domenica 22 settembre 2013

Tonino Zurlo e il Canto degli ulivi


La vita del cantastorie pugliese Tonino Zurlo è talmente innestata con la cultura mediterranea dell’ulivo che mi fa venire in mente il poeta indiano Rabindranath Tagore: “gli alberi sono lo sforzo infinito della terra per parlare al cielo in ascolto”.
Basta guardare la copertina del suo ultimo cd, “L’ulivo che canta”, per entrare nella bottega di musica e scultura dell’artista di Ostuni e sentire questa tensione all’infinito e all’indefinito.
“Gli alberi sono sculture”, dice Tonino. Assumono forme e sembianze antropomorfe, caricaturali, proprio come in cielo le nuvole.
A 67 anni, Zurlo è finalista al Premio Tenco nella categoria “Album in dialetto”, finalmente un riconoscimento per un altro grande “tramite” della cultura e dell’animo popolare del nostro Paese. Ci incontriamo ogni estate, a Mola di Bari, in occasione del tributo a Enzo Del Re. L’ultima volta mi ha detto che la musica non gli piace più, che non vuole più fare niente. Alla fine della conversazione ho evitato di chiedergli se avesse cambiato idea.

Cosa rappresenta l’ulivo per te e per la terra in cui sei nato?

E’ l’albero della drammaticità che tutto contiene. E’ la pianta della luce, prima dell’elettricità c’era l’olio. E’ una scultura che esprime tutta la cultura mediterranea. L’ulivo mi racconta e mi ha fatto capire che l’arte non implica alcun tipo di sforzo. L’arte non sei tu, ma il tuo spirito guida. L’artista è solo un tramite.

Questo “secolare cantastorie mediterraneo” sembra sfinito, con la lingua di fuori, cosa racconta?

Non ho mai un’idea di partenza, comincio a lisciare il legno finché non diventa come marmo. Le mie sculture sono apotropaiche, la lingua serve a scacciare lo spirito maligno che è dentro di noi.

Cantautore dagli anni ‘70, quando sei diventato scultore?

Per caso, quattro anni fa. Prima facevo il falegname, poi ho perso la falange di un dito e per paura di non poter più suonare la chitarra, mi sono limitato a piccoli lavori di restauro, cornici e antiquariato.


E la prima scultura?

Avevo comprato dei pezzi di legno per il camino. Mentre li sceglievo, mi sono soffermato a guardarne un paio, molto particolari. Era come se volessero comunicarmi qualcosa. Così ho provato a modellarli e sono nate le prime forme.

Le tue opere hanno la stessa funzione delle maschere agli angoli di antichi palazzi, sotto i balconi in pietra. Scolpire queste figure grottesche significava scacciarle dalle abitazioni ed esorcizzarne la paura. C’è qualche attinenza tra le due cose?

Non ho preso ispirazione da queste decorazioni, ma molti mi hanno detto che il mio lavoro probabilmente discende dalla cultura greca. Sono venuti dalla Svizzera, due ragazzi, per girare un documentario proprio su questo.

Nel brano “Senza bagagli” torni a parlare di anime, però quelle buone.

Bisogna esorcizzare la paura della morte per migliorare la qualità della vita. “Se nella vita sei stato un fiore, sopra la terra lasci il tuo buon odore”. La presa di coscienza delle tue azioni diventerà  un profumo per una società diversa. Questo rende la tua anima più leggera e in grado di farla volare, senza pesi terreni. Come il fiore, anche le foglie, terminato il loro ciclo, si distaccano dagli alberi e nella terra diventano humus, nuova energia. Con umiltà, ognuno di noi lascerà traccia di sé.

Dopo “Jata Viende” del 2003 pubblicato con il Circolo Gianni Bosio e “”Nuzzole e pparolu” del 2007 per l’etichetta Anima Mundi, ora “L’ulivo che canta”. Tre dischi in dieci anni e prima? 
                                             
Ho sempre cantato perché avevo bisogno di dire delle cose, di prendere posizione. A venticinque anni me ne sono andato in autostop con i “Cristiani per il socialismo” nei campi-scuola e nei campi di lavoro. Senza neanche saper accordare la chitarra, inventavo delle canzoni nel tentativo di mettere a fuoco una certa società che andava avanti.

“Lu frate in polizia” è una canzone che nasce in quegli anni… possiamo definirla “canto di emigrazione”?

