sabato 17 ottobre 2015

Cantando tutti in coro con Guido De Maria

Premio Tenco 2015 al Re dei "dopocenisti" e del fumetto in tv



Dopo gli anni goliardico-gucciniani e le bisbocce in compagnia del suo pirata preferito, il momento è solenne: il disegnatore Guido De Maria ritirerà sul palco dell'Ariston a Sanremo, il Premio Tenco 2015 all'operatore culturale.
Il disegnatore e autore Guido De Maria

83 anni, veloce e vispo come i nanetti che ha disegnato per la pubblicità, accenna al telefono “Loacker che bontà” per dirmi che l'azienda del wafer delle Dolomiti è ancora il suo cliente più importante. “I piatti-ti-ti, i piatti-ti-ti...con Nelsen piatti li vuol lavare lui” gli rispondo io in un susseguirsi di citazioni, e Guido mi dice “anche quella è mia”, ma subito aggiunge “I testi, per la precisione. Le musiche erano di quel genialaccio di Franco Godi, il più grande jingolista italiano”.

Francesco Guccini, Giancarlo Roversi, Bonvi
Nell'edizione della rassegna della canzone d'autore dedicata al suo amico di sempre, Francesco Guccini, uno dei premi più importanti è un riconoscimento alle origini stesse della manifestazione e ai “tre matti che hanno contribuito a costruire le fondamenta umane del Club”. Il trio (uno tra i tanti, a dire il vero, che cantando-mangiando-bevendo animavano la rassegna) era composto da De Maria, Guccini e Franco Bonvicini detto Bonvi, il disegnatore scomparso nel '95. Un sodalizio nato quando i bambini andavano a letto dopo Carosello. Insieme crearono Salomone, pirata pacioccone con Guccini autore e sceneggiatore per l'Amarena Fabbri e all'occorrenza anche comparsa. “Lo chiamavo a recitare nei caroselli, per quei famosi trenta secondi che oggi sono diventati la pubblicità. Ma lui sostiene che era solo un modo perché venisse anche Roberta, la sua prima moglie, una ragazza molto bella, alta, appariscente con un viso da primo piano, mentre lui sfilava lontano, sul fondo”. 
L'incontro con Francesco avviene però anni prima. “Mi avevano parlato di un ragazzo che suonava in un locale di Bologna chiamato La grondaia. Una sera tentai di registrare una canzone, ma ad un certo punto cominciai a fargli dei gesti, a dirgli di scandire meglio le parole perché non si capiva niente. Cantava in modo molto chiuso, tutto rivolto verso di sè, ed io dal pubblico a dirgli “più chiaro, non riesco a registrare”. Ad un certo punto, lui smette di cantare, sento gli occhi degli altri avventori che mi guardano con disprezzo e Francesco, allora sì con voce chiarissima: “c'è qualcuno che mi toglie di torno questo rompicoglioni?” Fu naturalmente l'inizio di una grande amicizia.

“Formammo gli Archibusti – continua De Maria - , un gruppo di cabaret in cui Guccini aveva la funzione di fare le canzoncine per collegare i vari quadri, con quella erre malconcia mica poteva parlare, poteva solo cantare. Il cantautore, ecco cosa doveva diventare, e il mio unico scopo era non farlo laureare, ma lui voleva fare il professore. Un giorno mi chiama stupito perché aveva ricevuto la convocazione per l'esame alla Siae, ma non aveva mai inviato la richiesta. Per forza, gli risposi, l'ho mandata io!” Anche De Maria (che per Guccini era come un fratello maggiore di otto anni) aveva abbandonato un futuro da matematico e fisico per darsi alla passione che ora gli vale il Premio Tenco: il fumetto. “Operatore può anche andar bene, è culturale che mi preoccupa. Tra me e la cultura c'è un dissidio che va avanti da mezzo secolo”. 

Gli Archibusti di Francesco e Guido si esibivano al Ginko BiloBar di Bologna nel '65, ma il trambusto durò solo una stagione. “Ci offrirono persino di fare la traversata inaugurale di un nave della marina commerciale, non ricordo se la Michelangelo o la Raffaello. Alla fine ognuno di noi aveva i suoi impegni e ci sciogliemmo, ma l'esperienza degli Archibusti in qualche modo è confluita in alcune canzoni dell'album Opera buffa”. Mentre Francesco diventa Guccini con l'album della consacrazione “Radici”, Guido inventa un adattamento spiritoso di un detective noto come Nick Carter e lo porta in tv. Nasce un format televisivo, Gulp! e poi SuperGulp!, con strisce e nuvolette parlanti  interpretate da eccelsi doppiatori.

 

Figlio del veterinario condotto di Lama Mocogno, paesino ridente del modenese, arroccato a 900 metri sulla strada che porta al monte Cimone, dopo aver prodotto con la sua Vimder Film migliaia di Caroselli, con Franco Franchi e Ciccio Ingrassia come testimoni di nozze, suonatore di ocarina e cabarettista da crociera mancato, Guido De Maria va a ricordarsi di un vecchio baule in soffitta che conteneva alcune raccolte di gialli che leggeva il suo papà. La Rai, attraverso il responsabile dei progetti speciali Giancarlo Governi (sua l'idea di portare i fumetti in tv), chiese a lui, a Bruno Bozzetto e Paul Campani di scegliere tra Joe Petrosino e Nick Carter. “Campani fece Petrosino, Bozzetto il signor Rossi, ma tutti e due non riuscirono a liberarsi del loro specifico di grandi animatori, quindi venne fuori un prodotto ibrido tra cartone, fumetto e balloon. Io fui rispettoso del fumetto, facendo apparire le nuvolette sulle teste dei personaggi in sincrono con l'audio. Una stupidaggine, ma costrinse i telespettatori a leggere le battute”.
Se oggi il suo detective sarebbe sempre newyorkese non lo sa, ma di certo non si chiamerebbe Joe Petrosino: “perché avevo il timore di confrontarmi con un personaggio realmente esistito. Il caso volle che ritrovai questa collezione di gialli di mio padre, libriccini di 32 pagine, usciti per i tipi della Nerbini. Oltre a Nick Carter, che peraltro come personaggio letterario nasce nel 1886 dalla penna dell'americano John Russell Coriell, c'erano le storie di Buffallo Bill, Fantomas, Arsenio Lupin. All'interno del fumetto c'erano dei personaggi che si potevano proporre in maniera facile e divertente. Dissi allora a Bonvi: devi farlo alla maniera di Dick Tracy. Quel fumetto sembrava un film stampato, il racconto era di una perfezione cinematografica, con i campi lunghi, i dettagli, le angolazioni, i controcampi, insomma bastava riprendere vignetta per vignetta e ne veniva fuori un film. Nel giro di una settimana, Bonvi mi diede settantasei disegni con cui realizzai il prototipo di Nick Carter, il numero zero”.


In mezzo, però, c'era sempre il Tenco e da tempi non sospetti, quando la nascita del Dopotenco anticipò addirittura quella della rassegna vera e propria. Intorno a quelle cene che poi diventarono un rito irrinunciabile del dopo-serata, nacquero i discorsi, le strofe, i sogni e tra uno gnocco fritto e un prosit, i culturali propositi. “Al Tenco ero uno dei dopocenisti più assidui. Nei primi anni ci ritrovavamo al Pipistrello, una specie di cave parigina proprio davanti all'Ariston e divertivo il pubblico di queste cene con le mie invenzioni e stravaganze.
Il nostro capo clan era Carlin di Bra, non era ancora il Carlin di Slow Food ma lavorava per l'Arcigola, un ente che promuoveva prodotti delle Langhe. Il trio Carlin, Giovanni e Azio, un personaggio che non era alto più di un metro e trenta, era un'istituzione al Tenco, come il duo delle sorelle Nete, due vecchine tutte imbellettate con i pomellini rossi sulle guance, con chitarra e banjo, poi portate in televisione da Arbore”.
Tra le stravaganze di Guido De Maria possiamo probabilmente annoverare quella del già citato gnocco fritto. “Non lo gnocco fritto, avverte il disegnatore-fumettista, nonché abile cuoco – se lo chiami così non si digerisce. Si deve dire il gnocco fritto, alla faccia di tutta la grammatica italiana. E' una crescentina che si mangia insieme all'affettato. Io sono un maestro del gnocco fritto. Un anno, sarà stato l'85 o giù di lì, affittai per una mattinata intera il bar di fronte al Casinò di Sanremo, impastai quindici chili di gnocco, avevo portato le padelle da casa, impegnai tutte le mogli dei soci del Club per friggere e distribuire a tutti la mia specialità”.

Dopocenisti al Tenco: le Sorelle Nete con Amilcare Rambaldi e Carlo Petrini
Alle loro spalle: Giovanni Ravinale e Azio Citi del Trio di Bra
Un tenchiano della prima ora, come Guccini e come un altro decano del Club che quest'anno tornerà sul palco, Roberto Vecchioni. “Ma sai che a casa mia ho il suo biliardo? Un giorno mi chiama Roberto e mi dice: “mi nasce un altro figlio, non so dove mettere il biliardo. Proprio due mesi fa ho rimesso a posto il panno ed è più nuovo di quanto non fosse quando l'ho preso”.
Guido De Maria è come una striscia che finisce avvisandoti: “continua nel prossimo episodio” perché potrebbe non smettere mai di raccontare, ma la domanda arriva secca: che differenza c'è tra la canzone e il fumetto? “Il fumetto è una sintesi straordinaria”, anche la canzone dico io. “il fumetto è la sintesi immediata di pura fantasia o di qualcosa che fa parte del quotidiano”, più o meno come la canzone ribatto. “E poi doveva far ridere. La canzone poteva anche non far ridere”. Insomma non si possono paragonare. “Se parliamo di una canzone di Guccini, vale 800 vignette. Le canzoni di Francesco io le paragono alle storie di grandi illustratori come Hugo Pratt o di uno Staino quando disegna delle storie a seguire. I miei disegni erano più banali, meno colti. Pratt con i suoi racconti di straordinario respiro è come Melville per la letteratura”.

