mercoledì 19 giugno 2013

La passione per Léo Ferré,
tra il mare e la memoria



Qualche anno fa ho incontrato da vicino vicino Juliette Gréco. E’ accaduto al Festival Léo Ferré di San Benedetto del Tronto dove “la musa degli esistenzialisti” incarnava, ancora una volta, il ruolo della vedette. Si è seduta a tavola con noi intorno all’una di notte ed ha accettato di cantare in coro “Nel blu dipinto di blu”, trascinata dall’entusiasmo di Giuseppe Gennari, arzillo “gondoliere” tra il mare e la memoria, con maglietta a righe orizzontali d’ordinanza, travolgente e atletico come Alberto Sordi nel film “Venezia, la luna e tu”. Nessuno resta immune dall’ardore di Pino, professore di francese, nonché poeta e traduttore, che alla scuola della poesia ha imparato a battersi, anche per tenere in vita la rassegna dedicata a Léo, un festival che quest’anno, alla diciottesima edizione e, specie in alcuni momenti altissimi di fusione artista-pubblico, ha raggiunto la maturità classica e moderna insieme.

Giuseppe Gennari, direttore artistico del Festival Léo Ferré
Facendo suo l'adagio (anche musicalmente parlando) di Rimbaud, "On n'est pas sérieux, quand on a dix-septans", grazie all'adattamento in musica realizzato da Ferré, Gennari sembra tradurlo più autobiograficamente come "Non si può essere seri a settantasette anni", al punto da strappare un lungo sorriso persino alla Gréco, famosa per i suoi primi piani da Sfinge, un’icona bella ed enigmatica, dalla posa seriosa e austera. Difficile far impallidire la Gréco, con la sua pelle così chiara da far dire a Picasso che “si abbronzava alla luna”. Eppure a San Benedetto, l’altra sera, è apparsa un’altra Sfinge dagli occhi a mandorla che scioglie ogni incantesimo, regalando anima e corpo alle parole di Léo Ferré. Ecco perché la mia mente è tornata alla Gréco. 


La vedette femminile di questo Festival si chiama Annick Cisaruk, cantante e attrice parigina di padre ucraino e, come la Gréco con il suo amore-autore, il pianista Gérard Jouannest, Annick è accompagnata nella vita e sul palcoscenico dal marito David Venitucci, francese di nonni italiani, emigrati dalla Puglia di Corato alla più italiofona città d’Oltralpe, Grenoble. Un’orchestra racchiusa in una fisarmonica. Sarei rimasta ad ascoltarli per ore. Voce e accordéon, il più lontano possibile dall’uso tradizionale da intrattenimento folk tipico dello strumento che, peraltro, proprio nelle Marche, a Castelfidardo, ha un padre illustre, Paolo Soprani.
Quello di Venitucci è un sistema uomo-strumento, capace di economie di scala prodigiose, dalla melodia, all’arrangiamento, citando intere sezioni orchestrali e assoli, rumori, ambienti evocati di volta in volta dalla canzone eseguita. Per tutte valga la risacca del mare che suggella il finale di “La mémoire et la mer” e mozza il fiato a chi l’ascolta. Superbe!





