dentro la città
per troppi anni l’asbesto svolazza
e la legge sull’amianto
da pochi anni riconosce il dramma
e ancora non basta


L’amianto è fuori legge dal 1992
L’amianto è l’unica causa conosciuta di mesotelioma il tumore delle sierose addominali e polmonari (soprattutto pleure, la pleura è l’involucro che ricopre il polmone)
Non si vede ma si respira
la fibra di asbesto è 1300 volte più sottile di un capello umano
latenza patologica anche 30–40 anni
tumori da amianto in Italia 10.000
morti previsti entro il 2030 in Italia 30.000
Nel mondo 700.000
Europa 500.000
Usa 200.000
Solo per mesotelioma pleurico
ma molti altri tumori provoca l’amianto…
4 regioni non hanno ancora il registro mesoteliomi
Il giudice Guariniello ha rinviato a giudizio i dirigenti Eternit fabbrica svizzera che produceva amianto-cemento per aver nascosto la pericolosità dell’amianto.
Si parla di 1000 morti a Casale Monferrato sede italiana dell’Eternit
e in Cina e in India e nel Terzo mondo?

Sabbia sotto il camion, sabbia sopra il camion. Una spiaggia sottosopra: crollata la persiana arrugginita di Punta Perotti, arriva Avanti Pop. Non un filo di vento a ridisegnare quella sabbia sul lungomare di Bari, solo le ruote del 615 a sollevare il polverone, mentre la danza delle mani di Licio Esposito su quella sabbia genera vortici di speranza. Difficile estirparla con un linguaggio diverso da quello dell’arte. Tutto procede a rilento. La tappa più calda del tour, la più balneare, se questo termine non evocasse scenari di benessere e serrande abbassate per ferie. La desolazione è la stessa, ma per il lavoro.
Qui il lavoro ha generato mostri, anzi ecomostri, inquietudine e nodi alla gola. In un angolo del lungomare, a pochi metri dall’enorme prato che fino a non molto tempo fa svaniva e non fiatava sotto il peso di 70.000 metri cubi di cemento dall’aria spettrale e abusiva, il colpo d’occhio intercetta un’altra sagoma. Altrettanto strana, anche un pò arrugginita, ma in scala ridotta, quantomeno. Chi l’ha mai visto un palco così?
E’ a Bari che Avanti Pop incontra lo scoglio della relazione tecnica di staticità del camion-palco, dell’individuazione e della concessione del suolo pubblico, come se quel suolo fosse sacro e inviolabile. Ma non mi pare si possa dire di quella situazione o di chi negli anni ha permesso che quel suolo fosse contaminato da una fabbrica grande quanto un intero quartiere al centro di Bari e da un casermone alto 13 piani, arenato come una nave da crociera e poi, finalmente come qualcuno ha voluto, si è inabissata per sempre. 24 aprile 2006, altra liberazione: uno scoppio per implosione e la “saracinesca Perotti”, come è stata definita, è crollata in 5 secondi. Tanta polvere, altra polvere e qualche ragazzo raccoglie pezzi di cemento per cimelio e si fa fotografare, come a Berlino. Insomma, niente più scenografie ingombranti, in fondo al lungomare solo il camioncino.

Alla Fibronit, dentro ai cancelli, la tappa non si poteva fare. A 22 anni dalla chiusura, sulle pareti esterne di quella fabbrica fatiscente c’è ancora il cartello: “attenzione zona inquinata, vietato l’accesso”. La serata è dedicata a quanti si sono ammalati e hanno perso la vita andando a lavorare tutte le mattine al 13 di via Caldarola, una metonimia, un indirizzo mimetico e indelebile come via Veneto per la Dolce Vita. Ma purtroppo, che differenza... Silenzio, aria cupa e amarezza, se non fosse che in questa città c’è sempre un sole desertico. Certo, nessuno ha mai pensato di impiantare un albero, invece di un piano regolatore fuori dalla grazia di Dio.
Di fronte (il tempo e la distanza di sette strisce pedonali), il bianco di palazzine altissime, tutte cemento e coibentazione, bianche come lenzuola stese dove le macchie resistono anche alle alte temperature.
Basta affacciarsi, e i fortunati si trovano esattamente a una boccata di fibre dalla fabbrica. A pochi metri dalla loro vita c’è una discarica sotterranea di amianto, circondata da un esile cordone fatto di segnali di pericolo e da una altrettanto aleatoria promessa di riscatto. Si chiamava Fibronit e per cinquant’anni ha prodotto elementi per l'edilizia in amianto, in particolare il famigerato Eternit. Un nome, una garanzia…