Tra i disegnatori giovani c'è qualcuno che ha attirato la sua attenzione? “Zerocalcare mi piace molto, nel suo modo di rendere il segno mi ricorda Andrea Pazienza. Una volta Pazienza mi disse: “io posso disegnare tutto”. La ritenni una dichiarazione un po' presuntuosa, poi quando ho avuto il tempo di conoscere meglio tutto quello che aveva fatto, purtroppo quando non c'era più, pur avendolo frequentato tanto quando era in vita, ho capito veramente il valore di questa sua affermazione. Anche Zerocalcare ha questa capacità di disegnare come vuole, quando vuole tutto quello che vuole”
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E il papà di voi tutti,  del fumetto in Italia chi è? “Benito Jacovitti, il più grande, un mostro di bravura. Purtroppo, il fatto di essere vissuto in una latitudine che lo ha costretto a lavorare in Italia, chiuso in una dimensione legata all'Azione Cattolica, gli ha impedito di diventare il più importante disegnatore di tutti i tempi in tutto il mondo. Basti pensare che disegnava senza avere la traccia di matita sotto, usava direttamente la penna con un tratto prima sottilissimo che ingrossava via via. Non faceva altro che ricopiare un disegno che aveva in testa e che proiettava idealmente su un foglio bianco. A 17 anni disegna Cin Cin, un'opera immensa, due anni dopo fa il primo Pinocchio che è il più bello di tutti quelli che ha fatto dopo. Scusa, ma quando parlo di Jacovitti vado fuori di testa. Giancarlo Governi ed io siamo riusciti a fargli assegnare lo Yellow Kid a Lucca pur avendo contro una buona parte della giuria perché era considerato uno di destra, ma invece la sai una cosa? Una volta Jacovitti mi mostra un disegno e mi chiede: cosa c'è scritto su quel muro? Ed io: “niente”. “Segui quella crepa” e mi indica con la punta della matita tra fessure, tratti e disegni che c'erano su quel muro, la scritta “Abbasso il Papa”, questo per dirti quanto fosse anticonformista.

Resta alla fine un solo dubbio, se le donne erano più conquistate dalle canzoni tristi (si fa per dire) di Guccini o dalla voglia di De Maria di farle ridere? “Ti rispondo così: se Francesco dice che ha imparato a suonare la chitarra perché così cuccava, io ho cominciato a disegnare per far sorridere i miei compagni di scuola”.



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domenica 5 luglio 2015

Militava tra gli astratti.
L'arte figurativa e non... Nel segno di Remo Remotti


Ha inciso tre dischi ma non era un musicista, giocava con l’arte senza un compare e, col passare degli anni, la voce dell’ultimo Remo di Roma somigliava sempre di più a quella del suo mito: il re del jazz Louis Armstrong.
Poeta situazionista, attore poetico, pittore e ancor prima scultore che del congedo senza possibilità d’appello aveva fatto la sua espressione artistica più emblematica.

Qualche giorno fa è “inspiegabilmente morto” Remo Remotti. Il virgolettato è l’incipit dell’Amaca di Michele Serra, che in un solo avverbio condensa una vita, quella del coloratissimo Remo, catalizzatore e dissipatore di un’altalenante stagione durata circa un secolo. Eppure una spiegazione io ce l’avrei: Remo ha deciso di andarsene perché era l’unico modo per raggiungere finalmente Laura Antonelli.

Quando ho saputo della sua scomparsa, mi sono ricordata di questa intervista del 2008, della sua vita da pittore e scultore, ignota ai più, dei suoi sette anni in Perù (e non potevano che essere sette). Gli anni ’60 con la distinzione tra artisti figurativi e non figurativi, della sua frase: “ho sofferto di complessi di inferiorità. La gioia di vivere nasce con gli anni, è come un albero che germoglia”. Il tutto partendo da un ritornello…

Una canzone che avresti voluto scrivere?

“Nel blu dipinto di blu”, un’esaltazione della vita, ci trovo un riferimento al “blu Klein”. Yves Klein è passato alla storia dell’arte per il suo blu metallico a cui forse fa riferimento Modugno.

Dove ti trovavi nel 1958, quando la canzone italiana volava con Modugno?
Uscivo dal manicomio in Perù, dove ero stato rinchiuso per una sciocchezza. Lì dentro mi procuravano abitualmente il coma insulinico. Dopo sette anni di Perù sono tornato a Roma distrutto, disoccupato, rovinato. Per fortuna, ho avuto solo due periodi così devastanti nella mia vita. Però, come tutti gli scorpioni dominati da Marte, grandi combattenti dello zodiaco, anche quella volta mi sono rialzato dalle ceneri. Fondamentale è stato l’aiuto di mia moglie, la prima, Luisa Loy, la sorella di Nanni. Sì perché io ho sposato due “Luisa”, Luisa Loy negli anni Sessanta e Luisa Pistoia, negli anni Ottanta.

Hai mai provato a suonare uno strumento?
Hai messo il dito nella piaga. Avrei pagato chissà quanto per poter suonare in un’orchestra jazz. Ho comprato per ben due volte una tromba. Sapevo suonare “La strada” di Rota e basta. Mio padre era un violinista, mia madre si era diplomata in pianoforte a “Santa Cecilia”, ma i miei genitori non mi hanno insegnato nulla. La colpa comunque è mia. La musica è il massimo, la tromba il mio sogno. Quando mi chiedono se per caso abbia fatto anche il musicista nella vita, rispondo: non ho avuto questo onore, come diceva Chaplin quando gli chiedevano se fosse ebreo. Un giorno, se guadagnerò un po’ di soldi, pagherò uno dei miei amici musicisti per farmi inserire in un’orchestra. Potrei chiederlo a Massimo Nunzi, farò finta di suonare, solo per il gusto di provare quell’emozione almeno una volta.

E le tue trombe dove sono finite?
Una l’ho regalata a Gianni Saint Just, perché era parente della mia prima moglie. La vita è fatta così, bisogna dare per ricevere. Non mi pento di averla regalata, anche perché poi, parliamoci chiaro, per suonare la tromba bisogna esercitarsi otto ore al giorno per quindici anni.

Per fare le previsioni dell’oroscopo quanto ci vuole?

Non confondiamo il dilettante con il professionista. Ci credo ciecamente e indovino spesso il segno zodiacale perché siamo fatti un po’ tutti con lo stampino. Nell’ultima guerra mondiale quattro grandi generali erano dello scorpione: Rommel, Patton, Montgomery, Zukov. Basta comprarsi un libretto da meno di 10 euro per farsi una cultura superficiale dei segni.

Il tuo ricordo più forte legato alla radio riguarda un annuncio…

Ero a piazza Quadrata, viale Liegi, in un bar con la radio accesa. Ascoltammo allibiti Mussolini che diceva dal Balcone di piazza Venezia: “la dichiarazione di guerra è già stata consegnata agli ambasciatori di Gran Bretagna e di Francia”. Sessanta milioni di morti lo stavano aspettando. Hai capito in che razza di mondo siamo cresciuti noi?

Però successivamente hai avuto modo di riabilitare la Germania, che in qualche modo aveva a che fare con questa dichiarazione, e di apprezzarla sotto altri aspetti…

Avevo lavorato con il pittore Emilio Vedova, sono arrivato a Berlino con una borsa di studio alla fine del ’67, alla vigilia del cosiddetto ’68 berlinese. Un periodo bellissimo che ho vissuto pienamente insieme alla mia prima moglie, la Loy.
Purtroppo poi mi sono innamorato di una tedesca e per la seconda volta in vita mia, non ultima, seconda, mi sono spogliato nudo in mezzo alla strada, sommerso dai sensi di colpa. Una macchina dei pompieri mi ha prelevato e mi ha portato nella clinica di Spandau,, a pochi metri di distanza dal carcere in cui era detenuto il braccio destro di Hitler, Rudolf Hess. Anche lui si occupava di segni zodiacali. Stranamente nel nazismo c’era un particolare interesse per l’astrologia. Poi, a novant’anni, Hess ha pensato bene di impiccarsi. Se l’avesse fatto prima sarebbe stato meglio.

Il disco a cui sei più legato è uscito proprio alla fine di quell’estate: “Hey Jude” dei Beatles.

Gioventù è sinonimo di stupidaggini che si fanno e di sofferenze. Per stare bene devi avere almeno settanta, ottanta anni, allora sì che stai come un Papa, perché fai le stesse cose che facevi a trenta con la differenza che lei fai bene, tranquillo e sereno, senza commettere grandi errori. Ero nell’atelier con questa ragazza per cui persi la testa e proprio mentre ci guardavano negli occhi, la radio trasmetteva “Hey Jude”.

Remo Remotti, senza diventare un musicista, ha inciso tre cd e tutti dopo gli 80 anni. 

