giovedì 12 maggio 2022

Altro che Arrivederci, Giorgio e Zsa Zsa decisero di non vedersi più...
Il ricordo di un amore e di una canzone nel giorno della nascita di Umberto Bindi

Non esisteva ancora l’espressione “Canzone d’autore” (creata da Enrico de Angelis nel ’69) e Umberto Bindi, padre della cosiddetta scuola genovese dei cantautori, in un’intervista della fine degli anni Cinquanta definisce i suoi brani “Canzoni a stato d’animo”, canzoni “che creano un’atmosfera passionale e serena”.
Oggi, per i 90 anni della nascita del “George Gershwin della canzone”, come lo definì Bruno Lauzi, mi torna in mente il racconto dettagliato che mi fece Giorgio Calabrese di “Arrivederci”. Lo intervistai perché il mio pezzo su questa canzone sarebbe finito in un bel libro collettivo a cura di Maurizio Becker e pubblicato nel 2011 da Coniglio editore, intitolato “Da Mameli a Vasco. Le 150 canzoni che hanno unito gli italiani”.

“Sai una cosa Zsa Zsa? Sono passati più di cinquant’anni, ma quando torno a Genova, ancora mi guardo attorno sperando di incrociare un viso che ti ricordi. E che potrebbe essere di tua figlia. Di tua nipote, chissà? Non ho più saputo nulla di te…”. Questo avrebbe voluto dirle non dirle, come in un film francese in bianco e nero. Certo, se ci fosse stato Facebook, Calabrese l’avrebbe rintracciata la sua Marisa, da Maria Luisa, detta Zsa Zsa. E invece da quella volta non si videro più.
Lo struggimento è già nell’eleganza del capoverso: arrivederci.
E’ la primavera del ’59, l’autore del testo incontra per caso una vecchia fiamma dei tempi della scuola, e accade l’irreparabile, ma lui è sposato e lei sta per farlo…
“Meglio lasciare in pace la gente che avrebbe dovuto vivere con noi”, mi ha raccontato lui qualche anno fa. “Si era appena consumato un grosso strappo, come quando ti tirano via un cerotto in malo modo. Carta e penna sul marmo bianco di un tavolo da cucina, a Genova. Poi, sono salito su un treno per Milano e non sono più tornato”. Calabrese consegna i suoi versi ad Umberto Bindi che impiega solo 5 minuti per musicarli e il brano entra in classifica il 6 giugno 1959 nella versione di Don Marino Barreto jr. (n.1 per 8 settimane), tirando la volata anche al 45 giri inciso dal co-autore che fa capoccetta in hit parade l’8 agosto. La prima ad inciderla, tuttavia, è una donna, Flo Sandon’s, perché suo marito, Natalino Otto, si innamora della canzone, ma si lascia andare al terzinato e sbaglia, non è più tempo... L’arrangiamento vincente si deve a Giulio Libano che vuole farne una ballad all’americana, ancor più indovinato l’interprete, Marino Barreto, che con la sua pronuncia cubana dice “con una estreta di mano”, che diventa il verso-tormentone.
“Quell’estate – racconta Calabrese – andai a trovare degli amici a Rimini. Una sera una ragazza mi chiese di ballare, finì il primo brano e dal juke-box partì “Arrivederci”. Sempre abbracciati, lei mi sussurrò “bella questa canzone di Bindi e Barreto”, ed io “Eh no, le parole sono mie”. Mi scansò dicendomi “ma fammi il piacere” e mi mollò solo, in mezzo alla pista. Ecco, questo è stato il mio primo successo personale come autore di canzoni”.
Innumerevoli le versioni: da Ernesto Bonino a Fred Bongusto, da Bruno Martino a Gianni Morandi, da Nilla Pizzi a Caterina Valente, da Ornella Vanoni ad Antonella Ruggiero. Nel 1960, proposta in duetto da Nicola Arigliano e Miranda Martino, si classifica seconda a “Canzonissima” e sempre del ’60 è la memorabile versione di Chet Baker, che la esegue voce e tromba, con l’arrangiamento di Piero Umiliani, nelle sequenze finali del film “Urlatori alla sbarra” di Lucio Fulci.

Timisoara Pinto

giovedì 21 aprile 2022

Il 21 aprile 2002 Patti Smith inaugurava l'Auditorium Parco della Musica, oggi intitolato ad Ennio Morricone. L'intervista di 20 anni fa

Per ogni piccola domanda ha sempre pronta una lunga e suadente risposta. Patti Smith è ancora una volta in Italia e all’areoporto di Fiumicino, dove è scesa ieri pomeriggio, ha incontrato la stampa per raccontare il suo “words and music”, concerto con cui l’artista di Chicago inaugurerà domani sera l’Auditorium-Parco della Musica. Accompagnata dal suo compagno, il chitarrista Oliver Ray, Patricia Lee (questo il suo vero nome), ha raccontato la sua passione per il nostro paese, l’amore per Puccini con parole farcite di elementi letterari (ha anche mostrato la biografia di Maria Callas, sua ultima lettura), riferimenti alti ed altri, dettati dal background poetico che la caratterizza.
L’evento che la vedrà protagonista solo apparentemente stupisce per l’accostamento di due mondi così distanti, la Rimbaud del rock ed il tempio della classica. In realtà coniuga perfettamente le due anime della Smith: quella affascinata dall’opera (“ultimamente ascolto la Callas – dichiara l’artista - perché sto studiando la mia voce) e quella devota alla "musica giovane". All’età di nove anni, infatti, due cose hanno segnato la sua vita: una rappresentazione di “Madama Butterfly” e Little Richard.