La costante di questo Festival è la commozione. Perché tutti noi siamo arrivati a Léo Ferré attraverso gli affetti più cari. (Suggerisco, a questo proposito il post di Gatto Atlantico, “Intimamente (Léo e gli altri)”).
Per evitare derive personali, il mio approdo lo racconto attraverso le parole di Maurizio Silvestri, fondamentale alter ego di Gennari nella direzione del festival: “Giugno 1997, le strade di San Benedetto tappezzate da un anacronistico ma fascinoso manifesto nero con qualche accenno di rosso… titolava 3º Festival Ferré e nella prima serata c’erano i mai sentiti Tetes de Bois… La prova sul palco fu straordinaria, una rivelazione lo loro miscela di rock e poesia. Devo a quel concerto l’aver amato le canzoni di Léo.”
C’è dell’altro e arriverà in autunno (un disco dei Tetes, nuovo tributo al grande artista monegasco a dieci anni dal cd “Ferré, l’amore e la rivolta” e a vent’anni dalla sua scomparsa), ma in principio fu un concerto, un compagno o un fratello maggiore. Anche per la bella Annick. Era adolescente agli albori degli anni Settanta e sul giradischi del primogenito di casa Cisaruk, si andava da Léo Ferrè ai Rolling Stones passando per Frank Zappa, forse come naturale elemento di congiunzione tra i primi due. Léo aveva lunghi capelli bianchi e sul sorriso lo spazio di una rosa in mezzo ai denti. In Francia lo chiamano “espace de bonheur”, spazio della felicità. Ce l’hanno Jane Birkin, Vanessa Paradis e la piccola Gea. Anche l’attrice Lea Massari, che il prossimo 30 giugno compirà 80 anni. All’anagrafe Anna Maria, ma scelse il suo nome d’arte in memoria dell’uomo che avrebbe dovuto sposare, Leo.

Un giorno, nell’estate dei suoi 15 anni, Annick Cisaruk va a Lione dove, guarda caso, proprio in serata, si sarebbe esibito Léo Ferré, quello “vecchio” che tuonava dalla cima della pila di dischi del salotto. Ormai il biglietto era nelle sue mani, un regalo del saggio e avveduto fratello, così Annick, seppur controvoglia, varcò l’ingresso di quel teatro. Ne fu sconvolta, l’incontro con la poesia di Léo le mise a soqquadro il cuore al punto da decidere quella sera stessa cosa avrebbe fatto nella vita, salire su un palcoscenico e, un giorno, cantare proprio quei versi di amore e di rivolta. 


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giovedì 25 aprile 2013

Mio fratello è figlio unico… ed io sono sua madre



I fatti: richiesta nel Municipio di appartenenza, 5 punti, due genitori lavoratori a tempo pieno, 18 punti, un altro figlio non residente (che non fa punteggio) e la tua domanda alla Scuola dell'Infanzia, la Scuola “Materna”, finisce all'undicesimo posto tra quelle respinte. Tutto questo prima ancora di andare a guardare il reddito. Valgono altri parametri: se hai fratelli e sorelle, se provieni da Nidi comunali, se ti trovi in condizione di netto svantaggio sul piano della salute del piccolo o dei genitori. Ma se il tuo compagno, ad esempio, ha altri figli a cui già provvede su tutti i fronti, ma non sono inseriti nel “nucleo familiare”, questo non ti aiuterà in graduatoria.

Su 32 posti, come puoi sperare che un terzo, in lista d’attesa prima di te, possa rinunciare? Questa volta ero davvero serena di farcela e ci contavo abbastanza, pensando di entrare di diritto nella cosiddetta scuola dell’obbligo. Di entrarci come mamma, s’intende. Invece scopro che, alla Materna, non c’è proprio nessuno ad attenderti. Altra incoerenza. Come potrebbe una scuola diventare improvvisamente obbligatoria a 6 anni, tralasciando al caso il periodo altamente formativo che la precede? E’ chiaro che anche qui si fa affidamento al senso del dovere e del sacrifico e che mamma, papà e nonni, in qualche modo, provvederanno all’inserimento sociale e scolastico dei figli pagando profumatamente scuole private, baby parking, baby sitter, babytaxi, ludoteche, alcune addirittura arredate con adorabili banchetti e sedioline in fòrmica, ad evocare la classi della nostra infanzia… una classe che non c’è più. 

