Un getto d’idrante lo lancerei su tutti i video giornalistici che creano notizie dal nulla. Lo userei per placare gli animi dei colleghi su questa storia della prof che urla malamente ai poliziotti. Lo dice una che ha aderito a tante manifestazioni spinta da un senso ideale di partecipazione, senza baccagliare e senza guadagnare mai la prima fila. Non ho una voce particolarmente squillante, nè consuetudine con le parolacce d'uso colloquiale o con gli slogan e, pertanto, provo imbarazzo per chi si abbrutisce. Ma provo molto più imbarazzo per il servizio "giornalistico", basato su un momento di scontro tra manifestanti e polizia come ce ne sono tanti (da secoli nei secoli) e su un'intervista realizzata la sera stessa con la prof in evidente stato di alterazione.
Credo sia un problema deontologico quello di farsi rilasciare delle dichiarazioni da una persona che ha evidentemente bevuto, visto che passeggia accanto al giornalista con una bottiglia di birra in mano. Il linguaggio è mal articolato, si sente subito da come risponde (mi riferisco al servizio andato in onda a Matrix), l'autocontrollo vacilla, così la lucidità. Pensate a cosa succederebbe se si mettesse una telecamera agli incroci, tra le auto incolonnate per il traffico, per le maledizioni e gli insulti sgradevoli che ti arrivano da parte di una mamma (che magari fa l'insegnante) e tiene pure per mano il suo bambino che la guarda con gli occhi sgranati. Immaginate se la telecamera seguisse quella mamma anche allo stadio, in curva tra i tifosi più accaniti, anche lì accompagnata dal suo bambino e da altri bambini che lì, dai loro padri e da illustri sconosciuti tifosi, ricevono il battesimo del fuoco a proposito di epiteti verbali. Genitori (chi più di loro deve dare il buon esempio), insegnanti, medici, politici, insomma ogni individuo e peraltro da sobrio (perché allo stadio non si possono introdurre alcolici) può maledire a raffica, urlare "devi morire" battendo le mani secondo un ritmo preciso e organizzare addirittura un coro dedicato di volta in volta al calciatore avversario o all'arbitro che per definizione è già cornuto e cavarsela perché quella è solo goliardia. Ma di cosa ci stupiamo? Perché questa donna ha fatto tanto scalpore? Perché, forse, fa comodo in questo momento polarizzare lo scontro?
Detto questo, a proposito di manifestazioni, era il 1991 e facevo il Liceo. Corteo contro la Guerra del Golfo. Genitori mezzi avvisati: stamane non si entra. Qualcuno è sereno (i miei), altri meno: "Marì - dice la mamma alla figlia - . Vedi di entrare e non fare la scema. Se proprio non entra nessuno, va bene, fai come vuoi, ma non ti mettere davanti a tutti in testa al corteo". All'epoca non c'erano né facebook né smartphone, ma avevamo sottovalutato il primo vero social network della nostra vita, la TgR Basilicata. Marì per me era Mary e Mary reggeva uno striscione in prima linea, avanzando convinta con i suoi anfibi neri. Alle 14 la scena va in onda sul regionale e un meraviglioso primo piano mostra una splendida fanciulla e il suo labiale ben scandito: Bush Bush va-ffa-nculo! Praticamente la madre l'aspettava sul pianerottolo con il battipanni in mano. La sensazione di essere stata beccata dalla telecamera fu nettissima, ma ormai Mary era dentro allo scontro, fiera del suo andare. Arrivò a casa cercando di fare la vaga e salutò con un disinvolto "ciao mà". La risposta fu soltanto: "ciao mà? ciao mà? Che figura di merda m'hai fatto fa".
venerdì 2 marzo 2018
sabato 17 febbraio 2018
Mister Ghezzi
A
Frosinone, dove si era trasferito negli ultimi anni, lo chiamavano
ancora signor Ghezzi. I suoi successi, “Voglio stare con te”, “Tu
nella mia vita”, “Noi due per sempre”, “Un
corpo un’anima”, non erano semplici promesse da marines...
Nel Gennaio ’75, l’Italia
che non voleva il divorzio si prende la sua
rivincita con il ritornello “e non ci lasceremo mai…”, anche
se a cantarlo è la prima coppia mista dello spettacolo italiano,
Wess e Dori Ghezzi.
(intervista con Wess pubblicata su “Musica Leggera” - Luglio/Agosto 2009)
Ripartiamo
dall’America. Dove ci troviamo esattamente?
North Caroline, mi hanno
appena regalato una piccola tromba. Andare a scuola per me
significava entrare nella classe di musica, tutto il resto non mi
interessava. Così, mi sono sempre occupato della banda, un lavoro
molto complesso perché in America ogni scuola ha la sua squadra di
baseball e quando la squadra si muove, si sposta anche tutta la banda
musicale. 130 elementi che, insieme alle majorette, hanno il compito
di occupare lo spazio tra il primo e il secondo tempo, invadendo il
campo con uno spettacolo vero e proprio. Io all’epoca suonavo già
tutti i fiati, sapevo leggere le parti e fu facile per me diventare
il “drum major” dell’orchestra.
Il direttore?
Sì, nelle bande si chiama
così perché si presume che le bande siano principalmente basate
sulle percussioni. Nella mia banda c’erano 12 batterie e 2
grancasse, oltre naturalmente a tutti gli altri strumenti.
Quanti anni avevi?
Ho seguito la banda per un
paio d’anni circa, fino a 16 anni e mezzo. Sai, in America a 15
anni si è grandi. Per fortuna ho studiato anche un po’ il francese
e ho fatto bene, anche se allora non potevo di certo immaginare che
sarei finito in Francia.
Una fermata intermedia
prima del grande sbarco nel Lazio, come mai?
