lunedì 8 marzo 2021

Sanremo 2021. La tua banda suona il rock... in un’eterna ripartenza

E’ appena finita la settimana in cui tutto si sanremizza: la musica, la tv, i giornalisti, i gusti, le parole. Sanremo è un grande rito nazionalpopolare e tutto viene riparametrato all’internodi quel recinto. Un esperimento di psicologia sociale, oltreché di comunicazione di massa. "Rivoluzione” riferito ai Maneskin, un termine utilizzato da uno dei maggiori quotidiani e intorno al quale giustamente si è scatenato il dibattito sui social, risuona troppo sbilanciato, eccessivamente ottimistico, almeno così arriva ai tanti che guardando Sanremo a distanza, al di fuori del meccanismo festivaliero, non sono travolti dallo stesso entusiasmo e neanche lo capiscono. Per il Giornale Radio ho trasmesso il commento a caldo del critico Stefano Mannucci, grande penna del giornalismo musicale, che ha dichiarato: “I Maneskin hanno ribaltato l’Ariston, hanno portato quell’energia che manca ovunque nel paese. La loro vittoria certifica l’approdo del rock italiano al tavolo importante della musica. Il loro brano, dedicato a un professore che diceva solo “State zitti e buoni”, alla vigilia del ritorno di tantissimi studenti alla didattica a distanza, può essere interpretato come un segnale importante. E’ il rock italiano che dice qualcosa di sensato”. Ecco quello che ci è mancato soprattutto, la reazione del pubblico in sala, la standing ovation sull’intonazione e il possesso del microfono da parte di Orietta Berti, 77 anni e senza ear monitor. Avrei voluto vedere il pubblico, se davvero si sarebbe scatenato sui Maneskin, perché quello che riempie le poltrone dell’Ariston è un pubblico di età medio-alta, insomma una fascia anagrafica diversa da quella che con il televoto ha decretato la vittoria del gruppo romano. E’ chiaro che il termine utilizzato è una metonimia, dove l’Ariston sta per “pubblico che guarda Sanremo da casa” (quest’anno l’unica modalità possibile peraltro) quindi, il ribaltamento a cui allude Mannucci, riguarda il coinvolgimento di un pubblico che si è avvicinato alla musica attraverso i social e i talent tv. E’,infatti, con il televoto e la Sala Stampa, che i Maneskin hanno ribaltato la classifica: dopo le prime due serate erano quindicesimi nelle preferenze della giuria demoscopica, (quella composta da 300 persone, un campione statisticamente rappresentativo selezionato tra abituali fruitori di musica). Alla fine della terza serata, i Maneskin erano decimi con la cover di “Amandoti” dei CCCP, eseguita con il loro talent scout Manuel Agnelli, e grazie al voto dell’orchestra del Festival. Con il voto della sala stampa, i Maneskin sono risaliti al quinto posto e, infine, giornalisti accreditati e televoto sono le due giurie che, nella terna finale, hanno consegnato leone e palma d’oro alla band romana. Sono i risultati del televoto che hanno fatto gridare al miracolo. Nel Sanremo della pandemia, il pubblico degli adolescenti esulta e si commuove per il trionfo dei Maneskin, “Zitti e buoni” è un pezzo energico, un serenata sfrenata al "chiaro di luna" (Maneskin in danese) che incarna la voglia di urlare di tanti ragazzi, in questo anno difficile per la loro crescita, ragazzi che si sentono improvvisamente rappresentati da un festival che ha appena compiuto 71 anni. Collezionano like e visualizzazioni, come del resto i secondi Fedez e Michielin e il terzo classificato, Ermal Meta. L’equazione “forti sui social, forti a Sanremo” quest’anno ha funzionato, ma sono il coprifuoco, la socialità filtrata dagli smartphone, che hanno rivoluzionato la classifica. Decisivo è stato il voto di quella fascia d’età,la stessa o poco meno, di Victoria, Damiano, Ethan e Thomas, che sono belli, ammiccanti e sexy e si scatenano cantando "Siamo fuori di testa". Da un punto di vista musicale, rivoluzionaria è stata la vittoria di un brano che strizza l’occhio ai canoni trasgressivi del glam-rock e non un brano rap e o trap, ad esempio. Quello che era rivoluzionario fino all’anno scorso per stampa e addetti ai lavori, improvvisamente non lo è più? Insomma, la vera notizia è che ha vinto la trasgressione tradizionale delle rockband, hanno vinto le chitarre (per il mainstream sembrava che dovessero sparire) e non la moda dell’autotune. Togliete l’autotune dal bel pezzo di Madame (la mia preferita insieme a La Rappresentante di Lista e Colapesce/Dimartino) e apprezzerete meglio anche quello che dice in “Voce”, che guarda caso, ha vinto il premio Sergio Bardotti per il miglior testo. Quello che alla fine non torna è perché tutto questo tripudio? Perché dovremmo sentirci meglio per la vittoria di un artista che rappresenta i giovani e non, ad esempio, per un quarantenne o cinquantenne? A Sanremo quest’anno fortunatamente ci sono stati ottimi debutti, artisti fortemente voluti proprio perché arrivavano da palchi e contesti lontani dalla grande discografia, ma ci sono stati anche artisti “sanremesi”, dei veri e propri habitué. Ecco, alcuni di questi, finiti in mezzo o in fondo alla classifica, sono apparsi quasi come dei classici, più vicini a Orietta Berti che ai Maneskin, su cui neanche i bookmakers hanno scommesso qualcosa. Eppure sono i quarantenni e i cinquantenni i “giovani” ascoltatori di musica, quelli cresciuti con la capacità di apprezzare l’emergente e il veterano. Diciamo che purtroppo tra quelli, la categoria “e allora noi cosa rappresentiamo?”, una canzone che emergesse sulle altre, non c’era. Ma torniamo al punto: perché dovrebbe essere un valore piacere agli adolescenti, rincorrere il loro gusto? Ci poniamo questo problema nelle altre arti? Perché l’artista che fa musica deve rincorrere un linguaggio comprensibile ai ragazzi? Quando scriviamo un libro, realizziamo un film o uno spettacolo teatrale accade questo? In quei campi esistono, infatti, settori specifici come la letteratura per ragazzi. Attenzione, perché da qui discende la considerazione della musica, la distinzione in etichette come musica leggera o di consumo, commerciale, in cui va a finire anche il meglio del pop universale. Un’idea ce l’avrei. Fino ai 18 anni tutti scrivono poesie, diceva Benedetto Croce, poi rimangono a scriverle due categorie di persone, i poeti e i cretini. E così anche nella musica. Fino ai 18 anni tutti “consumano” musica, poi crescendo,restano solo due categorie ad amarla e a viverla completamente, pochi appassionati e noi “addetti ai lavori”, i poeti e i cretini. Con amore. Timisoara Pinto

domenica 31 gennaio 2021

“Mannaggia a me” di Piero Brega: il distillato della coscienza umana è la canzone popolare

Da Dylan alla musica popolare, dal vicolo della desolazione alla borgata romana. Andata e ritorno.