Quella di chi non trovava posto in Germania e si arruolava. Come è successo a mio fratello, emigrato al nord per entrare in polizia. Per la famiglia, un figlio poliziotto significava avere una sicurezza economica. L’importante era che fosse sistemato a vita, non c’era un’elaborazione ulteriore. Per me, invece, mio fratello se lo stavano comprando, per metterci gli uni contro gli altri. “La colpa è di li patrune che s’ccattan li cchjù bell e li cchjù fort de li guagliun”: il potere economico ha sempre la capacità di scatenare la guerra fra poveri. Quando c’erano gli scioperi o le manifestazioni, li vedevi gli uni contro gli altri, meridionali contro meridionali, chi era andato per lavorare e chi era andato per lavorare, ma in maniera diversa. Avrei voluto dire a mio fratello, “lascia la polizia, vieni dalla mia parte”, per impegnarsi a diffondere una cultura orientata alla presa di coscienza delle proprie azioni, è questa la cosa importante.

Lo spettro del padrone riappare nella canzone “La fattora”, la donna del caporale o “Soprastante”, come lo chiamava Matteo Salvatore. 

La fattora era la “soprastante” che sorvegliava i lavoratori e li obbligava a ritmi forsennati. Quando andavo a raccogliere le olive, lei ci diceva “ioccia! ioccia!”, “sbrigatevi! Riempite in fretta il vostro paniere!” . Era povera come noi, ma era la prescelta. Una che si vendeva al padrone non poteva di certo fare gli affari della povera gente.

Quanti anni avevi?

10, 12 anni.

E per quanto tempo hai fatto questo lavoro?

Due anni.

E a scuola non ci andavi?

Ho frequentato fino alla quarta elementare, poi ho litigato con la maestra e non ci sono più tornato. La quinta l’ho recuperata anni dopo, con le scuole serali.

Non potevi cambiare maestra?

Ci ho provato, ma non me l’hanno permesso. E’ una vicenda molto controversa, che ho vissuto come una violenza e mi ha creato degli scombussolamenti psichici enormi. Mi teneva al suo servizio, mi mandava a fare la spesa durante l’orario scolastico, l’estate dovevo andare tutti i giorni a casa sua. Mi avrebbe fatto studiare, diceva. Mi teneva così, senza un vero motivo. Mi faceva trovare sempre un piatto di pasta, ma io non la sopportavo. Alla fine ho detto basta e ho dovuto chiudere anche con la scuola. Per anni ho avuto il rifiuto della scrittura, la vivevo come una tortura, ancora oggi ho difficoltà persino a leggere. Poi, per fortuna, Dio mi ha compensato in modo diverso, con la creatività che mi ha dato.

C’è stato, invece, nella tua vita, un maestro di musica, come il “portatore cieco di serenate” incontrato da Matteo Salvatore?

Mi ricordo le feste di carnevale, in campagna si cantava, ma non ho mai avuto la fortuna di incontrare un maestro, un personaggio forte che raccontasse la realtà com’era. Sentivo solo cose folkloristiche.

Hai mai conosciuto Matteo?

Poco, ma da lui ho ripreso la formula del banditore che chiama a raccolta “sentite… sentite!” per raccontare “Lu prefisce”. E’ la storia di come è andata alla malora un’altra grossa economia del nostro Paese, quella dei fichi.

Che cos’è lu prefisce, il profico?

Per avere delle buone annate, l’albero di fico si doveva “improficiare”. Per questo mio padre andava a comprare i profichi, un’altra varietà di fico che non arrivava mai a maturazione, ma produceva dei moscerini, i “tampagnul”. Bisognava lasciare un po’ di questi profichi ai piedi della pianta o tra i rami, affinché i moscerini deponessero le loro uova nel fico “femmina”, che dopo questo trattamento naturale, diventava il frutto dolcissimo e saporito che tutti conosciamo.
Era una fiorente economia, c’erano stabilimenti che impacchettavano i nostri fichi per l’esportazione, quelli di scarto diventavano spirito, perché pieni di zucchero. Ora si fanno le “fiche maritate”, quelle con le mandorle dentro, o i fichi secchi, ma il grosso marcisce a bordo strada e nessuno se ne cura.

Parliamo ancora di sprechi con la canzone sull’acqua.

A Ostuni, quando non pioveva, si facevano le suppliche a Sant’Oronzo. La canzone dice “L’acqua che non cade, in cielo resta, e quando cade a terra rinfresca la terra, ma noi non abbiamo mai pagato il padreterno”, invece, su questo pianeta c’è chi si sostituisce a nostro Signore. Senza contare che vendere una bottiglia d’acqua a un euro è rubare. Noi la compriamo, la strapaghiamo e nessuno si ribella più.

La tua voce contadina si trova a suo agio tra arrangiamenti blues, gospel, arabeggianti di Mauro Semeraro. “Fore a dde me” è addirittura un blues rurale swingante, quasi funky. Di cosa parla?  

E’ un blues botta e risposta sulla dipendenza che abbiamo da beni tecnologici e di consumo. Doveva somigliare a una preghiera, il Rosario che in campagna mia madre mi faceva dire tutte le sere.

Che ricordo hai di un altro tuo indimenticabile conterraneo, Enzo Del Re?