Che effetto le fa essere la prima artista rock ad esibirsi nel nuovo auditorium di Roma?

Sono veramente onorata, anche perché in America per le idee che ho, non mi avrebbero mai invitata ad un’inaugurazione di tale importanza. Da una parte sono anche un po’ sorpresa, ma dall’altra no, perché in Italia sono sempre stata ricevuta con grande calore. Ricordo la prima volta all’aeroporto di Firenze nel 1979. Fui accolta da un gruppo di paparazzi, ma non capii subito che stessero inseguendo proprio me. Con i miei musicisti ci guardammo intorno, pensando che forse dopo di noi fossero scesi dall'aereo Marcello Mastroianni e Federico Fellini.

Il suo ultimo concerto tenuto a Roma l’estate scorsa lo ha dedicato ad Anna Magnani. Quello di domani sera?

Lo dedico al Papa. So che in questo momento non sta molto bene e vorrei trasmettergli un po’ della mia forza e della mia energia. Io non sono cattolica, ma in lui non vedo la religione, vedo solo un uomo che sta tentando di tenere il mondo unito.

Il suo pensiero sul terrorismo

Sono americana, ma la mia filosofia del terrorismo è diversa dalla filosofia del mio paese. Nessun paese può ambire ad essere il numero uno. Io amo il mio paese, in senso patriottico ma non nazionalistico. La cosa più pericolosa non è la bomba in sé, ma quel meccanismo che fa di un semplice corpo una carica di energia distruttrice. Il più grande pericolo che c’è oggi è la forza spirituale, se usata negativamente.

Che ricordo ha del pubblico italiano?

In Italia ho trovato sempre grande rispetto e ospitalità per il mio spirito rivoluzionario. Una volta sono finita in un posto enorme senza rendermi conto di dove fossi. C’era tantissimo pubblico e quella gioia, quell’eccitamento che li animava mi hanno subito contagiata.

Timisoara Pinto

giovedì 24 febbraio 2022

ENNIO MORRICONE: "L'America non mi avrà" Intervista del 2002 in occasione della laurea honoris causa in DAMS all'Università Tor Vergata di Roma

L’Università di Roma Tor Vergata conferità questa mattina la laurea honoris causa in DAMS ad Ennio Morricone. Un riconoscimento accademico di grande prestigio per il settantaquattrenne maestro romano e per tutta la musica italiana, da qualche anno al centro di studi e di un dibattito più ampio da parte del mondo accademico. “Morricone – si legge nella motivazione – non è solo un grande autore di bellissime musiche che hanno caratterizzato tanti films di questi ultimi anni, ma è anche un compositore saldamente radicato nella musica colta contemporanea e nelle esperienze dell’avanguardia musicale non solo italiana”.

Maestro, non è la prima laurea honoris causa che riceve?

Ne ho ricevuta una in Lingua e letteratura straniere dall’Università di Cagliari , e l’Università di Madrid mi ha insignito del titolo di Claustro universitario delle arti.

Che significato ha per lei la cerimonia di questa mattina?

Si tratta, senz’altro della laurea più adatta e più giusta che potessero conferirmi. E poi, riceverla qui a Roma, nella mia città, mi rende orgoglioso.

Lei ha composto 400 colonne sonore in 41 anni di carriera: a cosa vorrebbe dedicarsi di più oggi?

Il cinema è sempre la mia principale attività, i prossimi film saranno “Senso 45” di Tinto Brass e “Il Papa Buono” di Ricky Tognazzi, ma vorrei più tempo per comporre solo per me. Sto preparando un pezzo per il Festival di Ravenna, dal titolo “Voci dal silenzio”, che, in quell’occasione sarà diretto da Riccardo Muti con l’Orchestra della Scala.

Come direttore d’orchestra nel suo curriculum figurano anche due Sanremo, nel 1964 e nel 1966. Guarderà quest’anno il festival?

No, non lo guarderò perché vado a dormire presto. Feci Sanremo perché a quell’epoca lavoravo per la RCA e mi occupavo della cura dei pezzi di alcuni artisti. Tra questi mi ricordo Paul Anka che nel 1964 andò al festival e la RCA mi chiese di accompagnarlo.

Lei ha sempre privilegiato la sua ‘romanità’ anche nelle scelte lavorative, come ha fatto a non cedere mai alla tentazione di andare in America?

Non mi sposterò mai da Roma. Pensi che una volta mi avrebbero persino regalato una villa, se avessi accettato di andare a lavorare negli Stati Uniti. Sono riusciti a portarmi lì per la nomitation ottenuta con “Malena”, il film di Tornatore. Ma sentivo che anche quella, la quinta nella mia carriera, non sarebbe stata la volta buona.

Timisoara Pinto

giovedì 17 febbraio 2022

Agelo Branduardi: "Ho rubato tante diverse marmellate, ma il pubblico mi ha sempre perdonato"

Riprendiamo il cammino dove si era interrotto. Alla fine del 2019 era uscito un nuovo album, poi il tour bloccato per la pandemia. Come ha trascorso questo tempo sospeso e che effetto le fa ora tornare in teatro?

"Per un anno e mezzo non ho fatto praticamente nulla, non sono riuscito a suonare una nota, né ad ascoltare la mia musica preferita, Bach e Springsteen, per cui sono ripartito con grande emozione, ma anche con la speranza che le cose si possano sistemare in maniera definitiva. Il primo pensiero, guardando il pubblico, è bentornati alla vita".