Porto di Norfolk,
Virginia, Stati Uniti. Facevo il militare alla Naval Station Norfolk,
una delle più grandi basi navali del mondo. E’ lì che ho
conosciuto Rocky Roberts e i nostri Airedales. Arruolati come
marines siamo diventati abili musicisti: la sera scendevamo
dall’Independence, la nostra enorme nave, e andavamo a suonare sul
lungomare di Norfolk. Poi è successo che l’ufficiale del nostro
reparto, Doug Fowlkes, è diventato il nostro manager. Fowlkes aveva
sposato una donna di Cannes, così, scaduto il nostro tempo sulla
nave, decidemmo di scendere tutti insieme sulla costa francese. Siamo
rimasti un mese e mezzo, prima di trasferirci stabilmente a Parigi.
Quanto tempo siete
rimasti in Francia?
Due anni. La moglie di
Fowlkes è stata velocissima a far conoscere Rocky al pubblico
francese e noi con lui.
Perché Airedales? Cosa
vuol dire?
Diavoli dell’aria. In
fondo ci eravamo conosciuti su una portaerei.
E poi capitan Fowlkes
ha virato dritto verso l’Italia.
Rocky è approdato alla
RCA di Roma e ha avuto successo anche qui. Fowlkes faceva spalancare
tutte le porte, è stato anche il manager di Barry White. Quando
Fowlkes si è ammalato, Barry l’ha fatto ricoverare e l’ha
assistito fino alla morte. Peccato che quando è morto Barry non
c’era nessuno accanto a lui.
Eri molto amico di
Barry White?
Con Fowlkes l’abbiamo
portato una settimana alla Bussola, poi abbiamo fatto Sanremo
insieme, alla fine eravamo come due fratelli. Viaggiava sempre con
sua moglie Glodean, con la bambina e con sua madre. Barry era una
persona pura. Di solito gli artisti hanno la puzza sotto il naso e
sono viziati, lui invece non beveva e non fumava, forse mangiava un
po’ troppo, questo sì. Abbiamo anche giocato a carte e Barry
poteva maneggiare rotoli di 100 dollari come fossero 1000 lire.
Questa cosa mi ha molto impressionato perché diventare famosi in
America vuol dire soldi.
In Francia avrai
conosciuto tutti i grandi artisti di quegli anni.
Ho lavorato con tutti.
Nelle tournée noi facevamo il primo tempo. Una volta ho suonato il
basso pure per Aznavour. Finito il nostro set, toccava a lui, ma il
suo bassista non arrivava. Così mi sono messo ad accompagnarlo,
nascosto dalla tenda del sipario, con le parti in mano. L’Olympia
l’abbiamo fatta con i Rolling Stones. In quel caso c’era il
problema di riempire l’enorme sala con il suono. Allora non si
usavano impianti, un gruppo non veniva quasi mai amplificato, solo il
cantante aveva il microfono, al massimo c’era un altro microfono
per i fiati. Quello che usciva fuori, usciva fuori. Invece un teatro
come quello andava microfonato tutto. Allora che ho fatto: ho preso
due amplificatori per il basso, due Ampeg americani, e li ho messi
uno a destra e uno a sinistra, ottenendo una profondità e un pieno
di suono migliore degli Stones che di ampli ne avevano 12, ma intanto
si chiedevano come avessi fatto. Loro usavano il famoso Vox,
l’effetto strillante resta strillante, non dai maggiore potenza:
amplifichi la mentalità, diventa solo più rumoroso. Jimi Hendrix
voleva 16 Marshall solo per lui, per la sua chitarra. Infatti un
giorno a Milano abbiamo cominciato tardi perché ne aveva contati
quindici e se non arrivava anche l’ultimo amplificatore Hendrix non
suonava.
Quando hai cominciato a
cantare?
Durante le serate, quando
Rocky era stanco, io facevo due o tre canzoni per farlo riposare.
E ad un certo punto sei
uscito dal gruppo per intraprendere una carriera solista.
Ci siamo separati, ma è
stata una cosa decisa a tavolino. Il nostro manager si accorse di
avere due artisti ben distinti e che era un peccato accontentarsi del
gruppo così come aveva funzionato fino a quel momento.
E Rocky come la prese?
Forse gli ha dato
fastidio, non ha più voluto continuare con il gruppo, diceva che ne
aveva trovato uno migliore, ma io so che non era così. Il gruppo di
Rocky eravamo noi, ecco perché poi io sono andato avanti con gli
Airedales.
Però siete sempre
rimasti amici, non è così?
Fino alla fine. Io ho una
casa a Fregene, lui era in affitto e stava sempre da me.
Quando Rocky è morto, ha
portato via con sé una parte della mia vita. Noi siamo sempre stati
insieme dall’inizio, seguivo tutte le sue cose, ho scritto tutto
per lui, gli arrangiamenti li facevo come voleva lui, sono diventato
il suo capogruppo perché ero quello di cui si fidava di più. Il suo
successo dipendeva da come preparavo la band, se sbagliavo io
sbagliava anche lui. Abbiamo condiviso tantissime cose, basti pensare
a “Stasera mi butto”. Sul retro del 45 giri c’era un mio pezzo,
“Just because of you”, quindi quando siamo stati premiati per 1
milione e mezzo di copie, ho preso anch’io lo stesso premio.
E dalla RCA perché sei
passato alla Durium?
Qui subentra un altro
grande amore per me, Little Tony. Io frequentavo Tony molto spesso
per via della sua gelosia. Era molto geloso della moglie. Mi spiego.
In quel periodo a Roma suonavo al Club 84 e Tony veniva giù a locale
per spiare la sua signora, convinto di trovarla lì con qualcun
altro. Lo vedevo appostato inutilmente nel suo angoletto e alla fine
siamo diventati amici. Mi veniva a prendere tutti i giorni per
portarmi in sala. Ho lavorato al missaggio di “Cuore matto” , ho
tirato fuori quel basso e l’ho fatto suonare a modo mio. Un giorno
Tony mi procura un incontro-audizione con Elisabel Mintanjan, la
moglie del presidente della Durium, Krikor Mintanjan, di origini
armene. Il contratto è praticamente già pronto, lascio la RCA e
porto via anche Rocky, nonostante loro mi avessero sentito cantare
nell’album di Rocky e mi avevano già proposto un progetto solista.