E’ l'austriaco Ludwig Hatschek che nel 1901 brevetta il cemento-amianto e lo battezza Eternit. Che trovata. Anche amianto – ironia della sorte –  viene dal greco amiantos, che vuol dire “senza macchia” e asbesto altra parola greca che sta per indistruttibile, inestinguibile. Come liberarsene?
Su quel suolo (circa 100.000 mq, 39.000 dei quali sono coperti da edifici industriali e magazzini) dovrebbe sorgere il Parco della Rinascita, voluto dall’Associazione Esposti all’Amianto (AEA) e dagli amministratori più avveduti.
La ex-fabbrica, che ha smesso di produrre Eternit nel 1985, è inserita nell’elenco dei siti inquinati di interesse nazionale contaminati da presenza di amianto ed è inclusa nel programma nazionale di bonifica e ripristino ambientale (Decreto Ministeriale Ambiente e Tutela Territorio 18/9/2001 n. 468). Lavori di “tutela della salute pubblica” già cominciati con una serie di interventi di bonifica. La ditta incaricata ha, ad esempio, provveduto a verniciare di blu i tetti dei capannoni, in modo da evitare che le fibre d’amianto possano continuare a disperdersi nell’aria. E’ stata fatta una messa in sicurezza provvisoria delle aree esterne dove, in alcuni punti, affioravano le tonnellate di amianto depositate nel sottosuolo. Lavori preliminari alla messa in sicurezza definitiva con la tombatura dell’area e la realizzazione del parco pubblico. «Prima di allora – dice Gianluigi Cesari della AEA - ogni volta che tirava vento ti dovevi fare solo il segno della croce.»
E quelli che sono morti? Sono i circa 330 tra operai e popolazione residente che hanno quotidianamente respirato Eternit.
E quelli che sono vivi? Sono 80.000, abitano nei quartieri situati a ridosso della fabbrica e sono a rischio.

Basta pensare a quello che era lo scenario prima dell’inizio dei lavori. I suoli della fabbrica contengono tuttora, sia pur “messi in sicurezza” – qualcosa come 70.000 metri cubi di materiali e scorie in fibrocemento contenenti amianto in pessimo stato di conservazione, rifiuti delle lavorazioni industriali ammassati a strati, oltre a grandi quantità di oli esausti altamente pericolosi per l’ambiente e le falde. Un altro mostro Perotti sotterrato a tre-cinque metri di profondità. In più ci sono cinquemila metri quadrati di tetti in amianto (le classiche onduline della veranda sul balcone o del capanno degli attrezzi in campagna ) polveri di lavorazione sotto i capannoni ed altri residui di materiali.
Primi mesi del 2008: nuove elezioni e il parco non è ancora rinato.
E intanto c’è ancora chi sostiene che le concentrazioni di amianto nell’area siano al di sotto dei limiti di legge…

Ad attendere la carovana di Avanti Pop all’arrivo c’è il presidente della circoscrizione Nichi Muciaccia. Nome pugliese che è come un biglietto da visita. Mai come la madre, Idea Nazionale Pepe, vedova Muciaccia, 93 anni che pure abbiamo incontrato. Idea Nazionale è il nome, Pepe di cognome e di fatto. Si vanta di essere discendente del generale Pepe, grande trascinatore di folle. Nichi somiglia a Giorgio Conte ed è pure avvocato, proprio come il cantautore di Asti. C’era anche don Angelo, grazie a lui sono arrivate le sedie. Quelle della parrocchia. Poi ha confessato di avere il cd dei Têtes, Ferré, l’amore e la rivolta.
Cantore di rivolta, l’ospite a sorpresa, il cantautore di Mola di Bari, Enzo Del Re. Un blitz dell’ultimo minuto per un artista anarchico e imprevedibile, musicista oggettista e corpofonista. Sono andata a trovarlo più volte per intervistarlo, così quella sera sono salita in macchina, 20 km all’andata, 20 al ritorno, e con Nicola Morisco e Daniele Trevisi, agitatori culturali della zona siamo andati a prenderlo a casa. Alla fine dello spettacolo la band lo ha salutato e lo ha invitato sul camioncino. Era la prima volta che andava ad un concerto che non fosse il suo. Un’altra volta vi spiegherò il perché. Chiedergli di cantare forse è troppo, pensai, ma avevo già rimediato una sedia di legno. La usa per suonare, la sedia è il suo strumento. Ero felice. Del Re ha intonato con la sua straordinaria voce Lavorare con lentezza, il suo “hit”, il lavoro come nocività, e a cena ha ordinato polpo, tanto per cambiare...