Negli anni ’70, con Enzo, ci siamo cercati spesso, soprattutto se c’era da intervenire da qualche parte. Era molto chiuso, aveva le sue fisime, vedeva le cose a modo suo, aveva la sua visione di classe e non si metteva mai in discussione. Si dice che quelli di Mola siano “captuost”, Enzo lo era, una vera testa dura, se penso che non si è fatto nemmeno curare…
Scelti per casualità divina o alchimia, Enzo e Matteo sono stati dei tramiti che hanno lasciato una scia di cose belle. Qui, ogni paese ha il suo artista, chi è vivo deve andare a cercare queste testimonianze, io credo molto nelle piccole cose, mai nelle grandi.



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martedì 17 settembre 2013

Capossela e la Banda della Posta
Ca...litri di vino e musica nella valigia dello sposo


Ho visto il concerto della Banda della Posta di Vinicio Capossela due volte: il 25 aprile e l’8 settembre. Centrare casualmente una doppietta così solenne merita una riflessione. La liberazione e la resa. Un po’ come accade nel matrimonio: quando comincia, è come scendere a patti con l’amore, quando finisce, è quasi sempre una liberazione. Ho parlato di matrimoni, ma avrei dovuto scrivere “sposalizi”, termine che implica l’aspetto più carnale di tutta la faccenda, con il cibo, il ballo e la sfrenata ebbrezza dionisica del giorno di festa.
Tanta la carne al fuoco. Si potrebbe cominciare dal caglio che mio nonno andava a comprare dal macellaio di Calitri per fare il caciocavallo podolico. Potrei partire dalla mitica montagna di Rapone, dove la baracca rosa di Lorenzo Pinto è la versione vintage della casa di Peppa Pig.
Potrei descrivere i matrimoni da Mast’Antonio, dove si arrivava dopo il lauto pasto per buttarsi nella mischia, bere e ballare, abbracciare sposi e compari mai visti prima e mai più riconosciuti, ma sono tanti gli elementi che compongono il dna dell’ultima creatura di Vinicio Capossela e non posso sviscerarli tutti. 
Allora parto dal nome: Banda della Posta. La Passione e la pensione, la processione religiosa del Santo patrono e quella laica di chi lavora a padrone. Il nome suggerisce anche uno scenario assolato e western di un manipolo di nonnetti “appostati” come banditi, davanti all’Ufficio postale, in attesa del meritato bottino. 
Il repertorio potrebbe non avere confini e sicuramente è una porta che si apre a fisarmonica sul passato, sui “ballabili” dello stesso Vinicio e sul variegato mondo sonoro dei cosiddetti “canti d’emigrazione”. 
Come è strombazzato sul cd della Banda, il concerto inizia con “Primo ballo” dopo un’overture che lancia la sfida: “España cañì”, paso doble degli anni Venti, simbolo della lotta tra il toro e il suo torero, un passo a due, come lo sposalizio. Il brano funziona da sipario e ci dà il benvenuto nell’arena. 

C’è un primo ballo, ma non l’ultimo… perché lo sposalizio è solo uno spossante inizio, e la musica, il cibo, la durata della festa sono la metafora di una promessa di abbondanza per un uomo e una donna che vanno incontro alla vita “finché morti non li separi”. C’è “la serenata a ingiuria” di Calitri, quella che ancora oggi si canta sotto il balcone della sposa, per amore, ma anche per dispetto... 
Dalla Banda al banditore. Capossela ripropone tre “classici” di Matteo Salvatore, “I proverbi paesani”, quella che tutti chiamano “Ratatatumpa” (in una sola parola tutta la percussione di una marching-band), “I maccheroni” (chi muore muore, chi campa campa e nu piattu di maccarruni cu la carna…) e “L’inno della Repubblica” scritta, a quanto pare, dal padre del cantautore del Gargano mentre era detenuto nel carcere di Lucera col sindacalista Giuseppe Di Vittorio. 
Sono nozze d’oro, invece, per papà Vito Capossela e signora che seguono dal backstage il tour della Banda. A Vito, “collezionista di foto davanti a macchine non sue”, partito per la Germania nel ‘63, Vinicio aveva già dedicato, nel 2003, “Si è spento il sole” di Adriano Celentano, inserendola nel cd antologico “L’indispensabile”. Nella scaletta della Banda c’è spazio anche per altri 45 giri della “fonovaligia dell’emigrante”, quelli che Capossela chiama i grandi interpreti dell’emigrazione ferroviaria, Salvatore Adamo, Rocco Granata e i Barritas di Benito Urgu. Tra i papabili è previsto persino un brano di Nicola Di Bari, altro grande personaggio che in Italia meriterebbe maggiore attenzione. Questa volta però la canzone del cantante di Zapponeta cede il posto ad un omaggio al Festival Frammenti di Frascati e al territorio ospitante: “’Na gita a li castelli” nota anche come “Nannì”.