Lucio Dalla doveva scrivere dei pezzi per me e di quelle canzoni
erano già partiti i provini. Devono avermi odiato per questo.
Il tuo primo Lp Durium
è “The sound of soul” del 1967. Cosa conteneva?
Il mio repertorio, qualche
cover, ma soprattutto i miei brani. Dove vedi Fowlkes-Johnson-King,
era un accordo che avevamo preso per dare un contributo al nostro
manager. Jessie King era l’organista e poi c’ero io che scrivevo
quasi tutto da solo. Il primo pezzo dell’album è “Chapel of
dreams” canzone del 1958 portata al successo dai Dubs, un gruppo
vocale doo wop, che poi sarebbe diventata, con il testo italiano di
Giorgio Calabrese, “I miei giorni felici”. Fu il produttore
Giampiero Scussel a suggerirmi di cantarla in italiano, devo
sicuramente a lui questa intuizione, anche se io non ho mai amato
questa canzone.
E perché?
La odiavo e ancora oggi
non la sopporto, ma dopo tanti anni se c’è
un pezzo con cui sono
riconosciuto è proprio “I miei giorni felici”. Questo dimostra
il potere della discografia, finché fa il suo lavoro: se tu dai una
cosa al pubblico, in un primo momento può essere snobbata, ma se
questa cosa viene promossa a tappeto alla fine cede sempre il
pubblico. La cosa strana è proprio questa, che il pubblico alla fine
accetta qualsiasi cosa.
Tornando alle canzoni
che ti gratificano maggiormente, preferisci forse “Un corpo
un’anima”?
Quella sì che è
diventata veramente una cosa mondiale, accettata in tutte le lingue e
in tutte le nazioni, al punto che Umberto Tozzi ancora mi bacia
quando mi vede. E’ stato in assoluto il suo primo hit, anche se
solo come autore. Mi ricordo all’epoca aveva fatto un provino del
brano e me lo portò insieme ad altri pezzi. Afferrai subito quella,
bocciando le altre.
A proposito di autori,
alcuni tuoi pezzi sono firmati da un certo Lubiak, cioè Felice
Piccarreda...
Il produttore che mi ha
fatto conoscere Dori. In realtà l’avevo già incontrata al
Cantagiro del ’69, e già allora stavo meditando un cambiamento –
noi americani siamo fatti così, a un certo punto abbiamo bisogno di
fare qualcosa di diverso e spesso lo facciamo in coppia. Se ci fai
caso, tutti gli artisti americani prima o poi hanno fatto un duetto
nella loro carriera. Insomma, fu Piccarreda a chiamare Dori in
studio, a Milano. La prima cosa che abbiamo registrato insieme, prima
di ufficializzare la coppia, è “Voglio stare con te”, che fu
inserita nel mio 33 giri “Vehicle”, quello con tutti gli
Airedales sulle moto Kawasaki. E da lì, è partita la nostra scalata
finita purtroppo quando è stata rapita.
Dori è stata la prima
cantante a cui hai pensato, o avevi fatto anche altri provini?
In verità ero diventato
molto amico di una ragazza che faceva la corista di Rita Pavone, si
chiamava Rita Monico, aveva una voce pazzesca, voleva fare delle cose
da solista e avevo anche scritto delle canzoni per lei. Però aveva
un problema alla gamba, non camminava bene e questo le leggi
impietose del palco e delle televisione non lo avrebbero ammesso. Io
non ho mai voluto parlare di questa ragazza perché poverina ha perso
un’occasione d’oro. Chissà come sta oggi…
Prima dicevi che gli
artisti hanno la puzza sotto il naso, a chi ti riferisci?
Gli artisti italiani sono
tremendi, perché tra colleghi non si salutano. Celentano ed io ci
siamo incrociati tante volte e non ci siamo mai scambiati una parola,
lo stesso con sua moglie. Loro stanno sulle loro ed io rimango sulle
mie, che posso fare? Molti cantanti hanno mantenuto una certa
distanza con me. Noi americani non siamo così, artisticamente
parlando. Non c’è niente da fare, il modo di pensare a questo
lavoro è molto diverso e un collega americano non rifiuta mai una
stretta di mano.
Qual è il tuo rapporto
con l’America?
Non buono, per questo
insistevo ad andare avanti qui e con me ho portato anche i miei due
fratelli, Orlando Johnson, il batterista che ora suona nei programmi
della Rai e Marvin, che però adesso vive in America, è tornato a
casa. Anche quando ho cercato di distribuire i dischi della Durium
non è stato facile. Nel 1976 ho fondato la mai etichetta Wesley
International. E’ durata 4 anni in Italia e 4 in Nord America.
E per un periodo hai
vissuto in Canada.
Mi piaceva di più, facevo
molti concerti ed avevo la possibilità di stare vicino agli Stati
Uniti, ma in un paese con la mentalità europea. Avevo una grande
comunità italiana che mi appoggiava e da lì era più facile
manovrare gli affari con New York, anche se nella jungla newyorkese è
impossibile sopravvivere. Già allora sparavano 900 produzioni al
giorno.
Anche Dori ti raggiunse
in Canada?