Lavorare con lentezza senza fare alcuno sforzo
chi è veloce si fa male e finisce in ospedale
in ospedale non c'è posto e si può morire presto

Lavorare con lentezza senza fare alcuno sforzo
la salute non ha prezzo, quindi rallentare il ritmo
pausa pausa ritmo lento, pausa pausa ritmo lento

sempre fuori dal motore, vivere a rallentatore

Lavorare con lentezza senza fare alcuno sforzo
ti saluto ti saluto, ti saluto a pugno chiuso
nel mio pugno c'è la lotta contro la nocività

Lavorare con lentezza senza fare alcuno sforzo

Lavorare con lentezza
Lavorare con lentezza
Lavorare con lentezza
Lavorare con lentezza
Lavorare con lentezza

I lavori massacranti esistono perché i pesi e i compiti non sono egualmente distribuiti
adoro il lavoro ma detesto la fatica
la fatica è quel dolore fisico che si oppone alla continuazione del lavoro
perciò io… tenghe ‘na voglia ‘na voglia ‘e fa nient
comme o sole dinte a cape m’è trasuta a penzate
e s’incontre p’a via chi ha inventate a fatica
 io ti giuro l’accite pecché
tenghe ‘na voglia ‘na voglia ‘e fa niente
Si a fatica era bona ma consigliava o dottore
si a fatica era bona non pregavano i preti:
«benedizione alla fatica e a chi la vuole»
tenghe ‘na voglia ‘na voglia ‘e fa niente
Chi m’ha mise in catena
passe a vita in vacanza
io fatiche e fatiche
e passo pure da stronzo
vaffanculo alla fatica e a chi la vuole
tenghe ‘na voglia ‘na voglia ‘e fa niente
A fatica è onore
ma s’io ma scanzo meglio angore
beato a chi cun me sa riesce a scanzà
tenghe ‘na voglia ‘na voglia ‘e fa niente

Enzo Del Re


Contro gli orrori prodotti dalla fabbrica che ha infettato i lavoratori, i ruoli dell’aedo e dell’Io c’ero sono affidati rispettivamente agli attori Moni Ovadia e Danilo Nigrelli. Tra canzoni e filmati di denuncia sull’amianto, anche la testimonianza radiofonica di Guido Vanni, l’ultimo superstite di una famiglia sterminata dalle polveri incriminate. E’ nato ed è cresciuto con i genitori e tre sorelle in un appartamento all’interno della Fibronit. Era l’inizio degli anni Cinquanta, gli operai si spostavano dal sud alle fabbriche del nord, la famiglia Vanni in controtendenza il lavoro lo trova in Puglia… senza immaginare a quale destino sarebbe andata incontro.
A Bari come alla Breda di Sesto San Giovanni gli operai ci sono, testimoni di una lotta strenua al diritto e al rispetto. Di amianto sono morte le donne che lavavano le tute dei loro mariti operai. Di amianto “malattia operaia” qui a Bari è morto un musicista che andava a piedi al Conservatorio, passando ogni giorno da via Caldarola.



mercoledì 19 giugno 2013

La passione per Léo Ferré,
tra il mare e la memoria



Qualche anno fa ho incontrato da vicino vicino Juliette Gréco. E’ accaduto al Festival Léo Ferré di San Benedetto del Tronto dove “la musa degli esistenzialisti” incarnava, ancora una volta, il ruolo della vedette. Si è seduta a tavola con noi intorno all’una di notte ed ha accettato di cantare in coro “Nel blu dipinto di blu”, trascinata dall’entusiasmo di Giuseppe Gennari, arzillo “gondoliere” tra il mare e la memoria, con maglietta a righe orizzontali d’ordinanza, travolgente e atletico come Alberto Sordi nel film “Venezia, la luna e tu”. Nessuno resta immune dall’ardore di Pino, professore di francese, nonché poeta e traduttore, che alla scuola della poesia ha imparato a battersi, anche per tenere in vita la rassegna dedicata a Léo, un festival che quest’anno, alla diciottesima edizione e, specie in alcuni momenti altissimi di fusione artista-pubblico, ha raggiunto la maturità classica e moderna insieme.