Le copertine di questi 45 giri sono un vero spasso. L’unità grafica che racchiudeva il ballo, la nostalgia per il paese lontano, la musica di tradizione, il giovane dal nome tosto, a volte esotico, era rappresentata da una fisarmonica, strumento-simbolo dell’emigrazione. Anche perché facilmente trasportabile nei bauli o nelle valigie chiuse con lo spago. Uno di questi che andavano per la maggiore si chiamava Vinicio e non è un caso che rientri in questo discorso. Una volta, Capossela ha raccontato che papà Vito possedeva una collezione di dischi di questo misterioso e fantomatico personaggio, specializzato in tango. Da Vito a Vinicio il passo è breve e il battesimo, anche musicale, è d’obbligo. Così l’identità di Capossela si delinea attorno a uno pseudonimo, perché dietro al Vinicio fisarmonicista del tango che spopolava nelle balere d’Oltralpe, si celava, in realtà, Eduardo Alfieri, autore, arrangiatore, direttore d’orchestra di tanta canzone napoletana degli anni ’50-‘60, nonché pianista di Sergio Bruni. 

Tra un fox-trot, una polka, una tarantella, il tango e una quadriglia comandata, arriva “Occhi neri”, “un vero pezzo “mariachi”, poi una ranchera che sembra annunciare nella sua parte finale strumentale “Marina” di Granata e invece arriva “Manuela”, il lato A di quel vinile da esportazione. La canzone, già popolare nella versione di Luciano Tajoli, diventa un cavallo di battaglia del calabrese di Figline Vegliaturo, in provincia di Cosenza, Rocco Granata, minatore figlio di minatore (quando si dice che il destino è già scritto nel nome), emigrato con la famiglia in Belgio nel ’48. 
Anche qui, il pezzo finisce a sorpresa, giocando con le note greche de “I ragazzi del Pireo” di Manos Hatjidakis.
Giocare, voce del verbo “to play music”, con chitarra, scopa, canto, calici, stelle filanti e pistolettate, Vinicio Capossela, con Franchino ‘u parrucchiere alla chitarra, Peppino detto Totta Creta alla fisarmonica, il cowboy del ritmo, Antonio Daniele, alla batteria… solo per citarne alcuni.

A Frascati mancavano all’appello un mandolinista e il Primo violino, Peppino detto Matalena che, all’occorrenza, siede all’organo per le grandi cerimonie religiose. Infatti, l’8 settembre a Calitri e in buona parte del Meridione d’Italia si festeggia la Madonna Addolorata e in ogni festa religiosa c’è sempre un cantante “pop”. Quella sera Matalena è rimasto a Calitri mentre, parallelamente al suo organo, si esibiva in piazza Franco Simone. Se ho capito bene, ho immaginato Peppino come l’unico baluardo della Banda e della Posta che non poteva lasciare il suo avamposto d’onore.

Rispetto al debutto del 25 aprile, sono aumentati i brani di Vinicio affidati alla rumorosa compagnia, come a volersi “sponzare” fino in fondo, che vuol dire, come ha spiegato lo stesso Capossela nella premessa (nonché promessa) al Calitri Sponz Festival di fine agosto, calarsi nel ballo con anima e corpo e quindi “inzupparsi” di sudore. Un po’ come il "pane cuotto" o la frisella nel pomodoro.
“Che cos’è l’amor”, “Con una rosa”, “Pena del Alma”, “L’uomo vivo”, “Il ballo di San Vito” e altre, ma soprattutto “Ovunque proteggi”, che l’autore stesso ha chiamato “canzone abbracciabile per eccellenza”. 

Mai definizione potrebbe essere più appropriata di “chef d’orchestra” per Vinicio Capossela che incita il pubblico al ballo, se non altro per digerire le cannazze di maccheroni, piatto forte del pranzo nuziale. 


Il richiamo delle origini, la forza degli archetipi ci fanno sentire parte di una stessa comunità. È questo lo spirito che pervade il concerto, un rito corale e liberatorio, specie quando Capossela, sponzato al punto giusto, si lancia in un ballo vorticoso con sua madre, trascinandola dal retropalco all’altare della musica. E’ a quel punto che mi viene in mente uno strano accostamento, Vinicio Capossela-Bruce Springsteen. Qualche anno fa, ho assistito ad un concerto di Springsteen (e il video è rintracciabile su youtube) in cui il Boss, come un emigrante qualunque, abbraccia la madre sul palco e si mette a ballare con lei. Allora penso agli Stati Uniti raccontati da Springsteen, quel lavoro sull’America più profonda, alla ricerca della vera anima popolare del Paese, culminato nel tributo a Pete Seeger, un cd e un tour in cui il cantautore del New Jersey è accompagnato da una band da saloon, il corrispettivo country della Banda della Posta. Lì il banjo, qui il mandolino. Alla vigilia di quell'impresa, Springsteen disse: “anche se non conosci il disco, al concerto puoi sentirti come a casa”. I Pete Seeger, i Woody Guthrie italiani sono Matteo Salvatore, Enzo Del Re, i Tottacreta, i Matalena, quelli che Capossela ha tanto amato, ha un po’ sposato e riportato a casa. Tutto torna, a casa, prima o poi. Come l’emigrante.