Non subito, anzi la prima
volta mi ha creato anche molti problemi perché una buona metà del
tour americano l’ho fatto senza di lei. Il produttore voleva
linciare l’impresario, serviva una ragazza somigliante… Pensavamo
che nessuno se ne sarebbe accorto. Al Madison Square Garden non c’era
Dori, ma una bionda che avevo conosciuto in Canada, totalmente
sconosciuta. Era un’italiana del sud, forse pugliese. Lo so non
sono belli certi trucchetti, penso pure che il pubblico se ne sia
accorto, poi per fortuna Dori mi ha raggiunto a Toronto e abbiamo
chiuso il tour insieme. E’ stato un grande successo, ma lei era
molto diffidente nei confronti dei produttori italo-canadesi.
Quali sono i numeri del
vostro successo in duo?
Impossibile stabilirlo, se
pensi che “Un corpo e un’anima” continua a vendere, soprattutto
in compilation. In cifre posso dirti che subito dopo Canzonissima
arrivò il riconoscimento per 800.000 copie vendute. E’ stato
sicuramente il nostro maggiore successo anche negli altri mercati,
con diversi milioni di copie solo in Sud America. Quando abbiamo
fatto l’Eurofestival con “Era”, la vendita dell’album in
Europa aveva raggiunto quota 6 milioni.
Quando la stampa ti
chiedeva del duo, tu rispondevi alla solita
domanda così: “Non
formiamo una coppia fissa, siamo due solisti che la casa discografica
ha messo insieme per vendere più dischi”. A cosa attribuisci il
successo, alla tua svolta melodica o alla novità della coppia?
Quello che facevo io è
quello che poi ha fatto uno come Zucchero, ma a metà degli anni ’70,
il soul e l’r&b non andavano più per la maggiore. Io vedevo la
cosa a modo mio, pensavo di fare il colpo grosso, ma i discografici e
i media sono riusciti a fare qualcosa di più incisivo, conquistare
il cuore delle casalinghe italiane. All’inizio è stata la formula
mista che ha più colpito e che ha fatto anche discutere. Ma il
successo è questo.
Ricordi qualche
episodio in particolare?
Alle volte la cosa era un
po’ comica. Anche se avevo semplificato apposta il mio nome –Wess da Wesley Johnson
–, la
gente trovava più facile chiamarmi signor Ghezzi… anche perché
molti erano convinti che Dori fosse mia moglie.
Forse anche voi, per
ragioni pubblicitarie, avete giocato con quest’ambiguità.
E’ partito semplicemente
come un lavoro. Ma poi, sai, stando insieme è arrivata la tenerezza.
Non è durato molto perché io avevo dei problemi, ero sposato, avevo
dei figli, non potevo approfondire troppo, anche se mia moglie già
sapeva… ma non ho ne ho mai parlato a nessuno: dovevamo sempre
nasconderci, per stare da soli scappavamo in montagna, a Bormio. Poi
Dori ha cominciato a soffrire, soprattutto quando a Sanremo mi
raggiunse mia moglie. Forse dovevo stare solo con lei e non l’ho
fatto.
E così è il tuo
primo matrimonio finì…
Tanto sarebbe finito lo
stesso… Con la vita che facevo era impossibile stare a casa, avevo
tutti addosso. Poi quando Dori ha conosciuto Fabrizio, ha cambiato
rotta.
Tu l’ hai conosciuto,
De Andrè?
Certo, la prima volta ci
siamo incontrati per caso in un teatro di Milano. Oddio, non so
quanto fosse casuale quest’incontro o magari coordinato da
qualcuno, forse per gelosia. So soltanto che io ero uscito con una
parente di Dori e alla fine eravamo seduti vicino, tutti e quattro
sulla stessa fila di posti numerati… una strana coincidenza, non ti
pare? Era pieno di giornalisti che ci scattavano foto ed è stato
proprio in quella occasione che è esplosa la novità che lei stava
con Fabrizio.
Qual è l’ultima cosa
che hai fatto con Dori?
Un album nel ’79, si
chiamava “In due”. Poi abbiamo registrato un pezzo che dovevamo
presentare al Festival Yamaha in Giappone nel 1980, ma il rapimento
in Sardegna mise fine tutto.
L’ultima volta che
l’hai incontrata?
Qualche anno fa sono
andato a Milano a fare una cosa in teatro organizzata da lei. Era
all’inizio della guerra del Golfo. Ora ci sentiamo al telefono ogni
tanto, ma non ho potuto più abbracciarla.
![]() |
| Wess, Elisabel Mintanjan (moglie del boss della Durium), Dori Ghezzi |
Timisoara Pinto
lunedì 12 febbraio 2018
Fabrizio De Andrè e la Corte dei miracoli
E’ da quando ho visto al Cinema “Principe libero” che mi ronza in testa una parola che forse De André non avrebbe mai usato: “imprinting”. Sì, perché il mio battesimo del fuoco con De André dev’essere avvenuto in un “periodo sensibile”, un incontro, una scoperta che ha lasciato un’impronta forte e precisa e, soprattutto, me ne ha fatta venire in mente un’altra.
Avrò avuto sei, sette anni, ero sul divano davanti alla tv a casa dei nonni, il raduno dei nipoti, la domenica a pranzo. Monocanale per riflesso condizionato in era pretelecomando. Un via vai di adulti chiassosi, tra la cucina e il soggiorno. Fatto sta che, anche in tempi non sospetti, su quello schermo poteva accadere di tutto. Un film di cappa e spada all’improvviso si trasforma in una raffinata saga a metà tra il cinema d’autore anni ’60 e le cime tempestose delle copertine dei romanzi Harmony.
Un'attrazione sensualissima quella tra la bionda Angelica, marchesa degli angeli, e il suo Joffrey de Peyrac, quello con la cicatrice per sembrare sfigurato ma che, invece, non era brutto per niente.
A seguire, un altro amore, quello tra l'altrettanto bionda Marianna, la perla di Labuan e Sandokan di Kabir Bedi (l’unico e inimitabile), riproponeva sguardi, colori, intrecci e la stessa singolar tenzone.