Però ha scritto due nuovi brani durante il lockdown…

"Sì, è vero, aver mantenuto una certa creatività anche in un momento così drammatico, non mi dispiace. Ho scritto “Kirie Eleison (Signore abbi pietà)” , e “Piccolo David”. Con il primo brano, pensavo di aver alzato un grido di dolore e invece la gente l’ha interpretata al contrario, come spesso succede. Gli artisti fanno delle cose e poi gli viene spiegato dal pubblico che è tutt’altro. Nel “Kirie” che è tutto in SOL minore, una tonalità triste, metto alla fine 15 secondi di SOL maggiore che invece è un accordo grande, pieno di speranza e il pubblico ha colto quello. “Piccolo David”, invece credo che uscirà per Pasqua perché si parla di “Alleluja”, un brano abbastanza sfrenato, pieno di gioia, non certo adatto ai momenti che abbiamo vissuto. Solo le uniche due cose che sono riuscito a fare".

E li ascolteremo in questo tour, insieme ai brani dell’album “Il cammino dell’anima” con testi, come sempre a cura di sua moglie Luisa Zappa, tradotti e rielaborati dall’opera di Ildegarda di Bingen. Molti ragazzi sono affascinati dalla figura di Hildegard von Bingen, una vera icona. Nel 2012 è stata dichiarata dottore della Chiesa da papa Benedetto XVI. Lei cosa ha voluto cogliere della sua opera?

"Io non la conoscevo, devo essere sincero l’ho scoperta per caso,. Mi interessava sapere se esistesse una donna che avesse scritto musica in passato e ho trovato Ildegarda. Una figura straordinaria: alla fine dell’anno Mille compare questa donna che preannuncia il Rinascimento, l’Umanesimo, sa fare tutto, scrivere parla da pari a pari con Papi e Imperatori, è un medico, una fitoterapista e, soprattutto, è una grande musicista. Ha fondato questo suo ordine in cui le suore interpretavano le sue musiche, le danzavano, vestivano semplici tuniche bianche e non avevano copricapo, che è una cosa incredibile per delle monache".

Cos’era la musica per Ildegarda nell’anno Mille? "Lei la chiama “Sinfonia”, ritiene che la musica sia la forma più alta forma di espressione, è l’arte più astratta che ci sia. Scrive sugli stilemi dell’epoca, ma poi, a volte, esula completamente dal momento storico. C’è un brano, che è quello che conclude il mio album, che si intitola “Generosa”, che potrebbe essere un’aria romantica. Aveva visto lontanissimo anche sui diritti delle donne, è una protofemminista di mille anni fa, già solo per il fatto di pensare un brano musicale in cui la donna viene chiamata “generosa”. E' fuori da ogni schema il termine generosa".

Della scena attuale, la cosiddetta musica che piace ai “giovani”, cosa la incuriosisce, cosa le piace e cosa non le piace.

"Come sempre c’è il bello e il brutto. La musica di oggi a volte è un po’ inutile, ma non mi sento in grado di dare giudizi".

Nella seconda parte il concerto diventa antologico, con brani entrati nella memoria collettiva come “Cogli la prima mela” e soprattutto “Alla fiera dell’est, un tormentone attraverso le generazioni.

"Nulla sarà risparmiato al pubblico. Io tengo molto alle cose che ho fatto e hanno avuto successo, a differenza di altri miei colleghi che le rifiutano, io no, vorrei averne fatte mille di Fiere dell’est! Mi garantisce un pochino di immortalità, perché i bambini che la cantano a scuola non sanno chi sia Branduardi, però il topolino lo conoscono, e questo vuol dire che il brano non mi appartiene più, è di tutti, è diventato patrimonio popolare. Poi, ragionevolmente, questi bambini la canteranno a loro volta ai loro figli, quindi diventa una catena di Sant’Antonio".

Una musica del mondo, in cui sono confluite varie ispirazioni, comprese le musiche di tradizione popolare, la musica antica, sacra, il prog, non sempre ha tentato di replicare quel successo…

“Se posso essere immodesto, la world music la praticavo quando ancora non esisteva, perché mi veniva naturale, io sono molto curioso. Dopo aver fatto studi musicali classici, mi piaceva andare ad ascoltare ciò che classico non era ritenuto, a torto o a ragione, e quindi soprattutto la musica popolare e quella antica che ai miei tempi non venivano insegnate. Ho fatto addirittura otto dischi di musica antica che si chiamano “Futuro antico” per vedere se per caso la crisi della musica occidentale che non ho inventato io, fosse risolvibile facendo un passo indietro, che significherebbe farne due avanti, poi questo non so se succede, ma in questo modo, pur sbagliando tante volte, sono andato in quella direzione. Io agisco soltanto per il mio istinto e per il mio piacere e so che quando il mio piacere e la mia sorpresa sono grandi, normalmente lo sono anche per il mio pubblico. Un pubblico fedelissimo che ha accettato anche delle cadute che posso aver fatto, perché sperimentando, toccando di qua e di là, rubando tante diverse marmellate, posso aver commesso degli errori, anzi senz’altro li ho commessi, però mi sono stati perdonati. Per cui, non posso che essere grato al mio pubblico".

domenica 31 ottobre 2021

Da una buona novella all'altra: De André nei panni di Pasolini

Con Dori Ghezzi e Francesco Giunta, in occasione dell'uscita dell'album "La buona novella" in siciliano

T.: Francesco Giunta ha tradotto, con la consulenza del linguista Giovanni Ruffino, un intero album di Fabrzio De André. Perché proprio “La buona novella”?