Bruce Springsteen & The Seeger Session Band
Vinicio Capossela e la Banda della Posta

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martedì 27 agosto 2013

VIVA DEL RE!
Omaggio a Enzo Del Re

COMUNICATO STAMPA




ARENA CASTELLO - MOLA DI BARI

3 settembre 2013 ore 21

DIREZIONE ARTISTICA
Vinicio Capossela

L’Omaggio a Enzo Del Re, ideato e diretto nel 2011 da Annella Andriani e Timisoara Pinto, giunge alla sua terza edizione e si avvale della direzione artistica di Vinicio Capossela, grande estimatore e interprete del cantastorie di Mola di Bari. 
Con Capossela, la serata mantiene intatto e rilancia il suo spirito “carbonaro”, a partire dal titolo scelto dal direttore artistico, “Viva DEL RE!”, in un ideale gemellaggio con quel “Viva VERDI!” di risorgimentale memoria, che segnò una svolta significativa nella musica e nella coscienza popolare italiana.
Quella di Enzo Del Re è una vicenda umana e artistica da riscoprire, per le sue canzoni e per il modo di accompagnarsi, suonando semplicemente una sedia; per l’originalità e l’autenticità del personaggio, caso unico di “musicista-corpofonista”, capace di alternare lunghi recitativi monodici, ma sempre con un accompagnamento ritmico molto sostenuto, a melodie vere e proprie. Un irriducibile autodidatta rivoluzionario che si definiva “cantaprotestautore”.
Con la forza della sua voce e delle sue canzoni, di straordinaria ironia e attualità (tanto che la sua riscoperta è dovuta in gran parte ai giovani), sapeva trasmettere un grande desiderio di giustizia e libertà.
Per non dimenticare la storia di questo grande artista, il 3 settembre 2013 nell’anfiteatro sul lungomare di Mola di Bari davanti al castello, si terrà VIVA DEL RE!, un concerto-tributo alle sue canzoni con la partecipazione di Acqua su Marte, Bunna e Cato (Africa Unite), Brunori Sas, Enzo Gragnaniello, Antonio Infantino & i Tarantolati di Tricarico, Leontino, Daniele Sepe e Moni Ovadia con un contributo in video.
Le scorse edizioni dell’omaggio a Enzo Del Re hanno visto alternarsi sul palco artisti del calibro dello stesso Vinicio Capossela, di Dario Fo, Franca Rame, Faraualla, Tetes de Bois, Teresa De Sio, Radicanto, Alessio Lega, Piero Nissim, Vito Quaranta, Sergio Staino, Terrae, Uaragniaun, Tonino Zurlo, Rudi Assuntino, Gianni Cellamare, Fabularasa, Uaragniaun, Il Soffio dell’Otre ed altri

Promotori dell’evento, la Regione Puglia in collaborazione con Puglia Sounds - PO FESR PUGLIA 2007/2013 ASSE IV - INVESTIAMO NEL VOSTRO FUTURO, la città di Mola di Bari e la libreria Culture Club Cafè di Domenico Sparno    

sabato 24 agosto 2013

Call for freedom

La musica di Eser Taşkıran nella Turchia di Erdoğan e di piazza Taksim


Eser Taşkıran


Si scrive Erdoğan, si legge Erdouan. Il Primo Ministro turco, Recep Tayyip Erdoğan, ha condannato la brutale repressione in Egitto, dicendo: “coloro che restano in silenzio davanti a questo massacro sono colpevoli tanto quanto chi lo ha compiuto. Un gravissimo atto contro un popolo che non faceva altro che manifestare pacificamente”. L’Obama dei suoi stati disuniti che, in queste ore tumultuose di lotta egiziana, offre lezioni di pacifismo e legalità, non può di certo sbandierarci il suo curriculum.
Appena tre mesi fa ha provocato l’esecuzione di cinque giovani che, in piazza Taksim a Instanbul, “non facevano altro che manifestare pacificamente”, ed ha causato il ferimento di altre mille persone. Di queste, dodici sono rimaste cieche, colpite dalle bombe lacrimogene sparate all’altezza dello sguardo. Me l’ha raccontato un musicista che a questa vicenda ha dedicato anche una canzone, “Barışa Çağrı ” (call for freedom o chiamata per la libertà).

Si chiama Eser Taşkıran (se si parla di curriculum, nel suo si contano quarantaquattro riconoscimenti artistici in ambito internazionale), ha quarant’anni, studia musica da quando ne aveva quattro, nel ‘95 ha fondato la rockband Egoist, è un produttore musicale ed è un giovane di Instanbul.