Giuseppe Gennari, direttore artistico del Festival Léo Ferré
Facendo suo l'adagio (anche musicalmente parlando) di Rimbaud, "On n'est pas sérieux, quand on a dix-septans", grazie all'adattamento in musica realizzato da Ferré, Gennari sembra tradurlo più autobiograficamente come "Non si può essere seri a settantasette anni", al punto da strappare un lungo sorriso persino alla Gréco, famosa per i suoi primi piani da Sfinge, un’icona bella ed enigmatica, dalla posa seriosa e austera. Difficile far impallidire la Gréco, con la sua pelle così chiara da far dire a Picasso che “si abbronzava alla luna”. Eppure a San Benedetto, l’altra sera, è apparsa un’altra Sfinge dagli occhi a mandorla che scioglie ogni incantesimo, regalando anima e corpo alle parole di Léo Ferré. Ecco perché la mia mente è tornata alla Gréco. 


La vedette femminile di questo Festival si chiama Annick Cisaruk, cantante e attrice parigina di padre ucraino e, come la Gréco con il suo amore-autore, il pianista Gérard Jouannest, Annick è accompagnata nella vita e sul palcoscenico dal marito David Venitucci, francese di nonni italiani, emigrati dalla Puglia di Corato alla più italiofona città d’Oltralpe, Grenoble. Un’orchestra racchiusa in una fisarmonica. Sarei rimasta ad ascoltarli per ore. Voce e accordéon, il più lontano possibile dall’uso tradizionale da intrattenimento folk tipico dello strumento che, peraltro, proprio nelle Marche, a Castelfidardo, ha un padre illustre, Paolo Soprani.
Quello di Venitucci è un sistema uomo-strumento, capace di economie di scala prodigiose, dalla melodia, all’arrangiamento, citando intere sezioni orchestrali e assoli, rumori, ambienti evocati di volta in volta dalla canzone eseguita. Per tutte valga la risacca del mare che suggella il finale di “La mémoire et la mer” e mozza il fiato a chi l’ascolta. Superbe!





La costante di questo Festival è la commozione. Perché tutti noi siamo arrivati a Léo Ferré attraverso gli affetti più cari. (Suggerisco, a questo proposito il post di Gatto Atlantico, “Intimamente (Léo e gli altri)”).
Per evitare derive personali, il mio approdo lo racconto attraverso le parole di Maurizio Silvestri, fondamentale alter ego di Gennari nella direzione del festival: “Giugno 1997, le strade di San Benedetto tappezzate da un anacronistico ma fascinoso manifesto nero con qualche accenno di rosso… titolava 3º Festival Ferré e nella prima serata c’erano i mai sentiti Tetes de Bois… La prova sul palco fu straordinaria, una rivelazione lo loro miscela di rock e poesia. Devo a quel concerto l’aver amato le canzoni di Léo.”
C’è dell’altro e arriverà in autunno (un disco dei Tetes, nuovo tributo al grande artista monegasco a dieci anni dal cd “Ferré, l’amore e la rivolta” e a vent’anni dalla sua scomparsa), ma in principio fu un concerto, un compagno o un fratello maggiore. Anche per la bella Annick. Era adolescente agli albori degli anni Settanta e sul giradischi del primogenito di casa Cisaruk, si andava da Léo Ferrè ai Rolling Stones passando per Frank Zappa, forse come naturale elemento di congiunzione tra i primi due. Léo aveva lunghi capelli bianchi e sul sorriso lo spazio di una rosa in mezzo ai denti. In Francia lo chiamano “espace de bonheur”, spazio della felicità. Ce l’hanno Jane Birkin, Vanessa Paradis e la piccola Gea. Anche l’attrice Lea Massari, che il prossimo 30 giugno compirà 80 anni. All’anagrafe Anna Maria, ma scelse il suo nome d’arte in memoria dell’uomo che avrebbe dovuto sposare, Leo.

Un giorno, nell’estate dei suoi 15 anni, Annick Cisaruk va a Lione dove, guarda caso, proprio in serata, si sarebbe esibito Léo Ferré, quello “vecchio” che tuonava dalla cima della pila di dischi del salotto. Ormai il biglietto era nelle sue mani, un regalo del saggio e avveduto fratello, così Annick, seppur controvoglia, varcò l’ingresso di quel teatro. Ne fu sconvolta, l’incontro con la poesia di Léo le mise a soqquadro il cuore al punto da decidere quella sera stessa cosa avrebbe fatto nella vita, salire su un palcoscenico e, un giorno, cantare proprio quei versi di amore e di rivolta. 