F.G.: “La buona novella” si è innestata nella mia vita diventandone parte, avevo solo diciotto anni quando è uscita. La collaborazione di Ruffino e i consigli anche di un altro linguista, il professor Roberto Sottile, sono arrivati in una fase successiva di revisione e di verifica di ciò che avevo fatto. Ho scelto questo album di De André perché è stato un faro per me.

T.: Lei nel libretto, infatti, scrive: “Appartengo alla schiera di quanti sono convinti che l’opera di Fabrizio De André sia stata fondamentale nel suggerire loro la possibilità di essere e di diventare migliori rispetto a quanto previsto dal pensiero dominante ai loro tempi”

F. G.: Mi aiutò a crescere, ne sono assolutamente convinto. Non vuole essere un giudizio positivo su me stesso, dico che è stato fondamentale poter essere migliori grazie al lavoro di De André . Così, ho sentito l’esigenza di riavvicinarmi a quelle parole che tanto avevano seminato dentro di me, rileggendole nella lingua con cui da anni ho scelto di esprimermi.

T.: Prendiamo “Il testamento di Tito”, il testo si discosta molto dall’originale.

F.G.: Sì perché un’opera come “La buona novella” non poteva essere tradita perché tradotta, era necessario riadattarla. Un altro esempio è “Il ritorno di Giuseppe”. De André canta: “Un asino dai passi uguali compagno del tuo ritorno”, io in siciliano non potevo usare “sciecco”, perché ha un’accezione negativa. Così l’asino è diventato “l’armaluzzo compagno a l’arsura”. Questo è stato il lavoro più delicato, cercare delle metafore alternative che non tradissero l’intenzione originale.

T.: E’ solo per una coincidenza anagrafica, perché “La buona novella” è l’album che ha segnato i suoi 18 anni o perché ha un significato particolare rispetto ad altri dischi di De André?

F. G: Amo tutta l’opera di Fabrizio e questo è evidente, non ha neanche senso che io lo dica. Però credo che con “La buona novella” Fabrizio abbia raggiunto il suo apice, un lavoro di una sintesi e di una profondità uniche, è un disco fuori dal tempo.

T.: Dori Ghezzi, per lei è così?

D.G.: E’ incredibile come Francesco Giunta sia stato fedele nella traduzione e sia riuscito a dare alle parole scelte la sonorità che Fabrizio cercava. Il complimento che Leonard Cohen ha fatto a Fabrizio è stato quello: si è stupito per la fedeltà della traduzione e per la sonorità delle parole che usava. E questo è quello che ha fatto Francesco.

T.: Francesco cosa vuole aggiungere rispetto a quello che ha appena detto Dori Ghezzi sul suono dell’album?

F.G.: Volendo tradurre senza tradire, è stato necessario rimanere fedeli, per quanto possibile, al suono originale. In tal senso, l’aver fatto ricorso solo al pianoforte e alle percussioni, laddove l’incedere e l’incalzare dei brani lo richiedeva, mi ha consentito di stare vicino all'impianto classico dell’orchestra utilizzata dal maestro Giampiero Reverberi nell’album di De André. Per quanto riguarda il testo e quindi la parola cantata, ho cercato di mantenere lo schema delle rime voluto da Fabrizio e quindi la rima baciata, la rima alternata o l’assonanza, dove ricorreva. Tutto questo evitando un uso meccanico di questo criterio.

T.: Possiamo dire che “La buona novella” sia l’album più pasoliniano di De André?

D.G.: “Forse più che Pasolini, mi ricorda un altro autore, Josè Saramago che ha scritto “Il Vangelo secondo Gesù Cristo”, dove è evidente che anche lui si sia ispirato ai Vangeli apocrifi. E' impressionante come alcune frasi siano identiche, la cosa mi ha colpito moltissimo, e Saramago l’ha scritto dopo Fabrizio. Nessuno ha copiato da nessuno, non voglio dire questo, evidentemente entrambi si sono rifatti molto fedelmente ai Vangeli apocrifi. E’ incredibile come la loro visione sia molto vicina, nell’intendere la spiritualità e rispettare l’emblema femminile e “La buona Novella” è impostata, soprattutto sulla presenza di Maria”.

T.: “La buona novella” in siciliano con la pianista Beatrice Cerami e le quattro voci di Cecilia Pitino, Alessandra Ristuccia, Laura Mollica, Giulia Mei diventa, così, un’opera corale femminile.

D.G.: La scelta di quattro donne, contrariamente al fatto che la voce sia soltanto maschile nell’originale di Fabrizio, arriva profondamente.

F.G.: Ti dirò di più: le donne intorno a questo lavoro sono nove. In scena ci sarà una percussionista, poi c’è Maria Cristina Di Giuseppe che ha scritto una parte dei testi in italiano che faranno parte dello spettacolo teatrale, di cui sarà la regista, ci sarà un’attrice che li reciterà, e c’è Dori che le raccoglie tutte e che, dall’alto della sua affettuosa complicità, ci ha dato il coraggio per affrontare un progetto così grande.

T.: Qual è l’attualità de “La buona Novella”?

D.G.: E’ quella, come Fabrizio ha fatto, di continuare a salvaguardare gli idiomi locali che poi sono idiomi internazionali, secondo me. Fabrizio sarebbe stato un fanatico di questa operazione.

T.: Qual era il rapporto di De André con il dialetto siciliano, con la Sicilia?

D.G.: Ma sai, lui ha cantato in napoletano, piemontese, genovese, in lombardo addirittura, è uno che non si è mai tirato indietro. Non l’ha solo detto, l’ha sempre fatto. Poi, il siciliano è comprensibile a tutti, lo sentiamo circolare, contrariamente al lombardo che non lo conosce più nessuno e questa è una carenza enorme.