Alla fine tutti fuori a giocare e al massimo a citofonare, dove macchine non ne passavano e una catasta di macerie sembrava lì apposta per farci arrampicare. Sarà stato per i capelli lunghi e ribelli e perché facevo scherma, ma finivo sempre con l’interpretare sempre un po' Angelica, un po' Sandokan, comunque a battagliare.
Bastava cambiare fascia, perché mia madre mi metteva sempre la fascia, non il cerchietto. Ne avevo una rossa e una celeste. Con la prima ero Sandokan, con l’altra la marchesa degli Angeli.
Non mi ricordo il mio primo incontro con De André, ma guardando “Principe libero”, la schermaglia
tra due personaggi belli e ribelli (quindi doppiamente belli), anche in questo caso la bionda e il tenebroso con cicatrice da qualche parte, mi ha fatto ripensare ai miei eroi dell’infanzia.
Dori Ghezzi e Fabrizio come Marianna e Sandokan, come Angelica e Joffrey, con la loro Corte dei miracoli fatta di pirati, esclusi, emarginati sociali o, per chiudere con le parole dello stesso De Andrè: “quel mondo disperato e affascinante dei miserabili, dei diseredati, di coloro che non hanno avuto fortuna, delle vittime insomma. Coloro, anche, che hanno peccato, che la giustizia dell'uomo tanto spesso condanna senza pensare che spesso è proprio la miseria, la sfortuna, la solitudine a spingerli sulla china del male. Sicché la conclusione è che soltanto la pietà, l'amore può salvare l'umanità''. Ecco, De Andrè e i cantautori sono stati la mia educazione musicale, ma anche e soprattutto, politica e sentimentale.
Timisoara Pinto
Avrò avuto sei, sette anni, ero sul divano davanti alla tv a casa dei nonni, il raduno dei nipoti, la domenica a pranzo. Monocanale per riflesso condizionato in era pretelecomando. Un via vai di adulti chiassosi, tra la cucina e il soggiorno. Fatto sta che, anche in tempi non sospetti, su quello schermo poteva accadere di tutto. Un film di cappa e spada all’improvviso si trasforma in una raffinata saga a metà tra il cinema d’autore anni ’60 e le cime tempestose delle copertine dei romanzi Harmony.
Un'attrazione sensualissima quella tra la bionda Angelica, marchesa degli angeli, e il suo Joffrey de Peyrac, quello con la cicatrice per sembrare sfigurato ma che, invece, non era brutto per niente.
A seguire, un altro amore, quello tra l'altrettanto bionda Marianna, la perla di Labuan e Sandokan di Kabir Bedi (l’unico e inimitabile), riproponeva sguardi, colori, intrecci e la stessa singolar tenzone.
Alla fine tutti fuori a giocare e al massimo a citofonare, dove macchine non ne passavano e una catasta di macerie sembrava lì apposta per farci arrampicare. Sarà stato per i capelli lunghi e ribelli e perché facevo scherma, ma finivo sempre con l’interpretare sempre un po' Angelica, un po' Sandokan, comunque a battagliare.
Bastava cambiare fascia, perché mia madre mi metteva sempre la fascia, non il cerchietto. Ne avevo una rossa e una celeste. Con la prima ero Sandokan, con l’altra la marchesa degli Angeli.
Non mi ricordo il mio primo incontro con De André, ma guardando “Principe libero”, la schermagliatra due personaggi belli e ribelli (quindi doppiamente belli), anche in questo caso la bionda e il tenebroso con cicatrice da qualche parte, mi ha fatto ripensare ai miei eroi dell’infanzia.
Dori Ghezzi e Fabrizio come Marianna e Sandokan, come Angelica e Joffrey, con la loro Corte dei miracoli fatta di pirati, esclusi, emarginati sociali o, per chiudere con le parole dello stesso De Andrè: “quel mondo disperato e affascinante dei miserabili, dei diseredati, di coloro che non hanno avuto fortuna, delle vittime insomma. Coloro, anche, che hanno peccato, che la giustizia dell'uomo tanto spesso condanna senza pensare che spesso è proprio la miseria, la sfortuna, la solitudine a spingerli sulla china del male. Sicché la conclusione è che soltanto la pietà, l'amore può salvare l'umanità''. Ecco, De Andrè e i cantautori sono stati la mia educazione musicale, ma anche e soprattutto, politica e sentimentale.
mercoledì 31 gennaio 2018
Ma come "chi fu?"
Antonio Infantino, i denti cariati... E la patria?
E allora chi fu? Il suo tormentone, “La gatta mammona”, è il mantra che dovrebbe sciamare nella nostra testa in queste ore. Un briccone divino, secondo la felice intuizione di Luigi Cinque nel suo lavoro da regista dedicato ad Antonio Infantino. Si chiama “Fabulous trickster”, il film è praticamente finito, e prende spunto dal saggio antropologico psicanalitico di Paul Radin, Károly Kerényi, Carl Gustav Jung. Una definizione a cui Antonio con grande ironia non si è mai sottratto, salvo poi ribadire ad ogni occasione: “ma perché nessuno dice mai che io ho ricevuto il massimo riconoscimento europeo in ambito culturale da parte dell'Accademia Reale Belga di Letteratura, Scienze e Belle Arti? E' come vinere il Premio Nobel dello spettacolo!”. Ma questa storia dell'eremita egocentrico che sfuggiva talora per attorcigliarsi in una dose di autolesionistica cialtroneria ci faceva sorridere un po' tutti e lui ci era dentro con tutto il suo copricapo. Forse perché Antonio faceva scivolare le cose nell'imbuto della sua filosofia.
Antonio Infantino era un musico incantatore, quello che insieme a Enzo Del Re ha tracciato il passaggio dal cantore di musica popolare al cantautore. Che ha messo testardamente elementi di musica popolare nella sua personale proposta artistica, fatta di avanguardia, poesia beat e attitudine punk.