Il momento migliore anche per la coppia: è l’amore più bello in senso totale, te lo dice il sottoscritto che è un addetto ai lavori. Invece, il grande Tyrone Power, poverino, a 44 era già morto, per non parlare di tanti altri.

Anche tante rockstar sono scomparse troppo presto.

Rino Gaetano, a trent'anni. Lasciamo perdere.

L’hai conosciuto?

No, ma semplicemente perché non si può seguire tutto. Io seguivo più che altro, il cinema, la pittura, il teatro. Però l’ho sentito. Come fai a non prestare l’orecchio a un tizio che dice “Nuntereggae più”? Ma vuoi sapere, invece, uno dei cantanti che più amo, di cui non abbiamo ancora parlato? E’ Leonard Cohen.

Poeta pittore, avete molte cose in comune… forse solo un po’ più mistico di te.

E’ stato addirittura chiuso in un convento per molti anni. Nella sua voce c’è la dolcezza e c’è la spiritualità. Io faccio la meditazione tutti i giorni. Vicino al mio letto ho il suo cd, mi metto lì in raccoglimento e ascolto “Tower of song” quando dice “Il mio destino è questo. Io sono nato con il dono di una voce d’oro”. Poi lo ascoltavo all’epoca di “Jesus was a sailor” negli anni’70 perché ero scappato da una tedesca che mi menava. Mi sono rifugiato in casa di amici a Monaco di Baviera e lì c’era questo disco che mandavo a ripetizione, mi piaceva da morire.

L’ultimo disco che hai comprato?

Me l’ha ordinato mia moglie: Bruce Springsteen. Devi sapere che io a casa mia conto molto poco. Stamane avevo indossato un paio di calzoni mimetici, ma Luisa mi ha detto: “se non te li levi, non ti faccio uscire”, ed io, come un bambino di sette anni, mi sono cambiato e ho avuto il permesso di varcare la soglia con un paio di calzoni normali, non mimetici.

Tra i libri da consigliare hai scelto “Consapevolezza” di Osho. Perché?

E’ stato un grandissimo. Potrei  paragonarlo senza paura di sbagliare a Freid, Jung, un grande cervello, un maestro spirituale che ci ha lasciato centinaia di libri, uno più bello dell’altro, che io leggo sempre con grande interesse.

Perché del Remo Remotti pittore si parla poco?

Il mio primo grande amore e la mia prima espressione artistica. Io ho cominciato tardi, a 35 anni, a quell’età Masaccio, Umberto Boccioni, Yves Klein, Piero Manzoni, Pino Pascali erano già morti. In qualsiasi campo dell’arte per concludere qualcosa devi avere un mercante alle spalle. Io sono nato nel cuore della borghesia romana. Per fortuna, non ho mai aspirato ai soldi, al denaro o al successo visto con il denaro. Ho scelto, si fa per dire, la miseria e l’umiltà che coincidono con la libertà d’azione. In tutti i campi, però, ci sono le mode e certi andazzi legati all’intervento del signor x o del signor y. Ho sofferto di complessi di inferiorità. La gioia di vivere nasce con gli anni, è come un albero che germoglia.

Le tue poesie quando sono arrivate?

Devo essere molto riconoscente a Maurizio Costanzo e al suo braccio destro Roberto Silvestri che, nel 1984, mi fecero fare “Mamma Roma addio” nel programma tv “Fascination”, prima ancora del “Maurizio Costanzo Show”. Piacque tanto la mia performance che mi chiesero di farne una a settimana “Me ne vado da Milano” “Me ne vado da Napoli” e via di seguito. Così sono nate le mie poesie.

Tornando alla pittura, te ne sei andato anche da piazza del Popolo?

Non mi parlare di questo. Noi a fare la vita mondana, a prendere contatti con la nobiltà romana di piazza del Popolo, non ci andavamo. E’ per questo che ci sono tanti pittori che sono rimasti sconosciuti come Tonino de Laurentis, Emiliano Tolve e altri. Non è che ci fossero solo Cunelli o Franco Angeli. Io non penso affatto che Angeli sia stato un grande pittore, ho le mie riserve anche su Schifano, nonostante abbia visto ultimamente una sua bellissima mostra.
Il discorso è complicato. Esiste l’ufficialità ed esiste l’underground. Ci sono stati dei pittori come Giuseppe Uncini che sono stati veramente dei grandi. Voglio spiegarmi meglio: Mario Schifano, che sia stato un pittore giovane, molto dotato, non ci piove. C’è stato un momento di grande creatività, ci sono stati dei pittori in tutto il mondo che si sono inventati un linguaggio. Il più grande è stato Marcell Duchamp, ma questi romani di Piazza del Popolo, a parte qualche eccezione, hanno scopiazzato la pop art americana, tanto che la loro opera viene definita pop art italiana.

Dove è possibile vedere le tue opere?
La Galleria Giraldi di Livorno, grazie a Dio, ha comprato negli anni molte mie cose, togliendomi dalla fame. Una mia opera è stata acquistata dalla direttrice della galleria d’Arte Moderna, Palma Bucarelli, un doppio cubo è esposto nella Galleria d’Arte comunale a Roma in via Capo le Case, a Berlino ho venduto qualche pezzo importante in due Musei. Per fortuna, aggiungo io, perché se fossi diventato un pittore importante sarebbe stato difficile fare l’attore. Te lo vedi il signor Guttuso che recita con Marco Bellocchio? Ho lavorato con gioia, interesse e ingoiando qualche boccone amaro per vent’anni e passa. Però poi sono uscito dal ghetto della pittura e ho vissuto nel campo del cinema, dell’editoria, del teatro.

Qual era la tua scuola di riferimento?

A Milano c’erano Castellani, Manzoni, Sordini, mentre a Roma, Giuseppe Uncini, il Gruppo Uno, Tonino De Laurentis, Gastone Novelli, Eugenio Santoro, Guido Strazza, Marcolino Gandini.
Con Attilio Pierelli Pizzo Greco, Lorenzini, Icaro, Gino Marotta, avevo formato il gruppo “La nuova scultura italiana”. Purtroppo negli anni ’60 c’era questa distinzione tra artisti figurativi e non figurativi. Io personalmente militavo tra gli astratti.


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lunedì 9 febbraio 2015

Aspettando Felicità

Nella vasta letteratura fiorita in questi giorni sull'argomento, qualche curiosità sul brano simbolo della reunion "Al Bano e Romina"


Canzone “ad libitum” per eccellenza, ha scritto Gianni Borgna nel suo “L’Italia di Sanremo”. Ad libitum riguardo all’impianto musicale, ma anche riguardo al testo, dove la parola “felicità” è ripetuta 28 volte.
Scritta da Cristiano Minellono, Dario Farina e Gino De Stefani e prodotta dallo stesso Farina, è un esempio di synth-pop italiano con un’anima pugliese: l’ossessiva iterazione ritmica che la caratterizza, ne fa una pizzica griffata anni ’80.
E poi, naturalmente, l'interpretazione: se Al Bano ci mette le radici, Romina accende il suo “power”.

Al Festival di Sanremo 1982, dove la canzone si classifica al secondo posto, si canta dal vivo su base registrata e senza l’ausilio del gobbo elettronico, una stampella che verrà introdotta molti anni dopo.

La figlia del grande Tyrone appare spavalda e sicura di sé, Al Bano disorientato, entra in ritardo, poi recupera ma ha dei vuoti di memoria sul testo, ecco perché non stacca lo sguardo da Romina, che lo aiuta suggerendogli le parole, proprio mentre la telecamera intercetta le sue labbra. E’ lei la più amata dagli italiani, la vera artefice del rilancio discografico dell’ugola di Cellino reduce da anni di tour all’estero e di silenzio in patria.

“Una mamma in superclassifica”, titola Sorrisi & Canzoni TV del 5 marzo 1982, segnalando la presenza in hit parade di ben tre brani interpretati dalla Power, da sola o in coppia: “Sharazan”, “Il ballo del qua qua” e, naturalmente, “Felicità”.
Tutto merito dell’intuito di Freddy Naggiar della Baby Records, l’etichetta che sbanca il botteghino puntando tutto sulla bellezza e la dolcezza della figlia d’arte. Vincitori morali di quel Festival, Al Bano & Romina Power conquistano il primo posto la volta successiva, nel 1984, sempre per quella legge non scritta della compensazione che a Sanremo trova puntuale applicazione.
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Minellono, autore del testo, racconta di essersi ispirato ai fidanzatini della serie “Love is…” della vignettista Kim Grove e di averla scritta all’Union Studio di Monaco di Baviera, poco prima della registrazione: “Ero in clamoroso ritardo. Naggiar mi rinchiuse in una stanza con carta, penna, birra e sigarette, dicendomi che mi avrebbe fatto uscire solo col testo finito. Gli consegnai 25 strofe: "Ecco qua… scegliti le 15 che preferisci. Il suo commento fu che felicità era una parola d’antan. Gli risposi che presto sarebbe ritornata di moda. Risultato: 10 milioni di copie nel mondo”. Oltre a un Golden Globe in Germania per il disco più venduto dell’anno.
“Quando Naggiar me la propose – gli fa eco Al Bano - accettai subito, perché venivamo fuori da quindici anni di Italia vestita a lutto. Per fortuna all’inizio degli anni Ottanta le cose erano mutate e noi lo volevamo ribadire, con un semplice inno. In quel periodo i cantanti ricorrevano ai mezzi più stravaganti per imporsi, le nostre canzoni erano invece pulite, e pertanto, controcorrente. Esaltavano i valori della gente normale, che erano anche valori universali. Era il mio modo di gridare: ora parliamo della cultura della semplicità.”