“E non m'importa dei quattrini 

non m'importa del successo 

tale difetto m'ha permesso 

di evitare me stesso”

(Piero Brega “Il sorriso di un pensatore”)

Mannaggia a me (Squilibri) Uno splendido caos (Stampa Alternativa)

Si apre con l’autobiografica “Il sorriso di un pensatore”, il nuovo album di Piero Brega e basta arrivare alla terza quartina (che ho inserito sotto il titolo di questa intervista) per capire perché abbia scelto un titolo solennemente ganzo come “Mannaggia a me”. Ad ogni modo, non posso fare a meno di chiederlo direttamente a Piero e partire da qui, in questa lunga chiacchierata da soffitta a soffitta, Attigliano-Roma.

Dopo 11 anni, un nuovo disco generoso di sentimenti per le tue radici e per tutto quello che oggi ci circonda, perché il titolo “Mannaggia a me”?

E’ un po’ un ventaglio di tante cose, c’è dentro un po’ di blues, di avanspettacolo, un po’ di Dylan probabilmente, e un po’ di musica popolare italiana, però sono canzoni che mi riguardano. Quando nella vita hai enumerato diversi fallimenti e cominci ad avere un rapporto con te stesso che è di considerazione della tua limitatezza, la cosa che ti viene in mente più spesso è  “Ma guarda un po’ come diavolo sono fatto io”

E allora, come diavolo sei fatto?

Ho cercato di raccontare proprio questo, come diavolo sono fatto, e poi anche attraverso un libro di racconti brevi dal titolo “Uno splendido caos”, ho provato a fare il punto della situazione. Diciamo che ho la capacità di vedere come stanno le cose ma non per cambiarle.

Foto di Timisoara Pinto
Quindi sei "uno splendido caos" come il titolo del libro?


“Sicuramente oggi le cose sono molto confuse, c’è la morte della politica, una crisi di instabilità, c’è un’America spaccata in due, forse anche un’Italia spaccata in due, raccontare le storie, raccontare come siamo messi, è la cosa che mi interessa.
Uno splendido caos si riferisce anche a quello strano equilibrio che c’è nell’universo, dove enormi forze contrastanti si scagliano l’una contro l’altra e sembra che tutto rappresenti un’eterna disfatta, un’eterna battaglia, però, tutto quello che ci circonda ci regala delle albe e dei tramonti meravigliosi e la natura intorno a noi è sempre sorprendente, sia nei dettagli che nell’insieme, cerchiamo di non perdere il coraggio, la voglia di cambiare, la voglia di andare avanti. Credo che, in questo periodo così racchiuso dentro le case, ognuno immagini dentro di sé una specie di ripresa ideale che avverrà prima o poi, in cui finalmente si potrà dire qualcosa di nuovo, perché il mondo è comunque cambiato”.

Sei un pensatore che, malgrado tutto, sorride sempre e anche un vecchio marinaio senza mare, due brani che sono due autoritratti in parole e musica

“Un marinaio senza mare è il colmo della nostalgia, della mancanza, dell’assenza, che però si aggira per le strade senza rabbia, quasi con ironia nel vedere la sua sorte così difficile, ma nel frattempo continua a guardare le sue nuvole e a ragionare sul mondo”.

Prima hai detto “sono canzoni che mi riguardano", ma riguardano, per citare un altro brano, anche questo "tempo arido", tra disillusione e riconoscimento dei nostri limiti

“Tempo arido” è la covid-song dedicata alla solitudine di questo tempo che accomuna tutto il mondo, in cui il mare che mi manca è il mare del movimento, delle manifestazioni pubbliche, il mare che c’era quando c’era il movimento degli studenti, quando c’erano i partiti, quando c’era qualcosa per cui il tuo interlocutore, anche sconosciuto, che incontravi per la strada, era in grado di sostenere un dialogo sui massimi sistemi, perché tutti quanti stavamo agganciati ai massimi sistemi. Adesso accendi la televisione, e ti trovi in mezzo al luogo comune, anche se scritto in lettere maiuscole, ma sempre luogo comune è. Poi c’è anche “In mezzo al mare” che parla di un uomo che nuota di notte, e in questo nuotare sopra un mare colmo delle sue bugie, della sua vita mediocre, tutto sommato, recupera con l’accettazione del suo destino, un minimo di felicità”.

L’ultima canzone si chiama “centomila pensieri fuggono”, quali sono questi pensieri che ci sfuggono? 

Non è una canzone sull’Alzheimer, i pensieri che ci sfuggono, che si nascondono alla nostra coscienza, sono quei pensieri che non vogliono essere sprecati per sopravvivere nell’attimo. Tutto sembra non avere tempo, il tempo è tagliato, le risposte vanno date immediatamente, forse alcuni pensieri che noi facciamo più profondi, più larghi, più sapienti, poi li nascondiamo dentro di noi, e non ce ne ricordiamo neanche conto, invece dovremmo starci attenti.