Con Eser parliamo dell’amore per l’Italia, per quel ruolo di mediazione culturale che la Penisola italiana dovrebbe avere perché connaturato alla sua storia e alla sua geografia, per quello che ha trasmesso ad Eser, studente del Liceo italiano di Instanbul che dice “Quando c’era un ponte da costruire, arrivavano gli italiani. Sono loro i migliori costruttori di ponti del mondo”. Non sarà perché in Italia abbiamo il Pontefice maximus? Ma questo ha a che vedere solo con una mia certa fissazione per l’etimologia.


Egoist

L’Italia per Eser è soprattutto musica. Perché?
“Se ho finito il liceo, lo devo ai miei insegnati italiani. In una scuola statale non ce l’avrei mai fatta, pensavo solo alla musica. In quella materia ero bravo, la mia professoressa, Elisabetta Di Stefano, ha trascorso una vita qui da noi ed era il correpetitore dell’Opera di Instanbul. Per i primi due anni ho fatto pratica intensiva di italiano, poi i miei compagni, figli degli ingegneri italiani arrivati qui all’epoca del secondo ponte sul Bosforo, hanno imparato la nostra lingua e di italiano ho conservato le amicizie e le canzoni…

Quali?
Qualche anno fa ho realizzato un progetto, le napoletane alla turca: brani interpretati da un trio di tenori e riarrangiati con gli strumenti della musica ottomana, come il darbuka, il bendir, la chitarra kanoun, il clarinetto sol, con l’accordatura pensata per le scale della musica orientale, oltre che con il mio pianoforte e l’Instanbul strings group, un ensemble di violini stile arabo.

Verso la metà degli anni Novanta, hai fondato un gruppo, gli Egoist. Canzoni Turche in chiave rock?
Il nostro ispiratore è Barış Manço, l’artista più amato in Turchia, purtroppo scomparso nel ’99. Un luminare, aveva frequentato il Liceo francese di Instanbul, e poi si era traferito in Belgio per studiare architettura. Ha ideato e realizzato programmi televisivi e dal ‘70 ha cominciato a produrre album di genere rock con temi orientali. Conosceva cinque lingue e, attraverso un sapiente uso della tv, ha dato un contributo molto forte alla crescita culturale del nostro Paese. E’ stata una personalità molto importante per tutta la Turchia e noi Egoist, con mia sorella Meltem alla voce solista, continueremo a suonare e a portare in giro la sua musica, che mescola rock alle radici e alla tradizione.

Allora Eser, a tre mesi dai fatti di piazza Taksim, il vostro premier Erdoğan sta cercando il modo di riabilitarsi?
Non ai nostri occhi. Ancora oggi piazza Taksim è presidiata dai toma, le macchine che spruzzano acqua ad alta pressione, e se tre persone passeggiano insieme nel parco, i poliziotti in tenuta antisommossa sono autorizzati a picchiarle. Erdoğan non riesce a sopportare le proteste della gente, chi si ribella è solo un terrorista. La storia è piena di errori, ma bisogna trovare il modo di chiedere scusa, altrimenti il popolo smette di credere nello Stato.

Ed Erdoğan non l’ha fatto…
No e dirò di più, con tutto quello che stava accadendo qui, decide di partire per fare un giro nei Paesi Arabi. Un tour di cinque giorni che non si poteva rimandare perché fissato da tempo. Così ci hanno detto. Nei suoi incontri si è messo a raccontare che un gruppo di pericolosi estremisti aveva portato bottiglie di alcolici nelle Moschee. Questo naturalmente ha dato ulteriore forza alla parte radicale della Turchia, un buon Primo Ministro dovrebbe avvicinare la sua gente, non metterla in guerra. Poteva dire che non aveva capito il nostro grande amore per la natura, ma no, non l’ha fatto.

Erdoğan è al governo da dodici anni, come fa ad avere un seguito così consistente?
Ha realizzato grandi cose, certamente… Non poteva diventare un dittatore senza aver fatto nulla. Ma se i numeri dicono che l’economia si è sviluppata, la realtà è ben diversa. Compriamo e vendiamo, ricompriamo e rivendiamo, ma cosa produciamo? Erdoğan è stato anche sindaco di Instanbul e ha costruito strade e opere pubbliche, ma essere lo Stato è un’altra cosa, devi aprire le braccia a tutto il Paese, non solo a coloro ai quali risulti simpatico. Sono sicuro che qualsiasi altro ministro della Comunità Europea al suo posto, dopo tante contestazioni e proteste, avrebbe detto mi dispiace devo andare, e invece sta ancora là, come se niente fosse…