Fin dal nome, “materna”, tanto per cambiare, l’antifona è sempre la stessa: i figli sono della madre e il padre è sempre, in qualche modo, incerto. E non è un caso. E’ un programma politico. E’ come avere la fascia di miss eleganza o miss cinema al concorso per la più bella. Non sei tu la prima, ma hai una qualità rara. Sei svantaggiata su tanti piani come donna e come madre, ma sei un’istituzione, sei la Scuola. Prima di ogni obbligo, c’è solo il richiamo ancestralmente materno. Costei ne sarà pure orgogliosa e onorata, ma questo non deve far scrollare di dosso agli altri, alla società, le proprie responsabilità. Perché non chiamarla “scuola sociale”? Certo, fa un po’ “centro sociale”, ma dai tre ai sei anni si compiono progressi da giganti, a proposito del cosiddetto inserimento o del precoce svezzamento. I figli sono di tutti. Io la penso così. E invece resti solo, spesso e volentieri, e sei figlia unica, con un figlio unico.

Degli effetti dei cambiamenti, un tempo, te ne accorgevi a lungo andare, vedevi i risultati delle trasformazioni solo con l’allontanarsi dell’orizzonte. Oggi i cambiamenti li vivi sulla tua pelle giorno per giorno. Se fai un figlio, sei punito. Non basta aver faticato tanto, prima, durante e dopo il parto, i problemi su come far quadrare tutto, figlio e lavoro, sempre che tu riesca a mantenerlo il posto di lavoro, ma sei pure colpevole di averne uno solo. In psicologia sociale un numero superiore al due fa “gruppo”, il terzo che spariglia. In casa, il terzo spariglia e basta. Non fa gruppo, non fa famiglia per un sistema che ti chiede due o tre figli affinché almeno uno possa entrare tranquillamente nella Scuola Materna, e poi non lo prevede. Ma neanche questo è detto. In molte rinunciano. Specie negli anni del Nido. Se devi lavorare per pagare l’Asilo, tanto vale goderti tuo figlio. Fino ai tre anni può essere anche un privilegio, se hai qualcuno che ti aiuta, ma non deve diventare un alibi. E gli altri tre prima delle elementari? 

Devi impugnare, si dice, la pratica, il che significa infilare una dopo l’altra una serie di coincidenze favorevoli, trovare l’ufficio, trovarlo aperto, trovarvi qualcuno dentro al suo posto, qualcuno al posto giusto, dopo aver atteso come una tigre in gabbia il tuo numero, pretendere che gli altri condividano la tua logica che poi è logica e basta ma sul modulo quello che tu stai chiedendo non è previsto e quindi la logica non è applicabile, magari condivisibile, ma inutilmente. 

Resistere, che non significa sopportare ma contrastare, serve sempre. Forse non sarai tu ad avvantaggiartene, ma a chi verrà dopo di te avrai spianato la strada. E forse, un giorno, sarà il tuo stesso datore di lavoro a prevedere un posto anche per la prole. Solo l’Imu oggi in Italia è stata concepita peggio, a proposito di parametri, mettendo in crisi anche le uniche certezze che ci erano rimaste, la casa e la mamma.

sabato 16 febbraio 2013

Habemus Festival
La rassegna cambia connotati...


La tentazione di trovare un nesso tra il clima di questa edizione del Festival e i mutamenti storico-sociali che hanno portato il Papa alle dimissioni, è forte.
Le antenne Tese di Elio hanno captato e messo il tutto in rima con un tempismo eccezionale, ma è ancora presto per fare bilanci di questo tipo, almeno finché il cosiddetto “orizzonte storico” non si sarà allontanato un po’.
Sicuramente la conduzione Fazio-Littizzetto ha avuto il suo peso specifico e il gruppo di autori ha fatto la differenza con le edizioni del passato ovattate, tutte inserite e chiuse nell’autoreferenzialità televisiva poco disposte ad uscire dai soliti binari. Certo, Sanremo resta una grande cerimonia dei media e, soprattutto, una gara, con una griglia di partenza piuttosto vincolante. Spetta al gruppo di lavoro, allo stile e alla personalità del conduttore/direttore artistico svincolarlo dalla sua baudità. Questo, credo, abbia fatto Fazio, più abituato ad una quotidianità televisiva che si nutre di realtà, di letture e lettura della realtà e non va a caccia di altri mondi impossibili per anestetizzarla.
Differenza di intendere il Varietà: non un mattatore che esibisce le due bonazze del momento, ma un cavalier cortese che fa calzare alla Littizzetto la scarpetta di Cenerentola, mentre si discute di canzone d’autore, di pianoforte, di musica colta e popolare, di violenza sulle donne, del bene fra gli uomini, di amore senza distinzione di sesso. 