G.G.: Questo problema della perdita dei dialetti è grave, un grande linguista ha detto “I dialetti sono gli affluenti della lingua italiana”. Senza i dialetti la nostra lingua sparirà. Mantenere gli idiomi non è un richiudersi, ma è mantenere viva questa ricchezza, questa grande varietà.

T.: Dori, qual era invece il rapporto tra De André e Pasolini?

D.G: Non so se Pasolini ascoltasse Fabrizio, nessuno me ne ha mai parlato. Però Fabrizio ha letto molto Pasolini e abbiamo libri con i suoi appunti, sottolineature, annotazioni, commenti e ci sono delle cose molto interessanti e mi piacerebbe fare un lavoro su questa sua ricerca.

T. : Forse anche spunti per canzoni?

D.G.: No, sono commenti dove lo trovi d’accordo o in disaccordo.

T.: Un esempio?

D.G.: C’è un libro soprattutto, quello che è stato pubblicato postumo.

T.: “Petrolio”?

D.G. : Sì, Fabrizio sosteneva che se Pasolini fosse stato in vita non avrebbe permesso di pubblicarlo. Lo trova un po’ snaturato, non giudica tanto Pasolini, ma l’operazione di libertinaggio degli editori. Si è un po’ messo nei panni di Pasolini.

domenica 2 maggio 2021

I mondi della cultura e dello spettacolo. Dalla spedizione dei Mille (Bauli) a Unomaggio Taranto

“La spedizione dei Mille” Bauli a Piazza del Popolo è un titolo degno di un’impresa risorgimentale. Ci pensavo mentre ero lì, giorni fa, il 17 aprile per l'esattezza. Poi ieri, mentre tutti parlavano del Concertone del Primo Maggio, io seguivo la lunga diretta facebook di “Unomaggio Taranto” organizzata dal Comitato Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti. Un’edizione senza palco e senza musica, ma aperta alla riflessione sui temi del lavoro, della salute, dei diritti, del clima, dell’ambiente e della precarietà del settore dello spettacolo a cui hanno partecipato, come ogni anno, associazioni e attivisti da tutta Italia e i tre direttori artistici Diodato, Roy Paci e Michele Riondino. Roy Paci ha usato subito un’immagine da “Quarto stato” (il quadro icona di Pellizza da Volpedo per il quale la questione sociale è un tema imprescindibile dell’arte), dicendo che lavoratori dello spettacolo e i braccianti sono uniti nella stessa marcia, quella degli “invisibili”.

La pandemia ha fatto emergere la questione degli “invisibili”, anche quelli della cultura, che lavorano dietro le quinte, nei camerini, sui furgoni, al telefono, al volante, su una scala, quelli che portano i bauli, che organizzano, gli uffici stampa, i fonici, e tutto un mondo di talenti artistici che vivono tra passione e precarietà, un lavoro intermittente, indipendente, senza diritti e senza tutele. “Dopo tanti anni dobbiamo dedicarci a loro – ha detto Roy Paci. - Questo limbo insopportabile è anche dovuto a una mancanza di risposte e interlocutori. Bisogna uscire dal cantuccio viscido dei non diritti”. I lavoratori dello spettacolo chiedono una ripartenza che consenta a tutti, di ripartire, con aiuti concreti per tutti gli spazi culturali, dal più grande e importante al più piccolo e sconosciuto. Chiedono un tavolo interministeriale che coinvolga lavoratrici e lavoratori del settore dello spettacolo e cultura con il Ministero del Lavoro, il Ministero dello Sviluppo Economico e il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali, per una riforma strutturale necessaria di tutto il settore. A piazza del Popolo Daniele Silvestri mi aveva detto: “Quello che è successo è un’ecatombe, quindi ripartire significa dover essere aiutati a farlo. Questo settore è una fonte di pil e di indotto a cui lo Stato sta di fatto rinunciando. Chiediamo al ministro Franceschini di finire di ascoltarci, perché un po’ già l’ha fatto”.

Tutti quelli con cui ho parlato hanno indicazioni precise su come procedere, vorrebbero poter portare la loro esperienza e la loro testimonianza a quel tavolo interministeriale. Quello che molti denunciano è un sistema che “premia” gli interessi dei grandi enti, delle grandi aziende e delle fondazioni, ma non tutela lavoratrici e lavoratori, specie quelli indipendenti. In questa edizione di “Unomaggio Taranto”, Roy Paci, che ha abbracciato il sindacalista Abubakar Sumaoro e la sua idea di “marcia degli invisibili”, ha spiegato: “Quando parlo di invisibili, parlo di una realtà che conosco fin da bambino perché sono figlio di contadini e so quello che accade nelle campagne. Gestisco da venticinque anni un’azienda che dà da mangiare a venticinque persone, tra operatori e musicisti, che si sono ritrovati di fronte a realtà assurde, senza avere la possibilità di godere neanche di quei pochi contributi previsti, perché c’è sempre stato un mercato nero difficile da inghiottire e l’hanno inghiottito soprattutto quelli che sono stati da sempre schiavizzati nelle campagne o nelle grandi strutture capitalistiche e importanti dello show business nazionale”.