Non ne sono così sicura… ma ritorniamo ai fatti di piazza Taksim e tentiamo di fare chiarezza sul bilancio delle vittime.
La protesta è partita con una ventina di ragazzi seduti a gambe incrociate nel nostro meraviglioso parco Gezi. Semplicemente c’erano delle enormi macchine che lo stavano radendo al suolo. Invece di sradicare gli alberi per ripiantarli altrove, cosa che avevano annunciato di fare, gli addetti alle operazioni stavano recidendo le piante con un taglio netto. I ragazzi sono rimasti lì a guardare, senza toccare nulla, con alcune tende per la notte. Bersaglio facile per i poliziotti che dapprima hanno pensato bene di appiccare il fuoco per bruciare il piccolo accampamento, poi hanno cominciato a picchiare i ragazzi che si erano lì riuniti. Credevamo di essere soli, ma la protesta è dilagata anche in altre città della Turchia, fino a coinvolgere diecimila persone.

In questi casi quello che ci fa sperare ancora è vedere come un movimento nato dal basso possa diventare una forza in grado di strutturarsi…
Infatti, un grande aiuto è arrivato dai Çarşı, i tifosi della nostra squadra di calcio, il Beşiktaş, gente abituata a stare con i poliziotti… Erano in ventimila. Ti racconto un episodio non secondario: il secondo giorno di violenza, questi Çarşı, che vuol dire “mercato”, sapendo che i poliziotti avrebbero indossato le maschere antigas, le hanno cosparse di colorante nero, limitando di fatto la visibilità di questi uomini armati fino ai denti. Purtroppo questo non ha impedito che uno di loro puntasse un’arma in faccia ad un ragazzo inerme. Si chiamava Ali Ismail Korkmaz ed era uno studente. Le altre persone che abbiamo perso per le percosse subite sono Ethem Sarısülük, Abdullah Cömert, Medeni Yıldım, Mehmet Ayvalıtaş.

Come a Genova…
Sì e voi cosa avete fatto al poliziotto?

Rispondi prima tu…
Qui il poliziotto lo hanno nascosto e non lo arresteranno mai. Capisci la gravità? Il poliziotto ha mirato alla testa, aveva tutta la volontà di uccidere quel ragazzo. Un altro è morto per le bastonate e un Ministro dello Stato ha detto che questo giovane era già molto malato e che non si poteva fare niente per curarlo. I dottori, tanti studenti in medicina, sono andati a soccorrere i feriti e sai cosa ha fatto lo Stato? Glielo ha impedito. Nelle macchine lancia-acqua c’era qualcosa di chimico, non era solo acqua, la nostra pelle era piena di scottature. Nei primi 6 giorni di scontri, i poliziotti hanno buttato bombe di gas pari a quelle che tutta la Comunità Europea utilizza in un anno. Erdoğan è andato alla scuola dei poliziotti turchi a stringergli la mano. “Avete scritto una leggenda”, gli ha detto. Certo, 5 morti, 1000 feriti, 12 occhi persi… è davvero una leggenda… Come possiamo credere a uno Stato del genere? Il problema grande è questo.

Nessuno ha fatto luce su questi morti?
Ma se anche gli avvocati sono stati arrestati? Gli avvocati che provavano a proteggere i giovani portati in caserma in modo illegale. La legge qui non esiste perché lo Stato può trasformarla come vuole. Sai un’altra novità in proposito? Chiunque, in ogni partita di calcio o cerimonia sportiva, verrà inquadrato da apposite telecamere a inneggiare contro lo Stato e il Primo ministro, verrà espulso e non potrà più mettere piede negli Stadi. Un’ altra nuova legge che mi ha fatto stare molto male dice che c’è un unico posto per tutti i musulmani e questo posto è la Moschea , ma noi aleviti abbiamo la nostra casa e un altro modo di pregare, si chiama Cem Evi, che vuol dire “casa di Cem”. E’ come se lo stato italiano dicesse che esiste solo la Chiesa cattolica e quella per gli ortodossi da oggi non esiste più. Lo stato deve essere alla stessa distanza da qualsiasi credenza… invece si sta formando un solo modo per pregare e per vivere.

Quando è iniziato questo processo di radicalizzazione?
Si va al voto l’anno prossimo, in Anatolia la radice dei radicali è ben salda e Erdogan è visto come un nuovo profeta. La religione ha questa forza, ecco perché il laicismo è molto importante, specie in un paese musulmano.
La Repubblica Turca è una repubblica molto giovane. Grazie al nostro grande capo Atatürk che, dopo la prima guerra mondiale, ha spazzato via le leggi religiose e ci ha fatto diventare una repubblica laica, oggi forse siamo il solo paese laico democratico fra i paesi musulmani e questo ci piace tantissimo, perché essere laico ci dà forza come uomini e come Paese. Il nostro Erdoğan , però, dopo il secondo mandato, ha cominciato a diventare un leader religioso, a dire che dovevamo fare almeno tre figli, ha messo tasse su alcolici e sigarette. L’aggettivo laico ora lo stiamo per perdere.