Se un nesso c’è, potremmo dire che, come la Chiesa, anche il festival si laicizza. Il Vicario di Cristo in terra, rinunciando all’investitura divina, si svincola dalla sacralità del suo ruolo, del suo sottostare alla volontà divina che lo vuole lì, indiscusso, sul suo scranno. Ogni futuro Papa sarà lì per volere di altri uomini, per nomina politica, editoriale, come dir si voglia, né più né meno del direttore artistico di Sanremo. 
Un atto rivoluzionario – qualcuno ha già detto – quello di Benedetto XVI. Una rivoluzione laica, aggiungo, quella di cui si mormora anche ad altri piani e in altri strati della società, quella che fa sparire le piume dello struzzo da un programma così nazionalpopolare come il Festival della Canzone ed invita a non abbassare mai la testa. Il movimento di Ingroia, ad esempio, ha intuito questo spazio di recupero, ma avrebbe dovuto più coraggiosamente chiamare il suo impegno “Rivoluzione laica”, non “civile”, e non per una questione di ossimoro (figura retorica di tutto rispetto), tra due termini peraltro nemmeno così in contraddizione come può sembrare, ma perché la parola, l’aggettivo del momento è “laica”. “Rivoluzione laica” meglio esprimerebbe il sentimento di chi non sa a quale movimento votarsi alle prossime elezioni. Rivoluzione laica è quella che mi fa sintonizzare con alcuni artisti e argomenti toccati da questo Sanremo, Elio su tutti, che nella canzone eliminata la prima sera, “Dannati forever”, oltre a sintetizzare il controverso rapporto tra gli uomini e la fede (cantando “pa, pa-pa-pa, pa-pa-pazzesco”), con il suo travestimento e cuoricini rossi cuciti sul risvolto delle maniche, allude all’amore per l’abito talare o con l’abito talare. Il verso capolavoro è: “All’inferno, all’inferno! Co co co come la Reggio Calabria – Salerno” dove il semplice capovolgimento del nome della famigerata autostrada svela l’inquietantissima rima. 

Per me gli Elii dovrebbero vincere, come nel 1996 con “La terra dei cachi”, ma allora arrivarono secondi dopo Ron e Tosca: “Se vinciamo noi, è chiaro che il Festival è truccato, se perdiamo è ovvio che il Festival è truccato”, disse allora il cantante più truccato. Trucchi musicali molto istruttivi e “La canzone mononota” dovrebbe andare a sostituire nell’immaginario sanremese delle scuole dell’infanzia il primato di Povia. Degno di nota l’esilarante finale, a proposito di laico coraggio: “C’è poi il samba di una nota sola / Ma, se ascolti attentamente, dopo un po’ cambia: / Jobim non ha avuto le palle di perseguire un obiettivo / Non ci ha creduto fino in fondo / Invece / Noi / Sì”. L’unico limite del pezzo è che il primo ascolto lo brucia e lo fissa per sempre in quegli unici tre minuti performativi e da canzone “mononota” diventa canzone “monouso”. Perso il gioco a sorpresa, svelato il trucco che ti costringe a seguire come si dipana e dove va parare la canzone, al secondo ascolto è già calata tutta la tensione. Resta però uno straordinario esempio di bravura e di passione per la musica.
Abbiamo un festival che per metà punta sugli autori già consacrati, per metà sugli interpreti, usciti da quelle scuole televisive che a furia di puntare sugli interpreti creeranno una generazione di cantanti pirandellianamente in cerca di autore. Tutte produzioni importanti, a cui molti cantautori di qualità non riescono ad avere accesso, con un unico contentino per i Marta sui Tubi, intesi come “quota indie” e “indipendente” che comincia ad avere una sua fetta canonica della torta festivaliera. Tra i due pezzi della band siciliana, preferivo “Dispari”, un titolo che non può non farmi venire in mente il primo fondamentale disco di Pino Marino. 