Foto di Timisoara Pinto
Hai scritto da qualche parte, nel libretto: "E' più facile apostrofare il mondo con un canto popolare", lo immagino, ma parla tu


Sì, è più facile apostrofare il mondo standosene belli protetti dentro una canzone popolare, dentro un documento storico. Questo implica il fatto di non prenderti nessuna responsabilità, sei soltanto l’esecutore di un modo bello, se sai farlo bene, di cantare una storia, che però è già stata raccontata.Va bene una storia antica, magari bella, magari da ricordare, ma non è quello che ti passa per la mente, nel senso che tu devi anche un po’ raccontare delle storie nuove. Succedono delle cose, senza tradire la tradizione,  questo ho provato a fare in questo ultimo cd e continuerò a farlo. Naturalmente, racconto di questi tempi che sono aridi, senza politica, completamente sprecati. La canzone “Dal lago della giovinezza” parla proprio di questo, con una specie di pastore errante per l’Asia che se la prende con la luna e ho preso un po’ Leopardi a testimone di questa storia. E' un modo di rapportarsi alla divinità in una maniera pagana, se tu mi dai quello che ti chiedo, ti rispetterò, ti adorerò e ti farò delle offerte, ma se le cose non vanno come voglio io, allora ti dirò che sei una luna bugiarda, sei una luna biancastra che non sai dirmi nulla di nuovo. Ecco mi sembra che oggi ci sia questa specie di scontentezza, un atteggiamento un po’ pagano nelle preghiere in cui tutti pretendono qualcosa. Mi viene in mente quella frase di Kennedy, “Non chiederti che cosa può fare il tuo paese per te, chiediti cosa tu puoi fare per il tuo paese”, e infatti alla fine la luna si rivolge a questo povero pastore e lo bacchetta in tutti i modi perché, insomma, non è questo il modo di rapportarsi con il destino. Mettiti in gioco, fai le cose, e invece, mi pare che non ci sia una gran volontà di fare le cose, soprattutto in politica, ma di rivendicare, arrabbiarsi e soprattutto di chiedere, chiedere, chiedere.

Non c'è solo Leopardi, "Nella città dolente", inizio di "Strada scura" ci porta subito a Dante. Cos'è Dante per te, che, tra l’altro, hai intitolato un tuo disco “Fuori dal Paradiso”?

Ho letto la Divina Commedia quattro volte, c’è anche Pascoli, abbiamo tanti grandi poeti, del resto, come si dice, il nostro è un Paese di santi, poeti navigatori, transmigratori… io non è che voglio essere un poeta, ma mi piace leggere questi grandi che ci hanno dato la linea. Dante diceva io scrivo in italiano perché è la lingua dell’amore, è la lingua con cui si parlavano i miei genitori quando mi hanno messo al mondo, l’italiano rappresenta l’amore.

Piero, non c’entra niente con te e con quello che stiamo discendo, ma lo sai che ora, mi hai fatto tornare in mente alcune interviste che Rino Gaetano fece in radio, e avete la stessa cadenza, la stessa romanità nella voce. Lo hai conosciuto Rino Gaetano?

No, in quel periodo frequentavo il mondo della musica popolare, anche se gli riconosco la capacità di raccontare una storia con quattro parole. ‘Il cielo è sempre più blu’ è veramente l’analisi di un dramma, Rino Gaetano scherzando, saltellando e giocando con il suo cilindro in testa, raccontava dei drammi, delle storie molto forti, però la sua capacità di sintesi era veramente un po’ troppo. Bisognava entrare nelle sue strofe, fatte di tante ripetizioni, per capire poi cosa c’era sotto. Io non è che ci sono riuscito molto, però, dalla sua popolarità, vedo che altri ci sono riusciti molto bene, e non credo che cogliessero soltanto la spensieratezza e l’allegria della parte musicale. Rino Gaetano è solo una persona che non ho incontrato, ma il suo messaggio mi è arrivato lo stesso.

Di quell’allegria, cosa condividi? 

Il mio disco è musicalmente anche allegro in certi punti, anche se io allegro lo sono solo per brevi momenti, di solito sono più meditativo e introspettivo. La mia giornata è abbastanza silenziosa, il mio essere allegro, il mio scherzare, forse viene fuori solo per non affrontare il tema serio quando sono insieme agli altri, i temi profondi me li aggiusto e me li affronto per conto mio.

Tu eri più battistiano?

Battisti mi è piaciuto molto, quando l’ho visto le prime volte ho detto, questo ragazzo si farà. Non mi identifico neanche con lui, anche se ha detto tanto e quel “Signore, chiedo scusa anche a lei”, ne è un esempio. Poi, all’epoca se uno non si dichiarava apertamente comunista o compagno, automaticamente veniva sbattuto dall’altra parte. Ora, probabilmente, lui era soltanto un individualista come lo siamo tutti, però c’è da dire la verità: nei suoi pezzi mi pare ci siano soltanto delle storie private, c’è un poca società .

Foto di Alberto Marchetti
Però i testi li scriveva Mogol…

Sì indubbiamente ma uno non canta una cosa che non condivide. Mogol e Battisti hanno girato l’Italia insieme a cavallo, erano culo e camicia, l’uno valeva per l’altro. 

E oggi ti piace il rap, almeno così hai scritto da qualche parte 
Il rap in generale mi piace tutto, preferisco quello americano perché ha delle interruzioni, dei punti di stop, delle ripartenze ritmiche basate sul suono e sulla ritmica delle parole che mi interessa molto. Anche in Italia ci sono dei geni perché una volta ho visto una gara tra rappisti che improvvisavano ed era veramente molto interessante, anzi addirittura li ho invidiati, ma in realtà molte volte, specie nel rap più di successo, incontro solo quei versetti che corredavano le illustrazioni del Corriere dei Piccoli, “il signor Bonaventura… I veri maestri sono negli Stati Uniti.

Musicista e architetto, conosci e interpreti il linguaggio delle città, il tessuto urbano con cui abbiamo a che fare quotidianamente, le stratificazioni territoriali e sociali che si traducono in versi. Piero, il tuo modo di leggere e interpretare i luoghi da architetto, ha influito sul tuo "folk urbano"?

Sicuramente. Io non avevo mai fatto il punto su questa cosa, anche se spesso ad Architettura me lo chiedevano, ma io non trovavo nessuna relazione, invece in tarda età, mi sono reso conto che la musica e l’architettura hanno un legame strettissimo nel loro elemento più importante, la struttura. In particolare, Roma per me è il posto che ho girato in motorino da sempre, forse la conosco come potrebbe conoscerla un tassinaro, è chiaro che ha influenzato tantissimo le parole delle mie canzoni. Roma è un libro di pietra, ha nelle sue stratificazioni, se le sai leggere, tutta la sua storia. Adesso abito in Umbria, sono come un antico romano che sta in villa, ma Roma è dentro di me, io sono Roma. 