Era un architetto e, soprattutto un filosofo, folgorato dalla vicinanza della scuola orfico-pitagorica che aveva in Metaponto, nella terra dov'è cresciuto, in Basilicata, uno dei suoi centri propulsori. “La filosofia è alla base di tutto – mi diceva –. Devo molto alla professoressa di Liceo, Amina Capoluongo Ferrari, tua nonna, perché mi ha insegnato a perseguire i gradi di libertà e la libertà di coscienza. Mi sono interessato di tarantismo e di qualsiasi forma d'arte nella misura in cui sia il tarantismo che ogni forma d'arte sono lo strumento per mantenere e conservare la libertà, non solo nella nostra coscienza ma nel sociale”. Capite perché c'era un legame fortissimo tra di noi?
Ma allora chi fu? Un nomade, uno sradicato, costretto dai fatti, a ingaggiare una forma di guerriglia culturale, per snobismo di ritorno, a rivendicare le radici: “con il mio 110 e lode in architettura, i premi internazionali, ho comunque dovuto fare uno sforzo superiore ad uno di Firenze, perché lui partiva dalla città dell’arte per eccellenza. Ma a Firenze, senza Pitagora, il rinascimento fiorentino non lo facevano mica!”
L'Università per i figli dei baroni non lo aveva previsto e nel suo continuo uscire da un'orbita di se stesso per entrare in un'altra, Infantino si trasferisce in Brasile. Anche lì riesce a fare allo stesso tempo il pittore, l'architetto e il musicista.
“Non mi interessa la tradizione in sé, ma la forza di quella cultura, condividere l’oro dell’umanità. Questo implica uno sforzo enorme per acquisirla, digerirla, ma le culture di cui gli altri sono portatori devono avere pari dignità. “Non sei di Tricarico perché sei nato a Sabaudia, quindi a Tricarico non ero di Tricarico perché nato a Sabaudia, a Potenza non ero di Potenza perché ero cresciuto a Tricarico, a Firenze non ero di Firenze perché venivo da Potenza, in Brasile non ero brasiliano perché arrivavo dall’Italia”. Le conseguenze sociali di questa emarginazione hanno dato un'impronta fortissima alla sua vita.
In Brasile Infantino realizza, tra le altre cose, progetti di urbanizzazione (Ubatumirim), la Chiesa di San Juan per la Braslar - Jacarei a San Paolo e l'album con Fafà De Belèm, “La Tarantola va in Brasile”. Con la sua taran-samba al Tenco del 1977 fa ballare il pubblico del Teatro Ariston di Sanremo come forse non è mai più accaduto.
“Il dialogo e la comunicazione con gli altri avvenivano proprio attraverso la musica. Non era un interesse teorico, era che ti mettevi a suonare e vedevi le combinazioni. Ascoltavi un ritmo e rispondevi con il tuo, era un incrocio, una poliritmia. Come il freejazz rispetto al jazz, la differenza è di mentalità. Adoro la cultura degli altri perché è degli altri. È come se io mi interessassi al corpo degli altri senza tener conto del mio. Del mio in relazione a quello degli altri. Allora con la musica non è la stessa cosa? Suonavamo insieme agli altri, come quando si sta insieme, non è che ad un certo punto io mi faccio uguale all’altro. E questo è fondamentale per capire perché in Italia si fanno, invece, sempre le fotocopie”.
Ma allora chi fu? Senza ripercorrere l'intera carriera, basta dire che ad Infantino, in un periodo di grande fervore controculturale, capita un'occasione dopo l'altra che ne fa anche un genuino precursore. Nel 1966 debutta con un libro di poesie, "I denti cariati e la patria", con la prefazione di Fernanda Pivano: poesie-canzoni con cui Giangiacomo Feltrinelli avrebbe dovuto lanciare una collana sulla beat generation italiana. "Gli occhi strabuzzati del surrealismo, ma il surrealismo della realtà, delle differenze di status. Nelle mie poesie c'era l'alienazione consumistica. Era un modo di essere tarantato non folkloricamente".
Il suo primo album, nel 1968, “Ho la criniera da leone... perciò attenzione”, inaugura l’etichetta “Gruppo 99”, una piccola scuderia musicale all’interno della Ricordi dedicata alla nuova canzone sociale e politica. Con la sigla SMRL 6062, l'album fa parte del primo lotto di dischi "stereo" prodotti in Italia. Arriva con Stereoequipe (SMRL 6060) dell’Equipe 84 e immediatamente prima del debutto a 33 giri di Lucio Battisti (SMRL 6063). I numeri di catalogo attestano la cronologia degli avvenimenti.
Poi il suo produttore, il grande Nanni Ricordi, gli dice “ti interessano le canzoni ‘cuore-amore’ o invece c’è qualcosa in te che fa parte della carne e del sangue della nostra cultura?”. Tra andare a Sanremo o seguire Dario Fo, Antonio non ha dubbi: partecipa a “Ci ragiono e canto” e il posto al Festival si libera per il “successore”. Si toglie anche il foulard dai colori psichedelici per “prestarlo” a Battisti nell'inizio della sua avventura.
Antonio espone le sue opere tra gli artisti della Galleria Numero di Fiamma Vigo. Collabora con i musicisti del Living Theatre, pionieri del free jazz e con artisti performativi, gestuali come Vittorio Gelmetti, Sylvano Bussotti, Pietro Grossi, Giuseppe Chiari e Alvin Curran del gruppo Fluxus. Porta i suoi tarantolati al Folkstudio di Roma, incide i suoi dischi per l'etichetta di Giancarlo Cesaroni e lì debutta con i suoi spettacoli, tra cui“Il ballo di San Vito”.