E’ per questo, hanno spiegato i tre direttori artistici, che anche quest’anno il concerto di Taranto è saltato: “Ci manca molto quel palco – ha detto Diodato - , ma abbiamo deciso di non relegare tutto a una diretta streaming con le esibizioni degli artisti, per solidarietà e rispetto nei confronti di tutti quei lavoratori che vivono una situazione insostenibile e inaccettabile. Vogliamo dare voce a coloro che restano nel backstage, i professionisti dietro le quinte che ci permettono di fare il nostro lavoro”.
Michele Riondino, rivolgendosi a chi il primo maggio ha fatto scelte diverse, ha aggiunto: “Quei lavoratori dello spettacolo dovrebbero avere uno scatto di dignità e dire che lo streaming non è la soluzione, è una toppa che è peggio del buco, perché lo streaming non può sostituire uno spettacolo vero con il pubblico”. Riondino non ce l’ha solo con lo streaming e con gli artisti che hanno aderito ad altre manifestazioni, molti dei quali sono stati anche sul palco di Taranto più volte, ma anche con i sindacati: “Ci sarebbe da fare uno sciopero generale contro Cgil Cisl e Uil perché si occupano solo di prodotto e attività produttiva. “Come comitato siamo nati per combattere l’ostracismo dei sindacati. Cgil Cisl e Uil oggi festeggiano senza considerare la precarietà del lavoratore dello spettacolo, senza considerare che come main sponsor di quella manifestazione c’è l’Eni, facendo della coerenza un elemento che manca nel sindacalismo italiano. Noi non siamo mai stati contro il sindacalismo, ma contro questo tipo di sindacalismo, che favorisce il sistema produttivo industriale più che il lavoratore, quindi tradisce addirittura il proprio statuto”.

Tornando al lavoratore invisibile e precario, Annarita Masullo di “La musica che gira” ha detto: “Non ci conoscono, chi deve legiferare non conosce nemmeno il vocabolario del nostro settore, non conoscono la differenza tra un manager, un tecnico altamente specializzato, uno che si occupa di booking. Si parla sempre di riaperture di cinema, teatri, musei, ma in tanti paesini d’Italia, dove tutto questo non c’è, spesso c’è un piccolo live club che è un presidio culturale, è la possibilità per tanti giovani d’aggrapparsi a qualcosa. Siamo completamente deregolamentati, e in un paese come l’Italia che ha inventato il concetto di economia culturale, tutto il mondo ci guarda per l’arte e la cultura, è la nostra caratteristica suprema, non considerare questo è un tradimento della nostra identità e del nostro futuro”.

Molte le realtà piccole e indipendenti, l’anello più debole della catena. “Il covid ha scoperchiato il vaso di Pandora – dice Marzia Ercolani, attrice. Il sistema spettacolo è una giungla fatta di lavoro in nero, di tantissimi lavoratori che, per questo, non hanno maturato le giornate lavorative e quindi non hanno potuto ottenere nessun ristoro e, soprattutto, la grande discriminazione tra lavoratori di serie A e di serie B, tutto il circuito mainstream, pur tra mille difficoltà, è riuscito a ripartire, la televisione, i teatri stabili, non sono ripartiti al meglio, ma hanno potuto riaprire il percorso lavorativo, grazie a sovvenzioni pubbliche o private. Noi vogliamo che tutti lavorino, ma abbiamo bisogno di farlo in sicurezza”.
Giada Lorusso, attrice diplomata al Piccolo di Milano: "Chiediamo un sistema di tutele e di welfare che oggi non c'è, contro il lavoro nero. Vogliamo essere riconosciuti come tutti gli altri lavoratori, non vogliamo più scendere in piazza ed ‘esibire’ con il canto, la danza, il nostro lavoro. Noi facciamo quel lavoro che serve alla cultura e questo dovrebbe bastare".

Hanno nomi, volti, sigle, tante sigle e avamposti di una realtà frammentata per cui quando si dice “il mondo dello spettacolo”, sarebbe più corretto parlare di “mondi dello spettacolo”. “Le misure pensate per la pandemia non sono arrivate a tutti, non sono arrivate fin dove dovevano arrivare – dice un rappresentante della rete Risp (Rete intersindacale professionisti dello spettacolo e della cultura). I lavoratori guardano al modello francese: “Il sistema deli Intermittents, che tutela il lavoratore culturale in Francia, prevede che di anno in anno si possa accedere allo status di “intermittente”, perché il nostro è un lavoro discontinuo, ma non siamo pagati quando studiamo, creiamo o facciamo le prove, abbiamo la paga solo per quando andiamo in scena”. Bisogna immaginare una riforma che parli di reddito, ammortizzatori sociali, di un contratto nazionale unico di diritti e tutele per un settore che non ha mai avuto garanzie, nemmeno prima della pandemia. Dopo un anno ci siamo stufati che i nostri unici interlocutori siano i nostri datori di lavoro, e i nostri datori di lavoro sono, dal pubblico al privato, quelli che nella stagione 2019-20-21 hanno preso il fus, quelli a cui Franceschini ha erogato un extra fus senza neanche il paletto del mantenimento occupazionale: hanno preso i soldi e non sono stati obbligati a riassumerci. Io non mi voglio reinventare, voglio continuare a fare il mio lavoro con più tutele e diritti”.