Tradotta in spagnolo, “Felicidad”, è stata utilizzata per lo spot di un’automobile Skoda in Spagna e di un caffè in Cile. Vanta il maggior numero di parodie, da Jerry Calà nel film “Bomber” (“Felicità è mangiare un panino con dentro un bambino, la felicità”) a Neri Marcorè e Luca Barbarossa che al Concerto del Primo Maggio 2011 diventano “Alfano e Romina”: “Immunità, è votare una legge che ti protegge, immunità, ti cancella un reato con un decreto, immunità (…) l’evasione fiscale diventa legale con l’immunità”.

Popolarissima in Russia, è oggi, con il titolo “Με μια σου ματιά”, in classifica in Grecia nella versione di Yiannis Ploutarxos in coppia con Al Bano.


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sabato 13 dicembre 2014

Mango, il canto e il disincanto


Nel 1985, quando la Basilicata ancora non esisteva, un cantante lucano e per giunta del paese confinante con il mio, apparve sul palco del Festival di Sanremo. All’epoca, l’unica della famiglia che difendeva la visione rituale del festival, quasi fosse una ragion di Stato, con tanto di pronostici, analisi sociologiche e la scelta del 45 giri da comprare all’indomani, era mia nonna Amina.
Ricordo perfettamente quel senso di ansia da prestazione che provai io per Mango, sulla cui esibizione avevo riposto tutte le mie aspettative, per ardori squisitamente campanilistici, ovviamente.
Capello post punk, look new wave e una voce così poco convenzionale che pensai che nonna non l'avrebbe capito e che la nostra gloria locale avesse sprecato la sua grande occasione. Ecco la parola magica di questa piccola riflessione.

Leggevo in questi giorni parole di disapprovazione nei post di alcuni social-amici nei confronti della stampa e dei media in generale pronti a versare lacrime di coccodrillo (non a caso così si chiama il necrologio in gergo giornalistico) per la scomparsa di Mango. Non sono molto d'accordo. Se spesso corrisponde al vero la freddura di Jean Cocteau per cui “bisogna essere un uomo vivo e un artista postumo”, non è certo questo il caso. Pino Mango ha avuto una dorata e lunga carriera, a ventidue anni aveva già inciso il primo LP con la RCA e poi due album, con la Numero Uno e con la Fonit Cetra, prima di debuttare nella categoria “Giovani” a Sanremo. Sette le occasioni nella kermesse festivaliera, l'ultima nel 2007, e le sue canzoni più note, a parte “Lei verrà”, non sono di certo quelle presentate su quel palco.
Questo per dire che Mango fa parte di quella generazione nata nella culla della discografia, anni in cui un debuttante poteva fare quattro Sanremo giovani consecutivi per vincerne uno, come pure è accaduto. Oggi dicono che sarebbe impensabile. Tutto brucia rapidamente, una sola carta se sei fortunato e da giocare pure in fretta.
Mango nel suo background musicale aveva sedimentato tutto il pop-rock più raffinato, dagli Steely Dan e i Blue Nile a Cat Stevens, David Bowie e Peter Gabriel, e la sua voce, il suo modo di cantare, altro non erano che la trasposizione della tradizione orale contadina in ambito pop. Non lo capivo a 10 anni mentre ascoltando “Lei verrà” non sapevo come classificarla, l'ho capito pochissimo tempo fa, quando ho sentito Mango cantare in dialetto.
Amici vi rassicuro, Pino Mango non era affatto un dimenticato o abbandonato, sono davvero altri gli artisti che hanno avuto o rischiano questo ingiusto destino. Ho puntualmente intervistato Mango in appuntamenti organizzati dalle sue major discografiche per l'uscita di dischi o libri, l'ho incontrato l'ultima volta a giugno a Musicultura, nello splendido scenario (come si dice per le grandi occasioni) dello Sferisterio di Macerata. Ho scartabellato un po' tra i miei file per il puro piacere di rileggere le sue risposte, estraggo due brevi interviste e una foto anni '80 che lo ritrae sulla Fondovalle del Noce, strada statale 585, quella che si vede alla sue spalle è casa mia...



Intervista del 2002 – per la pubblicazione del cd “Disincanto”

Un modo di cantare originale e unico nei suoi “falsetti”, anche se lui non li chiama tali perché “sorgono naturalmente senza falsare la voce”. Dopo cinque anni di assenza Mango ritorna con un nuovo disco, proponendo le sue tipiche atmosfere eteree e sognanti in “Disincanto”, album che lo vede impegnato per la prima volta anche come autore dei testi.
Privilegia, a ragione, la sezione degli archi e la affida ai maestri Petruzzi e Buonvino, mentre la beatlesmania contagia anche lui in un’esecuzione a più voci di “Michelle”.

Pino Mango autore dei testi. Vuol dire un distacco da suo fratello Armando o da altri suoi collaboratori storici?

Naturalmente no. Forse ho solo realizzato un sogno che covavo da tempo, o il risultato di una maturità individuale. Armando è molto impegnato in altre produzioni. Avevo a disposizione persino testi di Mogol e di Tiziano Ferro e non li ho utilizzati, anche se nel disco li ho citati tra i ringraziamenti.

Qual è stata la vera ispirazione?

Ho avuto un po’ più di tempo per guardarmi intorno e sentire il bisogno di un disco con dodici espressioni importanti. In quello che ascolto sento un po’ di noia. Spesso i cd sono pieni di riempitivi o di sperimentazioni sterili. E’ difficile trovare un disco bello dalla prima all’ultima canzone. Finora l’unico che c’è riuscito è stato Battisti con “Il mio canto libero”.

Ritorna la metafora del volo e del viaggio nei suoi brani.

Forse perché provenendo da Lagonegro, un piccolo centro della Lucania, mi è rimasta ancora quella voglia di uscire al di fuori, la tensione a spiccare il volo che nutrivo fin da bambino.

Lo scenario e il background dei suoi pezzi è da rintracciare ancora nel Mediterraneo?

Privilegio certe sonorità dette “mediterranee”. Ma non nel senso di etnico, una parola abusata. Anche “Oro” aveva delle sonorità etniche, ma sono passati diciotto anni. Se per “suoni mediterranei” intendiamo world music, sono d’accordo. Ma questo mi avvicina molto di più a Peter Gabriel, che però è inglese.

Lei ha scritto per molte interpreti come Patty Pravo, la Bertè ed altre. Come procede questa sua attività?
Mi arrivano proposte in continuazione. Mi piacerebbe lavorare con tutti, ma sono troppo legato al mio mondo. Sono un po’ contrario a certi meccanismi su commissione. Io scrivo quello che sento, non scrivo per chi canta. Se poi quella situazione calza sul carattere di un interprete, allora la canzone diventa sua. Ma è difficile fare delle produzioni come le intendo io. O ti innamori e ti entusiasmi su un progetto o non se ne fa nulla. Non basta realizzare il pezzo in sé; ho bisogno di seguire tutto il processo della lavorazione. Cosa non facile, perché ogni artista generalmente si affida  al proprio entourage.


Intervista del 2004 – per l'uscita del libro di poesie “Nel malamente mondo non ti trovo” e del cd “Ti porto in Africa”

'La voglia di poesia era nell'aria', ha detto Mango usando un'espressione che innegabilmente gli si addice. Da sempre attento alle sonorità e alle melodie del Mediterraneo ('bacino che offre un mondo sonoro shakerato'), il cantautore lucano nel libro 'Nel malamente mondo non ti trovo' tratteggia paesaggi, penombre, antichi sogni, tra frasche di menta e logge infuocate dal sole, mentre “il piede dà il tempo a un tranquillo lamento”. Del suo primo volume di poesie e dell'ansia di tirar fuori la sua musicalità ariosa, Mango parla volentieri nei sempre più frequenti incontri nei campus, nei teatri o nella stiva di una libreria.

Un disco fortunato, un libro, un tour. A quando l'esordio cinematografico o il musical?


Come attore mi sentirei ridicolo, in imbarazzo. Non credo che ci sarà questo tipo di debutto. Certo, il mondo delle immagini ha un suo fascino irresistibile. Ho curato personalmente il montaggio del mio video, valutando gli storyboard e la lavorazione passo dopo passo. Questo perché più si va avanti e più si ha bisogno di sfumature che gli altri non ti possono dare. L'arte è un'esperienza globale, non un fatto casuale. Non si finisce mai, in questo lavoro come in tutti gli altri. Basta guardare all'esperienza degli artigiani di un tempo, come mio padre. Papà faceva il muratore e la casa in cui vivo a Lagonegro, l'ha costruita lui, mattone dopo mattone; ha fatto le porte, ha fatto le finestre. L'arte è la voglia di appropriarsi di qualcosa di se stessi che non abbiamo ancora esplorato.

Quando ha scoperto la sua passione per la poesia?


Ho cominciato a scrivere due anni fa. E' da poco, quindi, che ho scoperto la poesia come scrittura, come liberazione dell'anima quando chiede aiuto. La poesia è una danza infinita, è qualcosa che parte dai poeti che ti hanno folgorato, ma anche da noiose letture giovanili, e si scompone in mille mosaici attuali.

Mogol, Panella e Lucio Dalla, sfumature diverse per i suoi testi...