Ma allora chi fu? Per saperne di più c'è un libro di Walter De Stradis, “Nella testa di Antonio Infantino”, una recente intervista su blogfoolk.it, il film in uscita, un nuovo disco registrato ma ancora inedito. Tante cose in ballo e lui spicca il salto, il paradosso trascendente nel canone in fuga circolare del ritmo ipnotico di cui è maestro, come San Giuseppe da Copertino.
“Nella terra della miseria nera fotografata da Cartier-Bresson negli anni 50, mi piaceva e mi incantava vedere la gente ballare… senza pudore e conformismi, man mano sempre più eccitati come fisiognomiche capre saltanti, gatti, cani, conigli, galline fuggenti, colombe, aquile nel cielo, porci, vacche, tori, cavalli, api ronzanti al ronzio della zampogna… ruotando fino a cadere stressati ma felici, attori di una grande pantomima al ritmo della divina proporzione”.
Negli occhi portava impressa l'immagine di un eroe, il sindaco poeta contadino di Tricarico, Rocco Scotellaro: “con i suoi capelli rossi, la sua dolcezza e la sua autorevolezza, era molto appariscente. Me lo ricordo bene quando camminava davanti al portone di casa mia con Danilo Dolci e Carlo Levi, e noi bambini ci incantavamo, addomesticati e ricomposti come quando passa il santo”.
Ma allora chi fu? E perché Sabaudia? Il 6 aprile 1944, suo padre, già decorato al valor militare, era di servizio sulla costa, a Terracina. “Sono nato sotto le bombe che arrivavano dal mare e sotto i tetti occupati dai tedeschi che sparavano con le mitragliatrici antiaeree. Mio padre dice che fu un ufficiale tedesco a fare da levatrice, secondo mia madre, invece, un tale di San Lorenzo rifugiato nel campo di Sabaudia. Un enigma che non credo risolverò mai. Ecco perché mi è connaturale un così forte senso percussivo nella musica e sono visceralmente scortato da grandi esplosioni ritmiche e da questo benedetto destino che mi porta a girovagare senza correre mai grandi pericoli”.
Una vita vorticosa di quelle che generano una forza centrifuga. Non era facile per nessuno stargli accanto. Avrebbe solo voluto suonare di più, non aspettare mesi e anni per un pagamento. Stanco, arrabbiato, orgoglioso, di quelli che arrivano a sublimare la scelta di vivere senza mai curarsi, senza più fiducia nelle istituzioni e senza illusioni.
Ma allora chi fu? Molti non lo hanno capito. Lo sanno i musicisti di Tricarico che gli sono stati sempre accanto, gli artisti che lo hanno coinvolto nei loro festival. Ce lo vedete Antonio Infantino a seguire un percorso fatto di bandi, protocolli, rendicontazioni? Non si è trovato un modo per sollevarlo dall'ansia del vivere quotidiano attraverso un incarico di prestigio, una docenza accademica. Non poteva essere un meraviglioso testimonial orgogliosamente acclamato della Regione Basilicata? Proprio ora che la nostra regione è così esposta agli sguardi del mondo della cultura?
Parlare con lui era un'esperienza psicanalitica con una certa matematica convinzione che tanto tutto tornava sempre al suo posto, tranne questa volta, che se n'è andato lasciando a noi la quadratura del cerchio.
Timisoara Pinto
| Con Enzo Del Re in "Ci ragiono e canto" |
| Con Enzo Del Re in "Scatola n.3" |
| L'ultima locandina |
Tricarico (MT)
martedì 16 gennaio 2018
Il cielo d'Irlanda e la salsa di mirtillo

Ho scoperto la cranberry sauce quando facevo l’Università. Dividevo l’appartamento con Audrey, una ragazza irlandese che ha studiato e lavorato a Roma con l’Erasmus. Certo, al cinema tutti intingono il tacchino nella salsa di mirtilli. L’avevo visto in “Quel che resta del giorno” con Anthony Hopkins o in qualche serie tv americana nella scena dell’immancabile pranzo del ringraziamento. Ma il mirtillo era sapere che ogni tanto avrei ascoltato una telefonata tra una madre e una figlia nella lingua scura di Dublino.
Audrey si presentò come ci saremmo vestiti noi nella fase dark di almeno dieci anni prima, quando si ascoltavano i Cure, per capirci: anfibi, capelli nero corvino, top con bretelline, gonne lunghe, matita intorno agli occhi. Tutto rigorosamente nero. Nero con gli occhi celesti su una pelle bianchissima.
Al sole di Roma, quelle volte che Audrey usciva senza lo stucco di protezione sul viso, rientrava rossa come un peperone e le lentiggini che cercava di nascondere con uno strato di cerone bianco che manco la notte di Halloween, tradivano la vera identità, più vicina al candore bucolico di Holly Hobbie che al look lugubre e mortifero di Marylin Manson.
Il vero diavolo era la carne che non mangiava, ma a dire il vero non sono mai riuscita a capire come facesse ad andare avanti a pacchetti di patatine e bicchieri di vino rosso e coca cola, la sua miscela preferita. Infatti, mica li beveva separatamente. Insieme diceva che erano più buoni (anche perché il vinello era quello lanciato sulle tavole di mezzo mondo in confezione tetra pack).
Audrey aveva sempre una bottiglia del suo bibitone accanto al letto. Anche quella mattina quando, diretta verso il bagno, fui quasi accecata da un cono di luce divina nel corridoio. La mia coinquilina era andata a dormire lasciando la porta blindata spalancata, che spaventoso ossimoro. Meno male che nell’androne c’era Egisto, il portiere, un meraviglioso mestiere che anche a Roma purtroppo sta scomparendo.
Erano gli anni dei pub irlandesi e lei lavorava in uno di questi. Quando andavo a trovarla, riuscivo a dirle due parole solo mentre lavava i bicchieri. I bicchieri al pub si lavavano così: due secondi di immersione in una vaschetta piena di detersivo annacquato e poi capovolti a scolare sulla tovaglietta rettangolare con il logo della Guinness.