“San Basilio”, “Mannaggia  a me”, è ancora Roma lo sfondo di tante storie cantate, com’è

Piero Brega nel 1975

cambiata dagli anni 70? 

Forse sono solo i ricordi giovanili che soffondono di una luce dorata gli anni 70, però mi sembra che allora ci fosse più una mobilità intellettuale, una capacità di capirsi, una volontà di parlare con gli altri, quindi c’era più dialogo, interazione, c’era più interesse per quello che diceva un altro, adesso siamo tutti un po’ più soli, il nostro vicino non è più lo spunto per un dialogo, ma forse è uno sguardo di invidia, se non di odio. C’era una canzone di Enzo Del Re su San Basilio, suonava la sedia e raccontava di un’occupazione di case, interventi della polizia. Poi ci sono tornato una volta con Alessandro Portelli, quando era assessore, mi ero portato la chitarra prima del suo intervento, voglio molto bene a Portelli e in quel momento eravamo legatissimi, siamo arrivati a San Basilio e in quella piazza c’erano cinque persone, io mi ricordo che negli anni ‘70 quando c’era il PCI che parlava in piazza, c’era l’enorme folla, le migliaia. Rimpiango un po’ quella cosa lì, augurandomi che possa succedere di nuovo, perché non possiamo tirare avanti per sempre come stiamo, su questo non c’è dubbio.

“Mannaggia a me”, oltre al titolo del cd, è anche la terza canzone dell’album.

“C’è un riferimento abbastanza fisso nel mio disco, che è il percorso che facciamo seguendo quel barbone felice della prima canzone, quello che sorride malgrado il suo stato di povertà assoluta, che decide di abbandonare la società nel suo complesso e ci porta in giro per diverse stazioni. Ci si presentano prima dei barboni che litigano sotto la stazione Termini e uno che scaglia tutti i suoi anatemi, li scaglia, in realtà, anche contro di me, che sono lì a guardare con occhi sgranati e queste maledizioni le sento anche addosso a me, perché se lui sta in quella condizione è anche colpa mia.

Tornando a “San Basilio”, già inserita in “Come li viandanti”, album del 2004 che svelò il Piero Brega cantautore, la riproponi qui con un nuovo arrangiamento e la band al completo

Mi interessa molto questo modo nuovo di raccontare le storie, in una forma quasi di rock, un po’ americana, con l’ausilio di una nuova band, un sestetto clamoroso.

Ti accompagnano, infatti, Oretta Orengo all’oboe, corno inglese e canto, Ludovico Piccinini alle chitarre e charango, Emanuele Marzi al basso, Piero Fortezza alla batteria, Luciano Francisci alla fisarmonica. Con Piccinini, da qualche anno, porti in giro il concerto su Bob Dylan, di cui hai tradotto molte canzoni. Qual è stato l’impatto di Bob Dylan per i cantautori della tua generazione?

In un’epoca di grandi gruppi elettrici e spettacoli musicali con decibel esagerati, viene fuori questo uomo né alto, né basso, né brutto, né bello, che canta con voce che viene, lì per lì, dichiarata voce da ubriaco e intona delle ballate, delle storie americane che sembrano portate avanti da un cowboy, con una semplicissima chitarra acustica e un’armonica a bocca. Le prime canzoni di Dylan parlano di un mondo semplice, interessante che ci incuriosisce. In una classe di 25 studenti, potevi trovarne la metà che suonavano la chitarra e tutti che volevano imparare il fingerpicking.

Piero Brega e Oretta Orengo,
coppia straordinaria sul palco e nella vita

E per te, nella tua vita, cosa ha rappresentato l’arrivo di questo personaggio fuori dagli schemi?

Sarà stata l’estate del ’66 o ’67, a Fano, c’erano le comitive al mare, nascevano amori estivi, dei flirt brevi, ma molti intensi. Conobbi Veronica, una ragazza francese, figlia di un romano che lavorava al Consolato a Parigi. Fu lei a regalarmi il 45 giri di ‘Desolation row’, e proprio lì nel porto di Fano, Veronica arriva una sera con un mangianastri, lo poggia sulla tolda di un vecchio peschereccio in disarmo, e ci mettiamo ballare su questa canzone. Non capivo il testo, né mi interessava, in quel momento tutto era tranne che quel mondo assurdo di una strada malfamata, dove accade una rappresentazione terribile. Più tardi mi ci sono avvicinato con l’intento di studiarlo. Naturalmente sono partito dalla bandiera iniziale, ‘Blowin’ in the wind’, che parlava di un cannone che non doveva più sparare colpi, di una colomba che doveva attraversare il mare e di un vento di liberazione che soffiava. Il fatto di dirlo così e non in pompa magna come i grandi gruppi rock, dava l’idea, a noi studenti, che forse, molto semplicemente, potevamo rimontare il mondo con una chitarra e un’armonica, non c’era più il bisogno di comportarci in un certo modo, bastava dire quello che avevamo in testa e questo è il grande merito di Dylan. Poi c’era un Dylan diverso, quello della cosiddetta seconda ondata, dagli anni 80 in poi, quello che si interessa all’occultismo, alla politica internazionale, che spazia imperturbabilmente in tutte le filosofie mondiali, ma trovati i limiti di tutte le ideologie, Dylan a un cero punto dice “Io credo nelle canzoni, l’ultima forma di saggezza dell’umanità”, alla fine, l’unica cosa che rimane in piedi è la canzone popolare, il distillato della coscienza umana è la canzone popolare.

Timisoara Pinto

Foto di Cristina Canali






lunedì 28 dicembre 2020

Olivia Bertè: "Il più bel Natale a Santa Maria della Neve con Mimì"

Dal vinile al digitale: "Suan Edizioni" pubblica in streaming alcune rarità mai uscite su Cd. Tra i tanti brani da riscoprire, anche due canzoni inedite di Mia Martini, ritrovate da Christian Calabrese, collezionista, esperto musicale e figlio di Giorgio Calabrese, autore dei testi di alcuni classici della canzone italiana come  “E se domani”,  "Arrivederci", “Il nostro concerto”

L'intervista con Olivia Bertè, la più piccola delle quattro sorelle Bertè.