In questa indagine nei “mondi dello spettacolo”, Maurizio Cappellini rappresenta invece “Bauli in piazza”, i lavoratori degli eventi dal vivo musicali, aziendali e fieristici: “Con la riapertura per noi cambia molto poco, i numeri consentiti non rendono sostenibili i grandi eventi, diverso sarebbe creare una capienza sulla base dei metri quadri, di dati certi, stabiliti da ogni commissione provinciale di vigilanza perché dare un numero che sia una percentuale indipendente da tutto, non ha molto senso e non crea i presupposti per un investimento economico. Quindi, poiché a livello imprenditoriale, nessuno organizza eventi in perdita, per noi cambierà poco o nulla”. Si spera che questo sia uno dei punti di analisi e approfondimento dei vari tavoli interministeriali che ci saranno. “Siamo in attesa che questi criteri vengano dichiarati e stabiliti. Per carità, ben vengano artisti che fanno eventi per mille persone all’aperto, sono virtuosi che non ci guadagnano nulla e lo fanno sostanzialmente per muovere i lavoratori e l’economia di mercato dello spettacolo, ma è un’aspirina, non risolve il problema. Questo ambiente va totalmente rianimato e foraggiato”. Rispetto ai lavoratori dei circuiti piccoli e indipendenti, quelli che lavorano per le grandi produzioni dovrebbero essere avvantaggiati. “Certamente sì – aggiunge Cappellini – siamo una realtà abbastanza sfaccettata, per cui dovremmo fare chiari riferimenti alle parti datoriali di cui stiamo parlando. Alcune sì e alcune no. Felicissimo per chi ha preso del denaro, perché credo che avere un’imprenditoria in salute sia comunque una speranza per il futuro. Di contro, tutto quella che è la parte ‘tecnica’, banalmente di manodopera, chiamala come vuoi, non ha avuto niente di tutto ciò, se non qualche ristoro o sostegno come si chiama col nuovo decreto, abbastanza casuale. Una delle nostre richieste è che sia un sostegno strutturato perché non è possibile non sapere cosa succederà di te”. Non spetterebbe al datore di lavoro che ha ricevuto l’indennizzo, trasferirlo poi alla manodopera? “Io sono un libero professionista e questo discorso per me non vale, ma sono d’accordo conte, qualcuno l’ha fatto, altri no, ma qui si entra nella coscienza dell’imprenditoria. E’ una delle cose che abbiamo lamentato nei confronti del ministero. Ci siamo sentiti rispondere “Noi i finanziamenti li diamo, ma dove vanno a finire non possiamo saperlo. Ecco, non mi aspetto una risposta così dalle istituzioni, no?” Chi ti ha dato questa risposta? “L’ho ricevuta più volte all’interno del ministero della cultura”.

venerdì 12 marzo 2021

“La musica triste mi rende immensamente felice” (Astor Piazzolla, Mar del Plata 11-03-1921 - Buenos Aires 4 luglio 1992)

“Il tango evapora, si volatilizza, arriva il bolero, il boogie woogie, arriva il rock, e automaticamente un tango muore perché non si balla più. Ma al contempo nasco io”

E’ un’intervista inedita di Astor Piazzolla tratta del documentario di Daniel Rosenfeld, “Piazzolla, la rivoluzione del tango”, che uscirà in Italia con la riapertura delle sale cinematografiche. La vita del musicista italo-argentino raccontata con riprese in Super8, fotografie, nastri vocali, conservati negli archivi della famiglia Piazzolla. In tutto il mondo si celebra il centenario della nascita del musicista che ha saputo trasformare il tango in un linguaggio universale, come spiega Maria Susanna Azzi autrice del libro “Astor Piazzolla, una vita per la musica” , tradotto in 5 lingue e pubblicato in Italia da Sillabe editore.

Maria Susana Azzi com'è avvenuto il suo incontro con la musica del maestro del tango d’avanguardia?

Come antropologa culturale trovo che il tango sia una finestra incredibile sull’emigrazione europea in Argentina, cosa che poi mi ha permesso di conoscere non solo la storia, i processi sociali, culturali, la politica e l’economia, ma anche la musica e il ballo. Attraverso le arti era inevitabile arrivare ad Astor Piazzolla.

Una biografia realizzata dopo aver intervistato 260 persone. L’edizione italiana in cosa si differenzia dalle altre?

Una galleria fotografica molto più completa di altre edizioni pubblicate in inglese dalla Oxford University Press, in spagnolo, coreano, giapponese e polacco e contiene anche degli omaggi da parte di Salvatore Accardo, Milva, Pino Presti, Gianni Mestichelli, Daniel Hugo Piazzolla, il figlio del maestro, e di Walter Santoro, presidente della fondazione internazionale Carlos Gardel.

Il sogno di Piazzolla era diventare un compositore di musica sinfonica ed è lui a raccontare il suo primo incontro con la musica in un’intervista del 1976: “Avevo l’età di nove anni, quando mio padre arriva a casa con uno strumento con una grande custodia. Era un bandoneon, un bandoneon a New York nel 1930. Io non sapevo nulla sul tango, ma io ero affascinato da un uomo che suonava il pianoforte nella casa accanto, era un ungherese allievo di Serjei Rachmaninov e io ascoltavo Bach tutta la giornata. Passavo il giorno accanto alla finestra, invece di giocare, per sentire quell’uomo meraviglioso suonava Bach e così ho finito col suonare il tango come se si trattasse di Bach”. La fisarmonica ha un suono acido, tagliente, è uno strumento molto vivace. Il bandoneon ha un suono vellutato, religioso. E’ stato costruito per suonare musica triste, diceva Piazzolla - Questo lo rendeva ideale per il tango, con i suoi forti elementi di nostalgia e malinconia. La fisarmonica con il suo timbro allegro, non renderebbe giustizia all’essenza della nostra musica. Al posto di un giocattolo, Piazzolla riceve una scatola magica che segnerà per sempre la sua vita...

“Piazzolla bambino rimase molto deluso perché come regalo si aspettava una mazza da baseball. Con questo dono del bandoneon, strumento musicale, ma anche simbolo culturale, il padre ha voluto dirgli: ‘Sentiti argentino, non sentirti immigrato senza radici come mi sento io’.”