Quest’anno, però, si è instaurato una specie di governo ombra. Credo che, sul piano della gara, ci sia un doppio livello di lettura, ovvero una gara parallela fra gli autori. Zampaglione contro Bianconi dei Baustelle, Servillo e Mesolella degli Avion contro Enzo Gragnaniello, la coppia Nannini-Pacifico, Giuliano Sangiorgi addirittura contro se stesso. Molti voti a favore dell’una o dell’altra canzone che ogni artista ha presentato sono stati determinati sicuramente dalla firma più glamour in questo momento. Zampaglione ha scritto una canzone tiromancata e sanremese per Chiara, che l’ha caricata di inutile enfasi, più scontata quella di Bianconi che ci consegna la vincitrice di X Factor in stile Zanicchi anni 90.
In generale, abbiamo ascoltato pezzi vintage, Malika dall’eleganza anni ’60, evoca la Mina delle mani che ricamano la voce alle prese con un classico di Aznavour, Simone Cristicchi, con una filastrocca che poteva benissimo servire da gag ai Gufi e ad Alberto Sordi. Sarò ossessionata dalle citazioni, ma il frac con fiore all’occhiello a Sanremo fa tanto Rino Gaetano e Max Gazzè è notoriamente un grande ammiratore del cantautore calabro-romano. Solo che la canzone più che a Gianna, ammicca a Raffaella (Carrà).
Antonio Maggio
Un applauso a Renzo Rubino, il riscatto di Umberto Bindi mezzo secolo dopo, un altro al vincitore fra i Giovani, Antonio Maggio, che parla e si muove, addirittura fa una leggera rotazione della testa, come Nicola Arigliano. Sarà che anche lui, come il suo illustre conterraneo scomparso, arriva da Squinzano, provincia di Lecce. Non si è persa occasione, tra cantanti, temi, omaggi, gente comune ed ospiti internazionali, per parlare finalmente di omosessualità senza ipocrisie, cercando di stare al passo anche con altre interfacce mediatiche come i social nework.
Quando seguivo da inviata il festival potevo fare il pelo e il contropelo in virtù di 8 giorni di vero e proprio ritiro, ma anche adesso vado a caccia di dettagli che meriterebbero un’evidenza maggiore. Ad esempio, è possibile mettere nero su bianco che il 2013 è il primo anno in cui i selezionati tra i giovani sono tutti anche autori delle proprie canzoni. La tendenza è degli ultimi anni, ma questa volta, sotto questo profilo, non c’è più nessun concorrente sprovveduto. Ottime le referenze dei Blastema, prodotti dalle signore De Andrè, Dori e Luvi, ma suonano davvero, il testo è poetico e hanno fatto un gran figurone. Insieme a Nardinocchi, addirittura eliminato prima dei quarti di finale, sono quelli che possono avere vita artistica indipendentemente dall’esito festivaliero. Dimenticavo Silvestri: tanto era trascurabile la canzone eliminata, quanto nobile e magniloquente “A bocca chiusa”. Protagonista, quest’anno, il pianoforte. Un’ideale consolazione per il Ratzinger musicista, ma lo seguirà il Papa il festival? Gli interesserà il verdetto finale?


lunedì 11 febbraio 2013

Quattro cavalli al Festival...