Mimì Bertè di Olivia Bertè, disegno per la copertina

Una regalo di Natale per i fan di Mia Martini: "Soli ad amarci" e "Per sempre resterò con te" sono due canzoni inedite ritrovate tra le “lacche” e i provini conservati dalla famiglia di Giorgio Calabrese, autore dei testi. Si tratta di brani del 1965, lei era molto piccola, aveva 11 anni meno di Mimì, che effetto le ha fatto questo ritrovamento? Cosa le ha ricordato?

“E’ stato un ritorno al passato, ho rivisto me piccolina e Mimì, una giovanissima ragazza piena di sogni e di entusiasmo. Ascoltando la sua voce limpida e cristallina, mi sono ricordata di quando mia sorella e mia madre prendevano il treno per andare a Milano, l’emozione di quei viaggi, i racconti dei primi contatti con il mondo della discografia. E’ chiaro che per me, sentire di nuovo la sua voce, in brani che non avevo mai sentito, è stata un’emozione molto forte, e penso lo sia per tutti per i fan, come una perla da racchiudere in uno scrigno”

Perché, secondo lei, questi brani non furono pubblicati?

Forse Carlo Alberto Rossi, musicista e discografico,  all’epoca non ebbe il coraggio di puntare su dei pezzi nuovi per Mimì, diversi dalla moda “yè-yè” del momento. 

Potrebbe darsi che Mimì non si riconoscesse in quei testi, da donna più adulta e con qualche cliché di troppo? 

“All’epoca si facevano tantissimi provini senza pensare troppo al risvolto sociale di una canzone, ma probabilmente “Per sempre resterò con te” era una canzone impegnativa per una ragazza così giovane”
Qual era la canzone di Natale di Mimì? Mi racconta un Natale insieme? Un suo ricordo con Mimì legato alle Feste.

Uno dei più belli è stato quando sono andata a trovarla a Calvi dell’Umbria, la vigilia di Natale abbiamo cenato insieme e poi siamo andate a piedi a Santa Maria della Neve a vedere il presepe vivente. Io indossavo un giaccone corto e Mimì mi disse “Non puoi assolutamente venire così”, ha aperto il suo armadio e mi ha regalato un cappotto marrone che ho adorato.

Che anno era?

Il Natale lo ricordo benissimo, era il 1988, prima del suo ritorno a Sanremo nel 1989, quando ci fu la sua grande rinascita.

Le parlò di quello che stava vivendo, di quello che sperava per Sanremo e la sua carriera?

Era felicissima di questo rientro, il pezzo le piaceva molto, certo era anche spaventata e non immaginava con quanto amore, con quanta gioia il pubblico l’avrebbe accolta. Si è sentita proprio abbracciata, questo mi ha detto.

A gennaio, gli inediti usciranno anche su vinile e la copertina l’ha disegnata lei, ce la può descrivere? A cosa si è ispirata?

Sì, Christian Calabrese, mi ha chiesto se avevo voglia di disegnare qualcosa che ricordasse gli anni Sessanta e io mi sono ispirata a delle copertine che avevo già visto di Mimì di quegli anni e poi ho pensato al suo rapporto con il mare e a quanto lei parlasse di Bagnara Calabra e di come si sentisse una sirena del mare.

Oltre ad essere una delle più grandi interpreti di tutti i tempi, Mia Martini era una cantautrice e polistrumentista. Ci sono inediti scritti da lei?

Sì, c’è un brano che si intitola “Madre e figlia”, penso l’avesse scritto per Mina, da quello che mi diceva, mi sembrava che avessero in programma di fare delle cose insieme. Poi aveva tradotto un pezzo di Bryan Ferry con il titolo “Lilith”, aveva alcuni progetti con Enzo Gragnaniello e Mimmo Cavallo, insomma c’erano varie cose a cui stava lavorando.

Qual è l’oggetto più caro di Mimì che conserva?

Sicuramente tra gli oggetti più cari ci sono i libri, “Paula” di Isabelle Allende, “’L’isola del giorno prima” di Umberto Eco, “Dell’amore e di altri demoni” di Gabriel García Márquez, questi sono gli ultimi romanzi che mi aveva regalato. Ho alcuni bracciali che lei adorava, anche se il ricordo più caro è nel cuore…

C’è qualcosa che avrebbe voluto fare Mimì e che non ha fatto?

Mimì adorava gli animali e diceva che avrebbe costruito un rifugio per animali abbandonati e, nello stesso tempo, voleva creare anche una casa di riposo per musicisti, questi erano i progetti che aveva e voleva realizzare.

“Madre e figlia” uscirà mai? Esiste il provino registrato da lei?

“La Bmg aveva il provino di “Lilith” e, sicuramente, altri inediti in giro ci sono, ma non ho idea di chi li abbia”.


Ascolta "Soli ad amarci"

Timisoara Pinto

domenica 22 novembre 2020

Antimilitarismo e nonviolenza, da Tenco a Caparezza nel libro "Coltivo una rosa bianca" di Enrico de Angelis, giornalista e storico della canzone


Prefazione di Don Luigi Ciotti

Introduzione di Mao Valpiana

Il libro contiene uno speciale inserto a colori con i ritratti dei sei cantautori realizzati da Milo Manara e Massimo Cavezzali.

I proventi del libro saranno devoluti al Movimento Nonviolento fondato dal filosofo Aldo Capitini

“Coltivo una rosa bianca” pubblicato da VoloLibero edizioni, è un libro dedicato a sei personaggi in cerca di pace, antirazzismo, rispetto per la natura, e nonviolenza. Perché proprio Tenco, De André, Jannacci, Endrigo, Bennato e Caparezza, da cosa sono accomunati?

"I sei artisti di questo libro sono accomunati dal fatto di aver cantato in misura più massiccia e con continuità, con insistenza, di antimilatirismo e nonviolenza, con spunti mai abbandonati in tutta la loro carriera, ma, a parte questo, cercano di farci capire cosa debba essere la pace, cosa sia una pace vera. Una pace iniqua, oppressa, omologata non è una pace, è piuttosto la “pace terrificante” di cui parla Fabrizio De André"

La musica e l’arte, scrive Don Luigi Ciotti nella prefazione, offrono specchi nei quali riconosciamo la nostra anima e binocoli per guardare più lontano e più in profondità. Qual è il suo preferito tra questi magnifici 6?

“E’ vero che ho scelto questi cantautori con un criterio oggettivo, ma li amo veramente tutti. Se proprio dovessi sceglierne uno, col fucile puntato, forse potrei dire Sergio Endrigo, perché proclama la sua indignazione sempre sottovoce, ma non per questo meno efficace, anzi”.