Maria Susana Azzi, Piazzolla disse che "La cumparsita" era il peggiore dei tanghi, nel suo libro lei scrive che inserendo nel suo gruppo strumenti come l'organo Hammond, il flauto, la marimba, il basso elettrico, la batteria, le percussioni, la chitarra elettrica, voleva creare uno “scandalo nazionale”, che gli argentini non erano pronti per le “creazioni audaci”. Nel docufilm di Daniel Rosenfeld, Piazzolla difende il suo tango dagli attacchi dei tradizionalisti. Si sentono gli ascoltatori di un programma radiofonico che lo chiamano “killer”, “degenerato”. Era il 1960 e Piazzolla con molta ironia risponde “They made me popular”. Poi racconta di un taxi a Buenos Aires che non accetta la sua corsa e gli grida “comunista!” Insomma, un trasgressore, senza mai smettere di essere un tanguero, Piazzolla voleva trasformare il tango in qualcosa di più universale, ma per molti anni nel suo paese non fu capito.

Astor Piazzolla è il prodotto di una tradizione e, al tempo stesso, rappresenta la rottura di quella tradizione. Piazzolla ha rotto il paradigma del tango e i tradizionalisti non l’hanno mai perdonato. Nelle sessioni di registrazione a Parigi, nel 1955, Piazzolla adottò l’abitudine di suonare il bandoneon in piedi, con una gamba appoggiata ad una sedia a dispetto di tutte le convenzioni. ‘Non riuscivo a vedere i musicisti al mio stesso livello’. In un’altra occasione ha dichiarato: ‘Dovevo sentirmi al di sopra di loro’. Da quella posizione poteva guardare e dirigere l’intera orchestra. Non gli era mai piaciuto suonare il suo strumento seduto, gli ricordava molto una signora anziana che fa la maglia. ‘Penso anche che balliamo insieme io e il bandoneon” avrebbe detto anni dopo. Quella postura simboleggiava il mondo che stava cercando di rinnovare. Suonare in piedi era la sua dichiarazione di indipendenza. La lotta in argentina tra i piazzollisti e gli antipiazzollisti è durata decenni. Promotore di un profondo rinnovamento della muscia del tango, Piazzolla era in continua evoluzione e il suo lavoro rifletteva Buenos Aires, il rumore della società contemporanea e l’intera gamma delle emozioni umane. Venerato e insultato, è morto nel 1992, oggi è considerato una delle glorie della cultura argentina.

Maria Susana Azzi, Astor Piazzolla ha introdotto nel tango nuovi elementi armonici e ritmici, qual è la sua modernità?

E’ molto difficile fare un tango nuovo senza l’influenza di Piazzolla. La sua musica è una fusione intelligente tra il tango, il jazz e la musica classica contemporanea. Da ragazzo aveva vissuto a new York e lì ascoltava il blues, il ragtime, il klezmer. I suoi idoli musicali sono stati Bach, Béla Bartók, Stravinsky, Vivaldi, Hindemith, Ravel. La sua melodia è pucciniana e, guarda caso, Puccini è nato a Lucca e i nonni materni di Piazzolla sono nati a Villa Collemandina, in provincia di Lucca”.

Toscani di Massa Sassorosso dove nel 2013 è stata inaugurata piazza Astor Piazzolla e i nonni paterni erano di Trani in Puglia. L’Italia amava e ama Piazzolla. Astor Piazzolla amava l’Italia?

“Piazzolla amava l’Italia, quando si trasferì dall’Argentina all’estero per la seconda volta, da adulto, ha scelto l’Italia e ha vissuto a Roma. Si sentiva italiano, nel mangiare, nel bere, adorava le donne, i film e la musica italiana. E’ tornato in Italia tante volte, è stata la sua collaborazione con Milva che l’ha reso famoso in Italia. La storia di Piazzolla è anche una storia simbolo dell’emigrazione italiana. Mi hanno chiesto tante volte se Piazzolla fosse italiano, era un italo-argentino che come tanti di noi, aveva l’Italia nel cuore. E’ la nostra seconda patria”.

La sua casa romana era in via dei Coronari, ha collaborato con Mina e Milva e, nel 1974, ha scritto e inciso uno dei suoi brani più celebri, “Libertango”, proprio in Italia. Con Pino Presti al basso elettrico, Tullio De Piscopo alla batteria e percussioni, Andrea Poggi, ai timpani e alle percussioni, Filippo Daccò alle chitarre, Felice Da Vià al pianoforte e organo, Giovanni Zilioli, organo e marimba, il violino di Umberto Benedetti Michelangeli, la viola di Elsa Parravicini, il violoncello di Paolo Salvi, il flauto contralto di Marlaena Kessick e il flauto soprano di Giann Bedori e Hugo Heredia. Libertango è un capolavoro inciso dalle orchestra di tutto il mondo, è diventato un successo anche nella versione elettropop di Grace Jones, è un brano che quando parte non può lasciarci indifferenti, in qualche modo risveglia qualcosa in tutti noi. Che pensava Piazzolla di Libertango?

"E’ stata una rivoluzione anche per lui, pensava alla libertà, infatti le parole di Horacio Ferrer parlano di libertà, quella libertà con responsabilità che ha sempre cercato Astor Piazzolla".

A Cuba, un giornalista gli chiese: lei esprime in musica ciò che non può dire in Argentina? Ma lui, che definiva la sua musica rivoluzionaria, non rispose.

“Glielo impedì il suo manager, chiudendogli il microfono. Piazzolla non è mai stato un animale politico, è stato soltanto un musicista tutta la sua vita, fino alla fine”.

Timisoara Pinto

Il servizio a "Prima fila" su Radio1