Alla vigilia del sessantatreesimo Festival di Sanremo, persino il proverbiale ottimismo di Mollica vacilla: “andrà bene? Io lo vedo così fiacco”.  Ogni anno tutti si aspettano qualche miracolo, e San Remo, che difatti si scriverebbe proprio così, staccato, non li fa. L’inviato del Tg1 al seguito della Rai (una legione di 500, 600 persone coinvolte a vario titolo) è da sempre uno dei più affezionati al tradizionale rituale festivaliero, sinceramente preoccupato di risollevare il morale delle truppe. Così ieri sera, al Gran Gala, il solito party di benvenuto per cantanti e addetti ai lavori gentilmente allestito al Victory Morgana Bay, ma puntualmente disertato, scatta la chiacchierata informale tra i pochi habitué che ogni anno si ritrovano a lavorare a braccetto in questa avventura. Ora, è vero che il Morgana è il locale più fashion della città ligure, ma siamo sicuri che questo spreco di ”y”, lunghe file create ad hoc davanti all’ingresso, dj-cocktail set e l’immancabile strizzatina al burlesque possano mettere insieme tutti i protagonisti di questo Festival? Il resoconto finale della festa, infatti, registra i venti minuti di presenza di Luciana Littizzetto e, come unico testimonial della gara, Simone Cristicchi. Forse poteva essere la cornice giusta per la spumeggiante Clerici o per il Bonolis più mattacchione, sicuramente meno per l’inappuntabile e sobrio Fazio e, non a caso, lustrini e paillettes sono spariti anche dalla scenografia dell’Ariston.
Dopo diciannove Festival a cura di Gaetano Castelli, la novità di quest’anno è l’arrivo di Francesca Montinaro, autrice di installazioni e scenografa dei programmi di Fazio e Saviano su Rai tre e della Bignardi su La7. Nel frattempo il “titolare” non è scomparso: costruisce castelli per la tv albanese e altri sogni al Moulin Rouge di Parigi.

L’ispirazione della Montinaro unisce “lo stupore barocco ideato dai fratelli Bibbiena, gli strappi logori di Burri e i tagli filosofici di Fontana che fenderanno lo spazio''.
Una scala centrale su un fondale fatto di teli di iuta, stile “Edward mani di forbice” e molto teatrale, la cui trasposizione televisiva sarà nelle mani di luce di Ivan Pierri, direttore della fotografia.
Tra color che son sospesi, restano ancora una volta gli orchestrali, fatti lievitare dalla buca canonica fin sopra gli obliqui trespoli dove sono appese le luci. Pare che la comodità e la possibilità di manovra per il musicista sia pari a quella di una seggiovia, con ringhiera pensata per una giusta protezione, ma non a misura di tromba e altri fiati a continuo rischio di impatto con la gabbia in piccionaia. Dopodiché, speriamo che nessuno degli orchestrali, già poco entusiasti del panorama, debba mai alzarsi prima del previsto.