Nel 1962 Sergio Endrigo scrisse "Via Broletto 34" una canzone sulla violenza contro le donne, o meglio sul femminicidio, che non ha inserito nel capitolo dedicato al cantautore di Pola. Ce ne vuole parlare?

“E’ una canzone davvero sorprendente e non solo per lo stile e la forma, abbastanza inusuali per la canzone italiana. E’ ambientata nella più vecchia e centrale Milano, via Broletto appunto, ma il civico 34 non esiste, come andai subito, personalmente, a controllare la prima volta che andai a Milano da adolescente. La canzone non è né a favore, né contro l’omicidio, è un racconto, un bozzetto, e quando un grande autore come Endrigo ci racconta una storia come questa, con il gusto, l’eleganza, la disarmante trasparenza che gli è propria, allora in questi casi sono anche la forma, la classe, l’intelligenza compositiva che subentrano a escludere ogni misoginia e, ovviamente, ogni apologia di violenza. Una curiosità, fu proprio dopo l’ascolto di ‘Via Broletto 34’, che l’allora direttore della RCA, Ennio Melis, pensò che sarebbe stata una cosa molto interessante far incontrare Endrigo e Pasolini per realizzare altre canzoni come quella. Pasolini in quel momento non aveva il tempo di occuparsene ma diede a Endrigo l’autorizzazione ad usare alcuni suoi testi e da lì, in qualche modo grazie a via Broletto 34, nacque ‘Il soldato di Napoleone”.

Il libro affronta il tema della nonviolenza nei testi delle canzoni ma, come lei osserva giustamente, nel caso di Bennato e di Caparezza non meno importante è l’uso della voce o il modo di stare sul palco…

“In un libro così a tema, sono soprattutto i testi che analizzo, ma nelle mie pagine cerco di ricordare che la canzone va sempre letta contestualmente con la musica, il ritmo, la voce, l’intenzione del canto, la presenza scenica. Pensiamo ad esempio a Bennato che usa moltissimo l’ironia, dice delle cose che sono esattamente il contrario di quello che pensa e questo lo si capisce grazie all’uso della voce distorta, ai versacci, alle pernacchie, è la voce che fa satira. Penso anche a Jannacci, a come farfuglia le parole, alla poltiglia di vocaboli che mette insieme quando parla e canta e in questo modo riesce a dare una valenza disperata anche alle canzoni più grottesche”

Negli anni sessanta la chiamavano canzone di protesta, oggi come la definirebbe?

“La parola protesta, in verità, ci sta sempre bene, ma potremmo chiamarla canzone di coscienza”


Timisoara Pinto

sabato 31 ottobre 2020

Le lezioni di Roberto Vecchioni: “Sono sempre stato, con gioia, comunista”

“Dobbiamo avere il coraggio di fermarci, la vita umana è più importante, ma presto ritorneremo a volare”, verbo tanto presente nelle canzoni del professor Vecchioni ed ora anche nel suo nuovo libro, “Lezioni di volo e di atterraggio. Le lezioni che tutti avremmo voluto ascoltare a scuola e nella vita”, scritto durante il lockdown.

“Lezioni di volo e di atterraggio” è un libro epico che parla di miti, di eroi, del significato delle parole e del rapporto con gli studenti. Per caso le manca la scuola, professore?

Mi manca proprio il Liceo, perché era un crescere insieme, un costruirsi tutte le possibilità di fantasia e di sogno, anche logiche, che propone la cultura.

Il mondo della cultura protesta per la chiusura di cinema e teatri, qual è la sua posizione?

Sono d’accordo, ma chi non è artista, non sa che cosa soffra un artista quando non può salire su un palco, è come togliere le ali a una farfalla. Però, purtroppo, qualcosa bisogna fare, non possiamo assolutamente rischiare. Io lo so che protestano i ristoratori, protestano gli artisti, protestano ‘perché quelli là sì e noi no’, protestano tutti, ma la vita umana è più importante di tutto. Torneremo lentamente sui palchi, solo che, al momento, dobbiamo avere il coraggio di starne fuori, per il bene del paese, dobbiamo saper fare questo sacrificio. 

Resta, però, l’equivoco sull’espressione “attività superflue” che ha innescato una serie di reazioni, a partire dalla lettera di Riccardo Muti a Giuseppe Conte

Non l’ho letta, ma è chiaro che la cosa più importante è che noi abbiamo una dignità e vorremmo sentirci dire che tutto questo accade non per toglierci la dignità, ma semplicemente perché non è possibile fare altrimenti. La dignità dell’artista non va assolutamente scalfita.

Nel libro sono narrati tanti aneddoti della sua vita da professore di Liceo, missione che ha svolto per oltre trent’anni, ad esempio ha portato la didattica fuori dalle aule, all’aperto, e non per motivi di pandemia. Perché le chiama “Giornate di follia”?


Si immagina lei, nell’87, portare fuori i ragazzi a fare lezione? E poi, ci invidiavano tutte le classi. Uscivamo una volta ogni dieci giorni, la scuola è fatta anche di sacrificio e di programmi, non vorrei che gli altri insegnanti dicessero: “Ah lui se lo poteva permettere!” Il bello è che ognuno parlava liberamente, un discorso continuo in cui entravamo tutti, per scoprire cosa l’uomo aveva costruito nella cultura scientifica e umanistica. Era una classe di ragazzi bravissimi, che io nel libro ho descritto come pittori perché dipingevano se stessi, una classe di ragazzi che ci stavano al gioco, come quando li ho costretti a studiare il Vangelo o a ripensare Ulisse come un drogato. E’ bello uscire dallo schema, trovare altre soluzioni, anche impossibili, perché l’uomo è un’avventura planetaria, non si può assolutamente costringerlo nelle pagine di un libro.

E’ un libro autobiografico o una lectio magistralis?

Non saprei, è comunque un romanzo, un romanzo di saggi, nel senso di lezioni, ecco, è un romanzo di lezioni, un genere nuovo. C’è una storia dentro, quella tra me e il professor Bataille, una storia a specchio, io che incontro me stesso vecchio, quando la concezione dell’amore cambia completamente. E poi c’è la storia dei ragazzi.