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giovedì 25 aprile 2013

Mio fratello è figlio unico… ed io sono sua madre



I fatti: richiesta nel Municipio di appartenenza, 5 punti, due genitori lavoratori a tempo pieno, 18 punti, un altro figlio non residente (che non fa punteggio) e la tua domanda alla Scuola dell'Infanzia, la Scuola “Materna”, finisce all'undicesimo posto tra quelle respinte. Tutto questo prima ancora di andare a guardare il reddito. Valgono altri parametri: se hai fratelli e sorelle, se provieni da Nidi comunali, se ti trovi in condizione di netto svantaggio sul piano della salute del piccolo o dei genitori. Ma se il tuo compagno, ad esempio, ha altri figli a cui già provvede su tutti i fronti, ma non sono inseriti nel “nucleo familiare”, questo non ti aiuterà in graduatoria.

Su 32 posti, come puoi sperare che un terzo, in lista d’attesa prima di te, possa rinunciare? Questa volta ero davvero serena di farcela e ci contavo abbastanza, pensando di entrare di diritto nella cosiddetta scuola dell’obbligo. Di entrarci come mamma, s’intende. Invece scopro che, alla Materna, non c’è proprio nessuno ad attenderti. Altra incoerenza. Come potrebbe una scuola diventare improvvisamente obbligatoria a 6 anni, tralasciando al caso il periodo altamente formativo che la precede? E’ chiaro che anche qui si fa affidamento al senso del dovere e del sacrifico e che mamma, papà e nonni, in qualche modo, provvederanno all’inserimento sociale e scolastico dei figli pagando profumatamente scuole private, baby parking, baby sitter, babytaxi, ludoteche, alcune addirittura arredate con adorabili banchetti e sedioline in fòrmica, ad evocare la classi della nostra infanzia… una classe che non c’è più. 

Fin dal nome, “materna”, tanto per cambiare, l’antifona è sempre la stessa: i figli sono della madre e il padre è sempre, in qualche modo, incerto. E non è un caso. E’ un programma politico. E’ come avere la fascia di miss eleganza o miss cinema al concorso per la più bella. Non sei tu la prima, ma hai una qualità rara. Sei svantaggiata su tanti piani come donna e come madre, ma sei un’istituzione, sei la Scuola. Prima di ogni obbligo, c’è solo il richiamo ancestralmente materno. Costei ne sarà pure orgogliosa e onorata, ma questo non deve far scrollare di dosso agli altri, alla società, le proprie responsabilità. Perché non chiamarla “scuola sociale”? Certo, fa un po’ “centro sociale”, ma dai tre ai sei anni si compiono progressi da giganti, a proposito del cosiddetto inserimento o del precoce svezzamento. I figli sono di tutti. Io la penso così. E invece resti solo, spesso e volentieri, e sei figlia unica, con un figlio unico.

Degli effetti dei cambiamenti, un tempo, te ne accorgevi a lungo andare, vedevi i risultati delle trasformazioni solo con l’allontanarsi dell’orizzonte. Oggi i cambiamenti li vivi sulla tua pelle giorno per giorno. Se fai un figlio, sei punito. Non basta aver faticato tanto, prima, durante e dopo il parto, i problemi su come far quadrare tutto, figlio e lavoro, sempre che tu riesca a mantenerlo il posto di lavoro, ma sei pure colpevole di averne uno solo. In psicologia sociale un numero superiore al due fa “gruppo”, il terzo che spariglia. In casa, il terzo spariglia e basta. Non fa gruppo, non fa famiglia per un sistema che ti chiede due o tre figli affinché almeno uno possa entrare tranquillamente nella Scuola Materna, e poi non lo prevede. Ma neanche questo è detto. In molte rinunciano. Specie negli anni del Nido. Se devi lavorare per pagare l’Asilo, tanto vale goderti tuo figlio. Fino ai tre anni può essere anche un privilegio, se hai qualcuno che ti aiuta, ma non deve diventare un alibi. E gli altri tre prima delle elementari? 

Devi impugnare, si dice, la pratica, il che significa infilare una dopo l’altra una serie di coincidenze favorevoli, trovare l’ufficio, trovarlo aperto, trovarvi qualcuno dentro al suo posto, qualcuno al posto giusto, dopo aver atteso come una tigre in gabbia il tuo numero, pretendere che gli altri condividano la tua logica che poi è logica e basta ma sul modulo quello che tu stai chiedendo non è previsto e quindi la logica non è applicabile, magari condivisibile, ma inutilmente. 

Resistere, che non significa sopportare ma contrastare, serve sempre. Forse non sarai tu ad avvantaggiartene, ma a chi verrà dopo di te avrai spianato la strada. E forse, un giorno, sarà il tuo stesso datore di lavoro a prevedere un posto anche per la prole. Solo l’Imu oggi in Italia è stata concepita peggio, a proposito di parametri, mettendo in crisi anche le uniche certezze che ci erano rimaste, la casa e la mamma.