Ogni canzone ha soltanto un testo. Tocca poi all'autore tirare fuori ciò che la melodia ha già dentro. Mogol e Panella si sono ritrovati a dover rispettare una ricerca già fatta da me in precedenza sui suoni. Quando ho scritto “Forse che si , forse che no” ho sentito, nella scansione del pezzo, qualcosa che apparteneva a Lucio, uno dei primi a fare una canzone basata su una sola nota e senza melodia. Straordinario.

Cos'è per lei il successo?

Dopo i primi tre dischi, mi ero iscritto all'Università per studiare sociologia. Poi ho scritto “Oro” e la mia vita è cambiata radicalmente. Ho cominciato a vestirmi e a truccarmi in un certo modo e la gente ha cominciato ad accorgersi di me. Il successo è arrivato grazie a Giulio Rapetti che un giorno ha detto: “questo è un fior di musicista”. Le mie canzoni appassionano, lo vedo dai contatti sul mio sito, attraverso il quale dialogo con gente profonda, colta e sensibile: Baglioni, tanto perché siamo a Roma, non ce l'ha un pubblico come il mio.



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giovedì 20 novembre 2014

Cercavi giustizia, ma trovasti la legge...

Michelino, Silvestro e Brioche: un racconto che non cade in prescrizione



Pareti, lastre piane, coperture ondulate, rivestimento tetti, pannelli, pannelli isolanti, ceramiche, supporto piastrelle, pavimentazione tubi, isolamento termico, caldaie, cemento per manto di copertura, cemento per forni, intonaci e stucchi, pitture, vernici, asbesto spray per isolamento acustico, isolamento termico per pareti, pavimenti, materassi, guaine materiale elettrico, condotte per fognature, strato di fondo carrozzerie autoveicoli, tessuti, nastri, guarnizioni di freni, dischi frizione, filtri per maschere antigas, guarnizioni ad anello, tubi, stoppini, funi, spago, filo da cucire, rivestimento conduttori elettrici, rivestimento di cavi, materassi, indumenti, guanti, grembiali, drappeggi tappezzerie, coperture, sacchi postali, tende, tappeti, sipari teatrali, scenari teatrali e rivestimenti pavimento in teatri, trattamenti acustici, filtri, rivestimenti, imbottiture, attrezzature mediche, protezioni antifiamma, sacchi di sabbia, nastri trasportatori, accessori per velivoli, tovaglie per tavoli da stiro, imbottiture pianoforti, avvolgimento bobine, coibentazioni per tetti, guarnizioni, stoppini, tubi, rivestimenti stufe, condotti di scarico per automobili, teglie per forni, imbottiture e stuoie da tavola, condutture d'aria, caloriferi, casseforti, cabine di proiezione cinematografica, macchine lavaggio a secco, inceneritori rifiuti, forni, pareti tagliafiamma, soffittature, guarnizioni, porte antifiamma, stuoie da tavola, tubi per condutture acqua, fognature, condutture gas, portalampade, parti di commutatori, montature resistenti ed altri usi per materiale elettrico come isolamenti sotterranei e pavimenti, vari impieghi in materie plastiche… 


Le famigerate onduline di eternit sono solo un aspetto del problema: l’amianto è stato utilizzato soprattutto negli anni ’50 e ’60 nella realizzazione di oltre 3000 prodotti industriali.

Arriva nel 1992 la legge 257 che, con un ritardo criminale, ha messo al bando la fibra killer (vietandone l’estrazione, l’uso e la commercializzazione) e ha tentato di imporre la bonifica di ogni luogo in cui fosse presente.

Sono passati altri anni e altre sentenze, ma tale risanamento è ben lungi dall’essere completato (nella migliore delle ipotesi) o avviato del tutto (nella maggior parte dei casi). 
Una fibra assassina capace di appostarsi nei polmoni e premeditare il suo agguato per 20, 30, 40 anni. Amianto, detto anche asbesto, il  “miglior termodispersore al mondo”… In sé non è pericoloso: lo diventa quando si usura e le piccolissime particelle di cui è composto si disperdono e vengono inalate. Allora vanno a concentrarsi nei bronchi, negli alveoli polmonari e nella pleura e provocano il mesotelioma pleurico, il tumore causato esclusivamente da inalazione di microfibre di amianto. Che dire poi del carcinoma laringeo e dell’asbestosi, il primo stadio della malattia che comporta gravi minorazioni cardiocircolatorie. 

La cronologia è prodiga di dettagli. Nel 1915 vengono messe in commercio le famose fioriere in Eternit, così è chiamata la fibra “eterna”, in un impeto futurista dall’austriaco che l’ha brevettata.
Nel 1928 inizia la produzione di tubi in fibrocemento, che fino agli anni '70 rappresenteranno lo standard nella costruzione di acquedotti. Nel 1933 fanno la loro comparsa le lastre ondulate, in seguito usate spesso per tetti e capannoni. Negli anni ‘40 e ‘50 l'eternit trova impiego in parecchi oggetti di uso quotidiano. Il più famoso è probabilmente la sedia da spiaggia di Willy Guhl. Sai che giovamento anche sotto il sole. E così via, fino a raggiungere i famigerati 3000 prodotti industriali. Realizzati non solo a Bari, ma anche alla Eternit di Casale Monferrato (la più grande d’Italia), di Cavagnolo, di Bagnoli e di Rubiera, alla Sacelit di San Filippo del Mela in Sicilia, a Senigallia, alla Italcementi di Trento, e nella vicina Molina di Ledro, alla Cemamit di Fermentino, i Nuovi Cantieri Apuani di Marina di Massa, a Monfalcone, a Reggio Emilia e alla Breda di Sesto San Giovanni, solo per citarne alcuni… 


Più volte, nel tempo, gli operai hanno protestato per la mancanza di respiratori, per lo spazio angusto e nocivo, per il rumore assordante. Solo costi aggiuntivi e una conseguente perdita di competitività, figuriamoci.  


Dei danni provocati dall'amianto si parla già nel 1898, ma l’allarme viene naturalmente ignorato. E’ solo intorno al 1960 che la comunità scientifica riconosce che il materiale può provocare il cancro. 
Nel 1911 partono i test sui topi. Nel 1917 le autorità inglesi si limitano a raccomandare di areare i locali. Nel 1932 i sindacati lanciano il primo serio allarme. 
Tra il 1955 e il 1960 vengono pubblicati gli studi di Doll, Sleggs e Wagner sulle connessioni tra cancro e amianto. Nel 1986 l’Agenzia internazionale delle Nazioni Unite per la ricerca sul cancro dichiara che tutti i tipi di amianto sono cancerogeni e, pertanto, non esistono soglie di sicurezza per chi vi si espone. Pensate che fino alla fine degli anni ’80, l’Italia è stata il secondo paese produttore di amianto in Europa, dopo l’Unione Sovietica. 


Giugno 2007: siamo a Sesto San Giovanni, la Stalingrado d’Italia, la città operaia delle grandi fabbriche come la Breda, la Marelli, la Falck. 

Il francese Pierre George nei suoi studi di geografia umana e sociale cita Sesto come esempio di "banlieue renversee (periferia rovesciata). Una periferia dove la gente non tornava a dormire ma veniva a lavorare. 42.000 operai stanchi e assonnati nel periodo più frenetico.

Michele Michelino
Il profilo di Lenin e il famoso primo piano del Che con sigaro, nella foto di Renè Burri del ’63, ci accolgono nel Centro di iniziativa proletaria “G. Tagarelli”. Dicono che siamo in provincia di Milano, ma è Milano, il suo cosiddetto hinterland, dalla stazione si arriva in tram. 

Giovambattista Tagarelli lavorava alla Breda, reparto aste leggere (aste trivellatrici per la ricerca del petrolio). Era l’unico reparto in Italia dove si utilizzava il metodo di saldatura detto “a scintillio”. 

La saldatrice arrivò dagli Stati Uniti già con una pessima fama. La macchina era coperta da un telo d’amianto per raffreddare i pezzi e al tempo stesso riparare l’operaio. In realtà il telo si surriscaldava e l’addetto lo respirava. 

Di 26 tute blu che hanno lavorato alle “aste” tra il 1973 e il 1989, 9 i sopravvissuti… Tagarelli è morto nel 1999. La Breda Fucine, fondata nel 1886 col nome E.Breda & C. chiude i battenti 2 anni prima, nel 1997.  


Raccogliamo le testimonianze degli ex operai che incontriamo: Michele Michelino, Silvestro Capelli, sua moglie Rosella Piazzoni, Daniela Trollio, Corrado Santomartino, Pasquale Giornaliero, Nicola Colucci e un ex della Marelli, Matteo Giordano. E’ una riserva operaia, il nucleo di una lunga battaglia iniziata con Tagarelli, con Franco Camporeale, Giuseppe Gobbo ed altri che non ci sono più. Hanno scritto un libro che racconta come loro siano riusciti «a portare sul banco degli imputati non solo i dirigenti di una fabbrica “di morte” ma un sistema economico che, in nome del profitto, calpesta, avvelena e uccide uomini e natura.» 
Qui il veleno si chiama amianto. Ma potrebbe chiamarsi arsenico, come a Manfredonia, diossina come a Seveso o CVM come a Porto Marghera. 

Prima di sederci a tavola, Michele Michelino, presidente del Comitato per la difesa della salute nei luoghi di lavoro e nel territorio di Sesto San Giovanni, ci mostra un 45 giri autoprodotto con i canti incisi dal Coro degli operai della Breda. Sembra di stare in uno di quei Bar à Book spuntati come funghi a San Lorenzo a Roma, se non fosse per gli oggetti appartenuti alle vittime del lavoro, per le bacheche piene di rabbia e di orgoglio.