Con qualcuno di loro è rimasto in contatto?

Sì, molti mi hanno scritto via mail, attendono freneticamente questa uscita per sapere cosa dico di loro. Mi stupisco, piuttosto, di non averle scritte prima le mie lezioni. Come mai mi è venuto in mente solo adesso? Sarà stato il blocco che abbiamo avuto a marzo, dovendo stare in casa, mi son detto che era la volta buona per ricordare quello che insegnavo"

Nostalgia?

Tanta nostalgia, insegnare è stata per me la cosa più bella del mondo, anche più di andare su un palco a cantare. E’ un rapporto infinitesimale di amicizia e passione, ma anche di autorità, che non dimenticherò mai. Sono cresciuto tanto, da pischello, come dicono a Roma, sono diventato una persona abbastanza sicura di sé e di quello che dice. Noi conosciamo i ragazzi molto di più dei loro genitori, i ragazzi a scuola sono indifesi, li vediamo proprio nella loro anima. Io sapevo tutto, sentivo quando non ce la facevano, non li interrogavo quando capivo che avevano un problema. Non parlo dei superbi, quelli con me avevano vita breve, li conciavo sempre malissimo. Il Liceo è un universo, è come essere in una bolla, in cui vedi i riflessi dell’esterno, e tu dentro, guardando le cose, indaghi te stesso, questo facevamo.


“Poesia e canto sono due forme di un identico pathos”. In un capitolo, descrive la sua amicizia con Alda Merini e ci regala una sua poesia inedita, chiosando: “Dovrebbero tradurla a Bob Dylan”.

Dylan dovrebbe leggere tutta la Merini, non solo quella poesia, per capire come si può scrivere con poche parole, la Merini non ha un vocabolario esteso, però è un vocabolario di grandissimo pathos, le parole le sa mettere.  Lei scriveva al volo, non correggeva mai, l’ho vista scrivere sulle porte delle case, sulla carta igienica, dettava perché non voleva nemmeno fare la fatica di scrivere.

Per spiegare il mito, si va da Fabrizio De Andrè, quasi un rito di iniziazione per molti di noi negli anni del Liceo, alla squadra del cuore, nel suo caso l’Inter, con Mario Corso, l’inventore della “foglia morta”, scomparso recentemente. Chi è per lei il Mario Corso della canzone d’autore?

Come genialità probabilmente Rino Gaetano, forse il più bizzarro, il più estroverso e nuovo cantautore, ma non c’è solo lui, ce ne sono anche altri che hanno queste caratteristiche. Il guizzo, quello che fa cose che nessuno sa fare, ecco quello è il Mario Corso. De André è stato bravo sempre, non lo associo a Mario Corso, De Andrè è come Ronaldo, Mario Corso aveva quel colpo di genio che stupiva. Anche Jannacci era un Mario Corso.

Lo sa che il preferito di Rino Gaetano era Enzo Janancci?

Ecco, senza saperlo ho beccato i due che si somigliano, in fin dei conti.

Recentemente il premier Conte, alla commemorazione per Willy Monteiro Duarte, ha detto: “Bisogna scardinare la violenza con lo studio, la conoscenza, il coraggio”. Cosa ne pensa del dilagare del linguaggio dell’odio e dei commenti brutali che infestano i social?

Il mondo è condannato alla complicazione, non alla semplificazione, per cui si annoda tutto e i nodi non si riescono più a sciogliere. E’ un’escalation a gradi di incompetenza, tutti quanti pensano che la democrazia sia aprire la bocca e invece la democrazia è pensare a quello che esce dalla bocca, è una cosa molto diversa. Ci siamo ormai abituati a considerare soltanto e quasi sempre il nostro punto di vista e mai quello degli altri, senza quella grande capacità di afflato comune che, come dice bene Conte, dovrebbe continuare ad esistere. 

In un passaggio del libro, scrive: “Non avevo troppa voglia di politica, se n’era appena andato un uomo che, quello sì, era un mito e mi aveva lasciato un buco nel cuore, grande come una voragine”

Lei lo avrà capito, è Enrico Berlinguer e stava facendo un miracolo. Il libro non parla di politica, anche perché sono stufo, ogni giorno ci sono solo trasmissioni politiche e altre venti sul covid, e poi le mie idee politiche le conoscono tutti. Berlinguer è un grande uomo per la semplicità con cui si esprimeva e perché ha tentato di mettere insieme due anime dell’Italia, erano tempi in cui l’intellettuale e l’operaio potevano capirsi, poi si sono separati e si è rotta tutta la sinistra.

Ha appena detto "le mie idee politiche le conoscono tutti”...

Certo, direi.

Ricorderà che recentemente il suo collega e amico, Francesco Guccini, ha dichiarato: “non sono mai stato comunista”, riferendosi alla sua vocazione libertaria, socialista e anarcoide

Io l'ho sempre saputo che Guccini non è mai stato comunista.

E lei, Vecchioni, può dire lo stesso di Guccini?

Certo che no, io sono stato comunista. Lo sono stato per tanti anni, lo sono stato soprattutto, con gioia, quando Berlinguer si è staccato dai russi, ero pienamente convinto. Poi, sa, ci sono anche utopie giovanili a questo mondo, rimango fortemente attaccato al mio pensiero “debole”, che l’uomo è grande, che bisogna aiutarlo, e che tutti abbiamo gli stessi diritti. Sono ovviamente una persona di sinistra, ma avendo ormai passato i settant’anni, non potrei più pensare al mondo come al materialismo meccanicistico di Marx, non ci penso più a quelle cose lì, però so che c’è uno spirito di umanità che gira per il mondo e ci fa uguali e i miei sogni ce li ho sempre, anche se, come le ho detto prima, andiamo verso la confusione, non verso la semplificazione.

Timisoara Pinto

con Roberto Vecchioni nel 2013





venerdì 2 ottobre 2020

“Atom Heart Mother”, la mucca più famosa del rock


Compie 50 anni la mucca più famosa del rock, “Atom Heart Mother”, il quinto album in studio dei Pink Floyd, pubblicato il 2 ottobre 1970, il disco della svolta, del passaggio dal periodo psichedelico ai fasti dei kolossal rock della band.

Atom Heart Mother è uno dei primi dischi della storia del rock a non riportare il nome della band in copertina, senza le foto e le scritte deformate a cui ci aveva abituato la grande grafica degli anni Sessanta.