Erano gli anni dei piercing sulla lingua e dei Cranberries, ma Audrey era pazza di Eros Ramazzotti. Forse all’epoca, per gli studenti Erasmus, era l’unico approccio per iniziare a masticarla la lingua.
Mi parlava molto della sua famiglia numerosa, di un’Irlanda bigotta dove tutti spacciavano pillole del giorno dopo, ma anticoncezionali neanche a parlarne. Dove ti potevi ubriacare come se non ci fosse un domani e appena uscito dal College ti sposavi per metter su famiglia. Delle “vacanze romane” di Audrey e del cielo d’Irlanda visto da qui, ho imparato le sfumature. E anche quel nero, che ora in giro per il mondo abbracciando gli elefanti, la ragazza con gli occhi azzurri e le sopracciglia sottili non indossa più, non era proprio nero nero. Era il nero scolorito, il nero che perde dopo tanti lavaggi. Noi diremmo che diventa color melanzana, ma invece era proprio salsa di mirtillo.
Timisoara Pinto
giovedì 11 gennaio 2018
Nello spazio live di stereonotte con Enrico Rava e AstroSamantha...
Il 12 gennaio, a partire dall1.30, Stereonotte trasmetterà il live di un gigante del jazz: Enrico Rava. A 78 anni, il trombettista, band leader e guru per diverse generazioni di musicisti, non smette di confrontarsi con i giovani talenti.
Nello spazio musicale notturno di Rai Radio1, Enrico Rava sarà accompagnato, infatti, da Francesco Diodati, vincitore, per quattro anni consecutivi del referendum della rivista JazzIt nella categoria miglior chitarrista.
Stereonotte è una luce in mezzo a tutto il buio che cè intorno, come i dischi che hanno illuminato la mia infanzia: saluta così gli ascoltatori lospite di Silvia Boschero nel lungo musictalk trasformato in una lectio magistralis sulla storia del jazz.
Tra i brani che Rava e Diodati eseguiranno dal vivo nello studio live di Stereonotte: Diva, Happy Shame, F-Express e Space Girl, scritta per AstroSamantha: Mi ha emozionato lidea di questa prima donna italiana nello spazio e mia moglie mi ha suggerito il titolo.
56 anni di carriera e 50 dallesperienza del 68: Io sono uno di quelli che pensano che la musica non centri nulla con la politica, ma nel 68 anche io sono rimasto coinvolto, anche perché il cosiddetto free jazz veniva visto come la musica della rivoluzione e il jazz ortodosso come la musica della reazione. Le conseguenze furono paradossali: a Umbria Jazz, Count Basie non riuscì ad esibirsi perché cera un gruppo che si chiamava Senza tregua e aveva diffuso i volantini con la frase Non fate suonare Count Basie perché è un servo della Cia. Per far suonare Chet Baker, colpevole di essere uno sfruttatore dei neri, dovette salire sul palco Elvis Jones che prese il microfono per dire Ragazzi, questo è uno di noi.
Enrico Rava annuncia il prossimo progetto discografico con il funambolo dellelettronica degli ultimi anni, Matthew Herbert, e con Giovanni Guidi al pianoforte: Lultima grande innovazione sul linguaggio è stata quella di Ornette Coleman e stiamo parlando del 1959. Vedo nellelettronica una delle possibili vie di scampo per il jazz.
Foto, video e contributi extra su www.raiplayradio.it e sulla pagina fb del programma (facebook.com/stereonotte).
A questo LINK un pezzo in anteprima: "Space Girl" scritto per Samantha Cristoforetti
mercoledì 20 dicembre 2017
"La notte è più bello" su Radio1: la playlist di Jovanotti
Stereonotte, lo spazio musicale di Rai Radio1, trasmette a partire dall’1.30 di questa notte, una lunga e appassionata chiacchierata con Lorenzo Jovanotti che parte dall’amore per la musica alla radio: “Ho sempre amato la notte e quando sono in tour non riesco mai a dormire prima delle 5, ma quando sono a casa vado a letto presto. Ho cominciato ad apprezzare la mattina e a frequentarla quando è nata mia figlia Teresa, perché mi piace accompagnarla a scuola. La prima cosa che faccio quando mi sveglio è scaricare i podcast dei programmi che seguo di più”.
Sfogliando il libro “Sbam. Il diario di viaggio del nuovo album”, Jovanotti ci porta sulle tracce di Joe Strummer, Bruce Springsteen, Fabrizio De André: “attraverso Smisurata preghiera ho scoperto Alvaro Mutis che è diventato uno dei miei scrittori preferiti – dichiara Lorenzo -. De André ha insegnato qualcosa a tutti, anche a chi non l’ha mai ascoltato. Qualcosa di lui arriva sempre e comunque, attraverso una forma di oralità”.
Nella playlist proposta a Stereonotte non poteva mancare Johnny Cash e il racconto dell’incontro con il produttore di questo suo ultimo album, un vero mito della musica americana, Rick Rubin, già al lavoro sulla serie “American Recordings” di Cash: “Rubin è molto concentrato sull’idea di ristabilire il primato della canzone come forma d’arte e non come business. La sua missione è asciugare il suono, riportare l’attenzione verso la canzone nella sua forma più essenziale”.
Al microfono di Silvia Boschero, Jovanotti ha espresso il suo apprezzamento per la novità musicale degli ultimi tempi, la trap: “Il battito della trap mi interessa molto. Questa musica è veramente nuova, per la prima volta non è derivativa da nulla, non riesco a risalire alle fonti sonore di quel mondo lì. C’è sempre un albero genealogico, perché l’hip hop viene dal blues e dal funk, la dance viene dalla disco e dalla black music, ma nella trap faccio fatica a trovarlo, perché forse è una musica che scaturisce dal rapporto tra un uomo e un computer”.
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