Michele Michelino dovrebbero brevettarlo, come ha fatto la Nintendo con l’idraulico Super Mario. E’ buffo, ma gli somiglia. Mette la prima salopette nel ‘69 a 16 anni per entrare alla Pirelli, reparto produzione cavi elettrici. Niente male come anno di battesimo. Poi in Breda, dal ’76 al ’97.
«Quando ho cominciato a lavorare – racconta Michele – gli operai erano 6.200.000. Oggi, malgrado la delocalizzazione, nonostante non ci siano più le grandi fabbriche, gli operai sono 6.450.000. Sembra incredibile, ma sono aumentati, sono 250.000 in più del ’69, ma sono divisi, sparpagliati. 

Ecco perché gli operai non hanno più la consapevolezza di esserci e credono a quello che dice che gli operai non esistono più.» 

Il pranzo scatena l’aneddotica e instilla il buonumore. Michele svela la famosa leggenda del “panino retribuito”. Ai tempi della cassa integrazione alla Breda, l’azienda andava avanti con 800 lavoratori fuori e 800 dentro. Poiché gli 800 “graziati” dovevano lavorare anche per gli 800 rifiutati, i cassintegrati organizzavano dei veri e propri picchetti gastronomici offrendo il panino a quelli di turno, una cooperativa organizzata col fondo cassa degli scioperanti. 


Poi Michele ci racconta di Brioche. Il suo nome è Giuseppe, un pugliese emigrato a Milano, come tanti. All’inizio viveva di espedienti, si aggirava sempre dalle parti della fabbrica. Finché un giorno si apposta vicino al bar della Breda, quello che apriva alle 5 del mattino, appena in tempo per il primo turno in fabbrica. Gli operai arrivavano da tutta la provincia, un via vai di pullman da Brescia, Bergamo e da tutta la Brianza. Approfittando del bar ancora vuoto, Giuseppe entra e punta una pistola giocattolo contro il barista. 


«La cassa è vuota, non lo vedi che gli operai non sono ancora arrivati?» borbotta il proprietario del bar continuando ad asciugare i suoi bicchieri. «Allora dammi il cappuccino e tutte le briosches» risponde Giuseppe. Più che l’onor potè il digiuno, verrebbe da dire, ma un metronotte che passava davanti al bar vede la pistola poggiata sul bancone e chiama la polizia. Picchiato in questura, ma rilasciato. Il barista, naturalmente, non aveva sporto denuncia. 

Da allora Giuseppe diventa per sempre e per tutti Brioche. Anche perché dopo qualche mese, Michelino se lo ritrova in Breda, a lavorare nella sua squadra, nel suo stesso reparto. 

Tra gli “emigranti” anche molti lucani. Come Nicola Colucci che ci racconta del merlo comunista. Viveva in una trattoria sotto il ponte della Breda e dalla sua gabbietta ha partecipato alle manifestazioni, ha condiviso gli scioperi, ha mandato a memoria i canti di lotta che gli operai intonavano davanti ai cancelli. E’ stato il cantore solitario di 20 anni di vita di fabbrica. «Fischiava il motivo di Bandiera rossa che era uno spasso. Se poi era in vena, te la faceva tutta, dall’inizio alla fine». 


Quanto di più lontano dal canto forte e puro del merlo, è purtroppo la voce di un altro operaio, Silvestro Cappelli operato alla laringe per sradicare un cancro da amianto. Adesso parla attraverso un foro praticato nella trachea. E’ spesso il testimonial – se così si può dire – della lotta del Comitato. Ha portato la sua storia a teatro con Frankenstein, atto unico in forma di oratorio della Compagnia degli Stracci e del Gruppo Monbotan.

Silvestro Capelli
…Sapeva dell’esistenza di un sistema per saldare testa e croce sui tubi che servivano per la trivellazione. Questo ingegnere negli anni ’70 è andato in America e ha ricercato questa macchina che gli americani avevano già fermato quindici anni prima perché avevano scoperto che la macchina uccideva. Ha comprato la macchina, l’ha portata a Sesto San Giovanni per la Breda Fucine e l’ha messa in opera. Io non credo, non penso che gli americani non abbiano detto niente; sta di fatto che la macchina ha cominciato a funzionare. Durante questo processo c’erano le vibrazioni da radioattività, il calore che faceva spruzzare metallo fuso in modo tale che doveva essere fatta in un padiglione come un baule chiuso coperto di uno strato di tre centimetri di amianto che veniva micronizzato, polverizzato. Si facevano circa 240 saldature al giorno. Ogni volta che c’era una saldatura si apriva la macchina, con la pistola ad aria compressa si soffiava per fare pulizia dove si andavano a posizionare i pezzi per la saldatura successiva. Questa polvere di amianto polverizzato viaggiava per tutto lo stabilimento. Siccome non esistevano aspiratori per trattenere questa polvere noi operai fungevamo da aspiratori. (dall'intervista a Silvestro Capelli)

Tratto da "I diari del camioncino. Il viaggio dei Tetes de Bois nell'Italia del lavoro" a cura di Timisoara Pinto (ilmanifesto, 2008)

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sabato 4 ottobre 2014

Le Resistenze: Enzo Del Re


(Pubblicato sulla rivista del Club Tenco, "Il Cantautore")




Il musicista è l’operaio, il pubblico è il padrone. L’operaio deve resistere un minuto in più del padrone. Ecco il mondo del lavoro musicale secondo Enzo Del Re ed ecco perché i suoi concerti dovevano durare 8 ore, o comunque il tempo che ci voleva per svuotare la sala e costringere alla resa l’ultimo spettatore. Questa idea di resistenza applicata ha alimentato da subito un certo alone mitologico intorno alla figura di Enzo Del Re, “il corpofonista”, un artista difficile da accettare, ma anche da dimenticare. Una incontaminata unicità, un assoluto inalterabile che per Giovanna Marini “lo salva dall’angoscia che proviamo noi tutti nell’assistere al crollo di molti ideali e alla decadenza della civiltà”.

Enzo, “l’ultimo cantastorie di Mola di Bari”, viaggiava a piedi con due valigie cariche di giornali e non buttava via niente, “perché la carta e la scrittura sono sacre”. “Mi ha sempre fatto pensare a Woody Guthrie, - mi ha detto Sandro Portelli –, non tanto per riferimenti diretti o somiglianze quanto per l’irriducibilità di entrambi agli schemi non solo della cultura dominante, ma anche della cultura alternativa”.
Resistente nella sua ostinazione e nella coerenza estrema, fino al suo ultimo concerto per grandine e cofani d’automobile, quando una tempesta inaudita ha accompagnato l’uscita del suo feretro dalla chiesa il giorno del suo funerale e, sempre contro la sua volontà, un tragitto in macchina e non a spalla lo ha condotto al camposanto. A sessantasette anni, solo il suo corpo non ha resistito, logorato da turni e ritmi serrati di emodialisi. Era il 6 giugno 2011, quando la sua sedia ha accolto il suo ultimo respiro. Pochi mesi prima, già molto indebolito, aveva finalmente sfidato il tempio della canzone d’autore, il Club Tenco. In quell’occasione, proprio in omaggio alla sua memorabile resistenza, annunciammo insieme l’uscita della sua biografia e proprio qui, a Sanremo, la presento, per la prima volta.


E’ resistenza la rivolta della gatta nera che sanguina per le ingiurie e l’ignoranza della gente che la scaccia a bastonate urlando “Scitt’rà”; è resistenza la rivolta contadina che nella canzone “Le pietre” progetta la più spontanea delle rivoluzioni: “non si deve legare più il ciuccio dove vuole il padrone”. E’ resistenza il viaggio della speranza di “Povera gente”, il dramma dell’emigrazione, “quando la cantava – ricorda Marco Chiavistrelli – il suo sguardo da dolce ed empatico diveniva vitreo, architettonico, di un popolo intero, da ruscello diveniva fiume che chiedeva il rivoltamento della storia.”


E’ resistenza il suo vivere e cantare “sempre fuori dal motore”, resistente il navigante con la bocca amara e il cuore nero che versa lacrime per il “bene suo” (la donna che lo attende a casa) cantando con “la schiuma alla bocca”, ma nessuno lo sente...

Era fiero, col suo "scazzettino" rosso in testa, quando mi parlava del carattere duro e testardo della sua gente, donne in prima linea. Persino alla resistenza molese contro Turchi e corsari aveva dedicato parole e schiocchi di lingua: "Le molesi capatosta": Fu verso la fine del 1500/ da mare arrivò l'equipaggio aggressore turco violento…/ Ogni molese lottò da valoroso si comportò, però le donne della resistenza/ furono l'anima, l'essenza./ Giovani e vecchie, maritate e zitelle, bionde e brune, grasse e magre, alte e basse/ Catarinella, Florina, Rosinella,/ Veronichella, Olimpiolla e Zenzella/ Donatella, Cecchella, Nenella, Porziella,/ quel giorno anche chi era racchia pareva bella."


(Il libro "Lavorare con lentezza. Enzo Del Re, il corpofonista" è disponibile sul sito dell'editore www.squilibri.it con il 30% di sconto)


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martedì 30 settembre 2014

Cristina Donà, la madonnina con la chitarra

(Intervista con Cristina Donà, gennaio 2011, a proposito del disco "Torno a casa a piedi").