La band voleva distaccarsi dall’immaginario psichedelico e per questo chiese un’immagine semplice. Fu così che arrivò lo scatto della mucca frisona, citata e omaggiata, tra gli altri, da un album postumo di Frank Zappa, da Aerosmith, Elio e le Storie Tese, Blink 182. 

Atomo, cuore, madre: madre dal cuore atomico. Per il titolo, Roger Waters prese spunto da un articolo di giornale che parlava di una donna in gravidanza a cui era stato impiantato un pace-maker atomico.

I Pink Floyd non hanno mai amato particolarmente questo album al punto che David Gilmour l’ha definito 
spazzatura sperimentale, un raffazzonato tentativo di raschiare il fondo del barile, ma “Atom Heart mother” è ancora oggi, tra i più apprezzati dai fan della band, nonché il primo del gruppo a raggiungere il numero uno della classifica inglese.

Dissonante e intimo, rumori domestici e aperture ariose, con una potenza sonora e orchestrale dovuta all’opera di mixaggio di Alan Parsons e Peter Brown, e agli arrangiamenti di Ron Geesin, compositore d’avanguardia, che per questo disco fu giustamente definito il quinto Pink Floyd. Un film per le orecchie, tanto che Stanley Kubrick chiese ai Pink Floyd di poter spezzettare la suite di circa 23 minuti che dà il titolo all’album in vari momenti di “Arancia Meccanica”. Non se ne fece nulla, ma Kubrick riuscì comunque a inserire il disco nel film, facendo apparire la copertina nella scena ambientata in un negozio di dischi.

Storm Thorgerson, autore della copertina, lo stesso ‘cover designer’ di “The dark side of the moon”, dichiarò: “Penso che la mucca rappresenti il loro umorismo, un aspetto poco conosciuto o sottovalutato dei Pink Floyd”, senza sapere che molti anni prima, nel 1963, una mucca pezzata era già stata utilizzata come foto di copertina da uno dei nostri cantautori più amati e, guarda caso, più ironici, Sergio Endrigo.








mercoledì 23 settembre 2020

Juliette Gréco, la musa che si abbronzava alla luna…

“Ero una ragazza nera e bianca con i capelli lunghi. Mi interessava molto la cultura e i fotografi si interessavano molto a me”. Con queste parole, in un’intervista radiofonica di quarant’anni fa, la “rosa delle tenebre” (per Jean Cocteau), il “piccolo cucciolo da cabaret” (per Charles Trenet) o musa dell’esistenzialismo (per sempre e per tutti), svelava qualcosa di sé. Misteriosa come la Sfinge, con gli occhi grandi e truccati di nero come una dea egizia, la pallida Gréco, che secondo Pablo Picasso “si abbronzava alla luna”, indossa ancora i suoi lunghi abiti neri, ieri Chanel, oggi Sonia Rykiel. Il 7 febbraio Juliette Gréco compirà 78 anni e, prima del concerto del 16 gennaio all’Auditorium, è attesa domani a Catanzaro il 14 e a Catania il 15. La sua voce fascinosa e per nulla usurata dal tempo posa al telefono, dalla sua casa in campagna a 80 km a nord di Parigi.

 

Contenta di tornare in Italia, madame Gréco? 

"Incantata. L’Italia è la mia seconda patria. Amo la sua bellezza, l’anima, la gente, la musica, la pittura, la scultura, il mare. E’ un paese che adoro”.


E’ vero che farà un disco con Paolo Conte? 

“E’ quasi sicuro. Mi piace molto anche Zucchero, ma non conosco altri musicisti italiani, purtroppo”. 

 
Al suo arrivo troverà una sorpresa: il divieto di fumare. 

“Lo so bene, la notizia è arrivata anche qui. La trovo una decisione piuttosto violenta. E poi è assurdo e incoerente che da una parte si faccia una legge del genere e dall’altra le strade siano piene di distributori a disposizione dei ragazzini. D’altronde è come in Francia, ma io ho smesso di fumare da molto tempo”.  


Ha mai amato uomini italiani?  

“No, nella mia vita molto agitata, questo non è capitato e lo rimpiango”. 
 


Ha mai parlato dei suoi affetti nelle canzoni?

“Ho scritto un brano per un figlio che non ho mai avuto. Ho una figlia che mi gratifica pienamente, ma questo bambino della canzone non l’avrò mai. Allora amavo un uomo con il quale non potevo avere bambini”. 


Molti artisti hanno scritto per lei; ora chi sceglierebbe? 

“L’uomo con cui sto: Gerard Jouannest, pianista e compositore di Jacques Brel”. 


E qual è stato l’uomo più importante della sua vita? 

“Quello che ho amato quando avevo 19 anni e che è morto giovanissimo. Dunque ero “vedova” a 19 anni”.


Lei ha sempre preso una posizione in politica. Ci sono canzoni che fanno altrettanto, come “Il disertore” di Boris Vian. Lei che ne pensa? 

“Non l’ho mai cantata, perché è una canzone adatta a un uomo. Ma penso sia perfetta per descrivere la situazione attuale e, finché esisteranno degli eserciti, lo sarà sempre”. 


Cosa pensa della posizione della Francia rispetto alla guerra in Iraq? 

“Penso abbia avuto ragione a dire no. Un gesto coraggioso e molto bello”. 


E della posizione italiana?  

“Non mi riguarda”. 

 
Avrà sicuramente un’opinione...

“Si, ma è negativa”. 

 
Ha riflettuto sulla tragedia che ha colpito l’Asia? 

“Spaventoso. Si ha un bel dire che Dio è buono, ma per il momento non ci tratta molto bene. Questa sciagura ci riporta alla nostra dimensione che è molto piccola. Ci dovrebbe richiamare all’umiltà, alla solidarietà e ricordare che c’è della gente che abusa della debolezza dei bambini per rapirli e venderli. Ancora più abominevole pensare che approfittino di momenti come questo per intensificare i loro traffici”.  


Cosa può fare un artista? 

“Detesto quelli che appoggiano le grandi cause per sostenere la propria. Io avrei l’impressione di servirmi del sangue degli altri. Si può essere utili al prossimo senza apparire. Per lanciare un messaggio a volte basta cantare”. 

 

Timisoara Pinto (intervista gennaio 2005)