A completare il bozzetto iniziale, prosegue con altri dettagli una delle arredatrici, da tre settimane in trasferta per l’allestimento: “l’atmosfera è più cupa degli altri anni e anche in giro vedo poco movimento. Sarà anche questo un segno della crisi”. Dettagli di arredamento sono la sua specialità, per il Festival e per i programmi Rai che di canzone sanremese in questi giorni si nutrono.  Manca solo “La vita in diretta”: “Prima veniva su tutta la redazione e faceva base al Casinò. Quest’anno ci saranno solo gli inviati. Uno studio in meno da allestire”.
Poi c’è la parte istituzionale. “Alcune stanze dell’Ariston si trasformano in eleganti uffici per i direttori. Dai magazzini di via Teulada, Saxa Rubra e Dear ogni anno vengono rispolverati per una settimana tappeti, scrivanie, divani, computer e monitor per il direttore generale, il direttore di Rai uno, la segreteria di rete e il direttore dei grandi eventi. Solo il palcoscenico è imprevedibile e più raffinata è la scenografia, più di livello alto sono il design e il prezzo delle poltrone in scena per gli ospiti di turno. Da Roma sono arrivati due bilici solo per l’arredamento”.
Nessuna richiesta da camerino o capriccio da star. “Fazio è una persona molto riservata e questo starsene per conto suo, con il suo gruppo di autori che gli fanno da filtro, ha creato malcontento e distacco con noi della troupe, scenografi, assistenti audio, cameraman. Fino all’anno scorso c’era questa tradizione di stare tutti insieme, con i cantanti che si fermavano alle prove dei colleghi, addirittura sancita dal motto di Morandi “stiamo uniti”, ma quest’anno è tutto così sottotono e Fazio non si è mai visto in teatro e non ha ancora fatto le inquadrature”.
In un primo momento, inoltre, nel concept scenografico, non era prevista nemmeno un’apertura per consentire il passaggio di materiali di scena e persino le scalette che collegano il proscenio alla platea (tante volte qualcuno fosse invitato a salire sul palco) erano scomparse.
“Quest’anno, però, il direttore generale Gubitosi in prima fila non vuole vedere nessuno... " spiega
la corrispondente di questo post che preferisce l'anonimato. "Sarà per questo che il sipario della rassegna si alzerà a illuminare e a scoprire tutta una parte del pubblico, le cosiddette poltronissime, vuote e messe sotto vetro, coperte e protette da una teca trasparente”. Una prima inquadratura ad effetto sul cui significato metaforico c’è da meditare.
Qualche posto riservato si recupererà con nuove poltrone laterali al palco, alimentando nello spettatore il fascino e il mistero di questo Teatro Ariston che, nella realtà, è molto più piccolo di quanto la tv riesca a far credere.





Infine, rispetto al cavalier Benigni di due anni fa, l’ingresso della Littizzetto sarà da favola, sulla carrozza di Cenerentola trainata da quattro cavalli bianchi, ma dovrà fermarsi e scendere fuori dal teatro. Al Festival 2013 il primo desiderio l’ha esaudito proprio l'arredatrice di questa anteprima, contattando una ditta romana che affitta mezzi di trasporto d’epoca per il cinema. Se dici mila… un genio della lampada ripeterà anche il prezzo.


domenica 9 dicembre 2012

Di cosa sono fatti i ricordi




La parola arriva dopo, prima c’è l’immagine, “l’unico documento reale, l’unica prova, l’unica verità” della storia e della strada in movimento. Dopo tanti scatti silenziosi, il fotografo Tano D’Amico, racconta e si racconta nel libro dal titolo sognante e nitido: “Di cosa sono fatti i ricordi” (editore Postcard). Le riflessioni partono da precisi fatti di un decennio, gli anni Settanta (di cui lo stesso D’Amico è fondamentale interprete oltre che emblema vivente) e su quelli si ritorna, per fare luce sui ricordi e restituire al movimento un obiettivo d’autore: rimanere nel tempo o, almeno, focalizzarlo.
Sul rapporto tra immagine e movimento Tano, non a caso, scrive: “non abbiamo un film che ci racconti, non abbiamo un romanzo, non abbiamo poeti. La mediocre produzione che abbiamo avuto è tutta di testa, a tesi, didascalica. Didascalica e noiosa insieme”. Tano riafferma la sua voce fuori da quel coro del riflusso che vuole lo “svecchiamento degli archivi”, dalle immagini trae i ricordi e le parole, perché un volto in una fotografia trabocca di giustizia e memoria.
Nel suo libro-mosaico, l’autore racconta l’episodio di “Franco di Primavalle” (Primavalle è un quartiere di Roma, forse si dice ancora “borgata”, ma a me che non sono di Roma non mi viene spontaneo). Soprattutto, Franco era uno di quelli che non voleva dimenticare e ricordava anche quando tutti volevano dimenticare. Nel movimento, il presente era passato, nessuno custodiva niente, tantomeno una macchina fotografica. Ecco perché è difficile raccontare e farsi raccontare gli anni Settanta e, cercando nei sempre più rari album di foto di un’intera generazione, manca un bel pezzo di vita che non si può più digitalizzare. Forse il migliore.




1974 - 2012: dall'occupazione delle case all'imu sulla prima casa, la patrimoniale per i poveri...