Un nido tra l'azzurro e le montagne, la banda passa nella Fiera dei miracoli, un omino percorre 20 chilometri al giorno solo per cantare e la musica riaffiora (ed ora che esce il nuovo disco, riaffiora anche questa intervista).



Tornando a casa, alle origini della tua musica, cos’è cambiato da allora, quando pensavi e lavoravi al primo disco?
Quando ho cominciato arrivavano prima i testi, mentre la voce e tutto il resto passavano in secondo piano. Ora sono diventata un’ascoltatrice più attenta e non è un caso che in questo disco gli arrangiamenti siano più complessi. Sarà per quest’aria pesante che si respira, ma la mia ambizione come musicista è di portare più luce e leggerezza in quello che scrivo. A livello energetico cerco qualcosa che mi dia la carica ed evito tutto quello che rischia di appesantire. Non so se posso metterlo a pieno titolo nella casella dei cambiamenti, ma questo è il mio modo di vivere la musica adesso. Quest’apertura in parte la devo a Saverio Lanza, musicista e arrangiatore bravissimo con il quale ho anche condiviso la scrittura di alcuni brani. Avevo bisogno di dare una nuova veste sonora  al mio modo di fare musica e Saverio mi ha svelato un mondo di colori e sfumature a livello armonico sia negli arrangiamenti che negli strumenti usati.


Cos’è che appesantisce?
Non sopporto l’autocompiacimento nel portare avanti un discorso distruttivo, come quelli che nelle canzoni si piangono addosso. Non dipende da quello che scrivi, ma dalla sincerità con cui lo fai e l’energia che ci metti.  Per piacermi, la canzone deve arrivarmi con un’espressività forte. Al contrario, mi appesantisce la musica che è fatta solo con le tabelline, il ritornello qua e la strofa là, canzoni inutili per le mie orecchie. Quella musica mi ha sempre annoiato a morte.

E cos’è cambiato intorno alla musica?
Innanzitutto il modo di fruirla, oggi ci sono gli mp3 e quando ho iniziato c’erano i vinili, ma con questo non voglio fare la nostalgica. Dico che probabilmente questo influisce sul mio modo di scrivere, attraverso la ricerca di un linguaggio che possa arrivare immediatamente, senza dire cose scontate o banali.

Puoi parlarmi ancora di questo “feeling energetico”?
Un esempio di energia positiva è l’ultimo singolo dei Verdena. Ammiro molto chi sa affrontare il tema della leggerezza con profondità e loro sono credibili, molto espressivi. Mi viene in mente anche Joan As Police Woman, un’artista straniera che amo molto e che aderisce perfettamente al mio modello ideale, la sua malinconia mi arriva con potenza.

Questo passare da un inizio di stampo decisamente rock all’ampliamento dell’orizzonte melodico è per molti una svolta radicale. Intanto definiamo cos’è rock.
Il rock è un’attitudine. Inizialmente era chitarra distorta, basso potente e un’altrettanto potente batteria. Adesso per  me è energia allo stato puro che continua ad esprimersi nel live più che nel disco, è qualcosa da gustare in presa diretta. La parola rock è sicuramente ancora legata ad una tipologia di strumenti, ma anche la semplicità di chitarra acustica e voce può essere rock. Direi allora che se si lega agli istinti primordiali e alla prepotenza di un’energia che non viene incanalata o imbrigliata, qualsiasi musica può essere rock. Certo, cambiando si rischia di perdere qualcuno per strada, ma l’arricchimento che ne traggo lo metto tra le priorità.


Anche il tuo approccio vocale non è più lo stesso?
Pur riconoscendo quell’ingenuità che ti fa tirar fuori cose che non torneranno più, rispetto agli esordi ho fatto una ricerca di cui posso ritenermi soddisfatta. Ho iniziato musicando i miei versi, priva di grandi idee melodiche perché mi mancava proprio quel tipo di ispirazione, non mi interessava. Piuttosto, cantavo dei testi intonandoli su una, due note. Sai, quando fai parte di un circuito underground lo spirito è quello di andare contro la tradizione, vorresti scardinare tutto, ricodificare. Poi col tempo e suonando sempre di più, ho sentito l’esigenza di trovare una melodia vocale, di far cantare la mia voce. Un desiderio di andare verso la melodia che è nato, a dire il vero, già col mio secondo album, “Nido”. Ora voglio dare sempre di più alla musica la possibilità di ispirarmi un testo, quando sono le note a suggerirti alcune parole e non altre. Ho scoperto che abbiamo dei maestri come Battisti, Fossati, Conte, con cui sono cresciuta, ma anche Battiato che ha unito testi surreali a delle melodie molto forti. Insomma, sono tornata all’ovile, forse per una questione di orgoglio patriottico.


Giusto in tempo per i 150 anni dell’Unità d’Italia…
Amo questo paese, non fa tutto schifo. Se voglio esportare qualcosa di mio, voglio che sia italiano. Forse è anche una questione anagrafica: ho 43 anni e prima il mio modo di fare musica era anche espressione dei miei gusti e degli ascolti legati ad un’altra età.
Nei nuovi brani possiamo rintracciare delle influenze dirette dei “padri” che hai nominato prima?
Avevo sicuramente in testa il mondo delle sigle importanti della televisione degli anni Settanta che io conservo come patrimonio genetico, quando la musica in televisione non era affatto una cosa leggera, ma era scritta e arrangiata da maestri con i fiocchi. Penso ad alcune orchestrazioni di “Un esercito di alberi” e “Torno a casa piedi”. Invece, fin dalle prime note, “Miracoli”, che poi è diventata il singolo per le radio, mi aveva fatto venire in mente che poteva essere arrangiata un po’ con lo spirito bandistico di brani come “La banda” di Mina o “Ma che musica maestro” cantata da Raffaella Carrà. Invece, “In un soffio”, come atmosfera e come portamento un po’ in levare, mi ha fatto subito pensare ad “Azzurro” di Paolo Conte.


Con la canzone  “Giapponese” hai fotografato un ritmo e uno stile di vita molto precisi.
E’ un brano nato da diversi input e questa schizofrenia è entrata nella canzone. Lo stesso disorientamento lo vivo nel quotidiano, nell’attesa e nel frastuono legato al traffico e al consumismo. Giapponese è il personaggio che incarno quando mi introduco nei centri commerciali, quando riprendo a frequentare la città. Vivendo ormai fuori da vent’anni, in un piccolo paese di montagna, l’impatto con i suoi ritmi è sempre forte. Tante cose della città mi piacciono, non sono una che la rinnega e continuo ad andarci tutte le settimane, ma è difficile viverla, non solo per le questioni legate all’inquinamento e al modo di fare di noi comuni mortali, ma a causa di chi le gestisce queste città. Milano potrebbe essere molto più bella, non è da demonizzare, il problema è che non è gestita bene. Insomma,  volevo che il messaggio arrivasse anche in modo scanzonato, una conversazione ipotetica con un’amica con la quale ti confronti e cerchi di capire come gestire le distanze che in città ti mettono sempre a dura prova, il traffico, il parcheggio, e tutto il resto. Non avevo raccontato mai questo mio aspetto urbano e questo brano mi ha dato la possibilità di farlo. Poi c’è un motivo strettamente legato alla parola “giapponese” che mi consentiva di descrivere questa velocità, perché nel mio immaginario le metropoli giapponesi sono quelle che hanno i tempi più frenetici. La prima approvazione è arrivata da mio figlio Leonardo di 5 mesi e lui, ogni volta che gli sussurravo giapponese, si faceva le sue prime grandi risate. Così, un po’ per scherzo, quando ho mandato il provino a Saverio Lanza,  ho messo dentro questa cosa del giapponese, confidando che potesse essere un’idea forte alla base della canzone…. Nell’arrangiamento, Saverio ha sottolineato questa successione di tanti input che poi convergono in una musica più lineare, nonostante ci siano degli archi un po’ schizzati, dei pianoforti che non sono proprio ortodossi. Questo la rende una delle mie preferite dell’album e piace tantissimo ai bambini, segno inequivocabile di qualcosa che funziona.

Quindi la città del centro commerciale non è il tuo ideale…
Non è il mio luogo ideale ma si possono trovare degli spunti interessanti. Se ho una giornata libera non vado al centro commerciale, però mi diverto ad osservare e mi chiedo come si possa passare la domenica pomeriggio in un luogo così. Tanti lo fanno perché è diventato la piazza-mercato di una volta, ma è alienante. E soprattutto è preoccupante il fatto che si trovi sempre qualcosa da comprare, perché se finisci lì dentro, non esci mai a mani vuote.

“Tutti sanno cosa dire”, invece, a chi è dedicata?
C’è sicuramente il riferimento alla persona che stimo e ammiro di più, mio marito Davide, con cui ho condiviso gran parte della mia vita. E’ per me l’esempio di chi fa le cose con una certa coerenza. Ma non c’è solo lui, ci sono tante persone che portano avanti un discorso di credibilità e autorevolezza in quello che fanno e sono in qualche modo sommersi, penalizzati in una società in cui, invece, vince sempre chi fa finta di avere le idee più chiare e chi urla di più. Il modello televisivo purtroppo la fa da padrone, in tv vediamo un’ostentazione di sicurezza su tutti gli argomenti, soprattutto in politica. L’invito a mettersi in discussione, che è una pratica secondo me tanto importante per gli esseri umani, non viene mai in mente a nessuno. Dal mio canto, ammiro molto chi approfondisce, chi sa appunto anche mettersi in discussione, così ho voluto raccontare a mio modo il disagio nei confronti di questa prepotenza che non condivido. Un inquinamento mentale, una pratica nociva che, a mio modo di vedere, si aggiunge a tante altre.

In “Miracoli” ci sono due citazioni,  una a proposito di un film di David Lynch, l’altra riguarda la poetessa polacca premio Nobel, Wiesława Szymborska. Ce ne parli?
Sono una lettrice disordinatissima però ho dei punti di riferimenti che per me sono intoccabili. Tra questi c’è  la Szymborska e una sua poesia in particolare, “La fiera dei miracoli”. Si vede che ha seminato così bene il suo verbo che quando ha germogliato ha sicuramente partecipato al testo della canzone. L’ altra influenza riguarda Lynch. Amo da sempre le sue atmosfere, i suoi film più lirici, lo stesso Twin Peaks… credo che Lynch abbia davvero creato un linguaggio nuovo. Tuttavia il film che ha ispirato la frase che apre la canzone è “Una storia vera”, il meno astratto e sognante, proprio perché basato, come dice il titolo, su un fatto realmente accaduto. Alla fine della visione avevo preso degli appunti, forse perché con l’andare avanti nella vita ti confronti con tutta una serie di eventi tristi e dolorosi che inevitabilmente ti spingono a raccontare. A proposito di come si è trasformato il mio modo di vivere la musica, ecco ora posso dire che ho cominciato a cantare le cose che mi commuovono, che non devono essere per forza presentate con pesantezza. Alla fine di quella storia ho desiderato sottolineare il gesto di quel pensionato di 73 anni che percorre centinaia di chilometri su un lentissimo trattore tosaerba perché era l’unico mezzo che aveva per andare a trovare il fratello malato. Così tutto quello che viene mosso dall’amore, da qualcosa di spontaneo tra gli esseri umani e che crea gesti straordinari per me è degno di nota in un momento in cui invece si sottolineano solo le brutture e le storture insite nel mondo e nelle persone.

Sta per uscire, per Galaad edizioni, la tua biografia “Parlami dell’universo. Storia di un viaggio in musica” di Michele Monina. Immagino che nel libro avrai dato ampio spazio a questa nuova voglia di raccontare, puoi anticiparci qualcosa?
Innanzitutto, questa voglia di raccontare sta posticipando l’uscita del libro. Ogni giorno me ne viene in mente una, ma niente di eclatante. Con Michele ridevamo proprio del fatto che non ho avuto una vita da rockstar e non posso raccontare di quella volta che sono rientrata in albergo a New York barcollando perché ero ubriaca, però in compenso ho tante cose archiviate sulla scena milanese degli anni ‘90, dove ho mosso i primi passi, grazie a quei musicisti che hanno fatto la storia di quel periodo. Ci sarà l’io narratore di Monina  e tante finestre aperte da me sia sui testi, che sono la parte fondamentale, sia sulla genesi di quella scena musicale, quindi la mia frequentazione con Manuel degli Afterhours e Jo dei La Crus, il ruolo dell’etichetta dei miei primi dischi, la Mescal, che ha avuto veramente a che fare con musicisti e gruppi che hanno reimpostato la musica leggera in Italia. Spesso si nomina Manuel Agnelli perché è stato il mio produttore, ma devo molto anche a mio marito, che ha fatto parte della critica musicale per anni. Lui mi ha presentato Manuel e gli ha proposto di farmi aprire un suo concerto nel 91. Poi i La Crus mi hanno portato in tour con loro per un paio di anni e mi hanno presentato alla Mescal. Sono felice che dopo gli Afterhours, quest’anno sia toccato a loro di andare a Sanremo. Forse, uno alla volta, riusciremo tutti a calcare quel palco.

E perché l’avventura con la Mescal è finita?
Ad un certo punto la Mescal ha venduto il suo catalogo alla Emi, non so se per problemi finanziari o se erano semplicemente stufi di seguire tutto. Non ho mai parlato di questo con Valerio Soave, il capo Mescal, purtroppo non abbiamo più alcun rapporto, perché abbiamo chiuso un po’ bruscamente… Sta di fatto che dall’episodio di rottura con i Subsonica qualcosa si è incrinato, anche il mercato si è ristretto e un’etichetta piccola ha sicuramente maggiori difficoltà a sopravvivere. La Emi ha comprato il catalogo della Mescal, Afterhours e Perturbazione hanno fatto qualcosa e poi se ne sono andati, io ho fatto i miei due album da contratto e adesso vedremo. Però il passaggio è avvenuto con l’appoggio della Mescal, il problema per me è nato su un’incomprensione, un’insoddisfazione rispetto al live che era comunque gestito da una persona collegata all’etichetta.  Non ero più contenta, ho voluto trovare un’alternativa e non ci siamo capiti.

Ci racconti un aneddoto sul tuo incontro con il carismatico Robert Wyatt?
Ci siamo conosciuti nel ’97 al Salone della musica di Torino, complice ancora una volta Davide che all’epoca lavorava per la promozione dei dischi di Wyatt. Era appena uscito il suo cd “Shleep”, un titolo curioso, ma Wyatt in quel periodo era particolarmente insonne e da amante dei giochi di parole, aveva inventato questo incrocio tra sheep e sleep, pecora e sonno. Mi è sembrato da subito una persona molto profonda e attenta a quello che fanno gli altri artisti. Quella sera l’ho invitato al mio concerto. Il suo albergo era all’interno del Salone e così, nonostante la sedia a rotelle, è venuto a sentirmi. Successivamente ha parlato bene di me e nella votazione su Mojo dei dischi del ‘97 il mio era citato tra quelli che gli erano piaciuti di più. Allora ho pensato di coinvolgerlo nella lavorazione dei miei nuovi brani e due anni dopo è nata “Goccia” in cui Robert suona la cornetta e aggiunge suoni con la sua voce.

Qualche anno fa, sempre con Michele Monina,  hai scritto un libro seguendo le tracce musicali dell’America di Springsteen. Quale itinerario sceglieresti per un ideale viaggio in Italia?
Partirei dalla Sicilia e dall’influenza del Mediterraneo, di quelle musiche arrivate dai paesi arabi e poi salirei passando attraverso la Puglia di Modugno, cercherei di studiare quello che c’è stato prima, la miscellanea che si è venuta a creare con l’arrivo degli americani e con l’impatto che la musica anglosassone ha avuto su di noi. Andrei alla ricerca delle mie origini tra Veneto e Lombardia. Sarebbe un libro molto difficile,  mi servirebbero due anni di tour.

Insomma, tutto ci riconduce al titolo che hai scelto per il tuo nuovo disco: Torno a casa a piedi. 
Già, tutto torna... Un primo simbolo forte è l’inizio di “Miracoli”, la canzone che apre il disco. Se ci fai caso, ci sono io che do il tempo e conto fino a 4, mentre di solito si conta all’inglese, one-two-three-four.

Si può quindi dire che è il tuo album più italiano?
Sì e ne vado fiera.

Questo tornare a casa a piedi potrebbe tradursi anche musicalmente in un disco sulle tue origini?
Sicuramente mi trovo in quel momento della vita in cui si ha voglia di fare un bell’albero genealogico. Quando sei adolescente, se non vedi i tuoi parenti diciamo che non ti dispiace, poi arriva il giorno in cui vuoi saperne di più su di te, attraverso il tuo dna familiare e culturale, e cerchi di riappropriartene. Ad esempio c’è una storia bellissima che riguarda il fratello di mio nonno, che ora non c’è più, che cantava nel coro di Adria e questo ragazzo, dopo il lavoro ad Ariano Polesine, in provincia di Rovigo, andava ad Adria a piedi a fare le prove, 10 chilometri all’andata, 10 al ritorno. Erano talmente poveri che le biciclette sono arrivate dopo.

Non ci sfornerai qualcosa in dialetto?
Con i dialetti sono un disastro, non ne parlo neanche uno, ma se vado avanti di questo passo ci sarà anche un disco in dialetto. Ogni tanto mi butto con Ginevra Di Marco e il suo tour di Stazioni Lunari, ma il bergamasco lo escludo perché è molto lontano da me nonostante io viva qua da sempre, tra Rho e la provincia di Bergamo, in Valseriana, un luogo che prende il nome dal fiume Serio. Non mi sento a mio agio nel bergamasco, quello dei miei genitori, un incrocio tra il rovigotto e il ferrarese lo capisco, ma se lo parlo mi sento ridicola e comunque lo approfondirò. Non saprei quale scegliere, forse il milanese, o i dialetti che mi fanno simpatia, come il toscano e l’emiliano.

Cosa canti in concerto con Ginevra Di Marco?
Ultimamente ho proposto  “I miei sogni d’amore”, un brano di Gabriella Ferri che tra i nomi del varietà degli anni  ‘70 è un personaggio che amo alla follia. Da quando ho scoperto che era anche autrice di molti di quei brani che cantava, mi è venuta voglia di approfondire. Tra i brani in dialetto dove cerco di interagire ma soltanto con le armonizzazioni, senza esagerare, c’è un tradizionale siciliano dal titolo “Amuri”. E poi “Malarazza” di Modugno dove tento di cantare questo strano dialetto che mi intriga. Forse dovrei crederci solo un po’ di più.



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foto di Timisoara Pinto (King Kong, Radio1, 29 settembre 2014)