Eppure Erdoğan ha avuto un passato più trasgressivo, è finito persino in prigione in gioventù.

Era stato arrestato perché aveva letto una poesia in cui c’era una frase ambigua: “le moschee sono i luoghi in cui diventiamo di più”. Le moschee sono i posti in cui si va a pregare, non a fare riunioni politiche o d’altro genere. Pena prevista per l’oltraggio “in versi” alla moschea è la prigione. La poesia é di Adil Avaz.

Non c’è modo di arrivare a un compromesso storico con questi radicali?
Anche noi abbiamo fatto i nostri errori. Abbiamo ingaggiato una lotta per affrancare le donne dal copricato nelle nostre Università. Non lo sopportiamo, è per noi il nemico che vuole portare la nostra repubblica laica verso un paese musulmano. I radicali hanno usato questo punto contro di noi, dicendo: “apriremo le Università alle ragazze che credono”, capisci, si tratta di una leva importantissima…  Insomma non dovevamo odiare tanto questa “copertina”…  alla fine è solamente un vestito che ha dato una grande forza ai radicali. In quel periodo i nostri oppositori erano molto nervosi perché le loro figlie non potevano andare all’università e invece oggi ci sono bambine con le “copertine” anche alle elementari… Ora i radicali dicono che noi laici abbiamo protestato con tutta la nostra forza per tre alberi, ma quando c’era il problema del copricapo non abbiamo camminato al loro fianco.

Mi spieghi com’è fatto il copricato o, come dici tu, “copertina”?
Deve coprire la testa totalmente in modo che non si veda neanche un capello. La donna può indossare anche una parrucca, purché non si vedano i suoi veri capelli. Quello tradizionale turco dell’Anatolia, invece, non è così rigido, se si vede qualche capello non significa nulla. Questo però sai cosa comporta? Se ho un malore di domenica e di turno in ospedale c’è soltanto un medico donna, questo dottore con il copricapo non può neanche guardarmi. Non c’è giuramento di Ippocrate che tenga, può disinteressarsi totalmente, perché sono un uomo…

Salutiamoci con una nota di costume: i turisti sono venuti lo stesso in Turchia questa estate?
Un amico, un altro diplomato al mio Liceo, è il direttore di Prontotour, ditta turistica turco-italiana. Secondo le sue stime, il calo è stato del 40%.


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il video della canzone "Barışa Çağrı" di Eser Taşkıran dedicata a Piazza Taksim

giovedì 4 luglio 2013

Da qui all'Eternit... (in ricordo di Nichi Muciaccia)

(Dal libro "I diari del camioncino", a cura di Timisoara Pinto, 2007: la tappa barese del tour "Avanti Pop" dei Tetes de Bois, nata da un incontro con Nichi Muciaccia, Presidente della circoscrizione Madonnella di Bari, in prima linea nella battaglia contro la Fibronit, scomparso due notti fa...)


una fabbrica dentro la città
per troppi anni l’asbesto svolazza
e la legge sull’amianto
da pochi anni riconosce il dramma
e ancora non basta


L’amianto è fuori legge dal 1992
L’amianto è l’unica causa conosciuta di mesotelioma il tumore delle sierose addominali e polmonari (soprattutto pleure, la pleura è l’involucro che ricopre il polmone)
Non si vede ma si respira
la fibra di asbesto è 1300 volte più sottile di un capello umano
latenza patologica anche 30–40 anni
tumori da amianto in Italia 10.000
morti previsti entro il 2030 in Italia 30.000
Nel mondo 700.000
Europa 500.000
Usa 200.000
Solo per mesotelioma pleurico
ma molti altri tumori provoca l’amianto…
4 regioni non hanno ancora il registro mesoteliomi
Il giudice Guariniello ha rinviato a giudizio i dirigenti Eternit fabbrica svizzera che produceva amianto-cemento per aver nascosto la pericolosità dell’amianto.
Si parla di 1000 morti a Casale Monferrato sede italiana dell’Eternit
e in Cina e in India e nel Terzo mondo?

Sabbia sotto il camion, sabbia sopra il camion. Una spiaggia sottosopra: crollata la persiana arrugginita di Punta Perotti, arriva Avanti Pop. Non un filo di vento a ridisegnare quella sabbia sul lungomare di Bari, solo le ruote del 615 a sollevare il polverone, mentre la danza delle mani di Licio Esposito su quella sabbia genera vortici di speranza. Difficile estirparla con un linguaggio diverso da quello dell’arte. Tutto procede a rilento. La tappa più calda del tour, la più balneare, se questo termine non evocasse scenari di benessere e serrande abbassate per ferie. La desolazione è la stessa, ma per il lavoro.
Qui il lavoro ha generato mostri, anzi ecomostri, inquietudine e nodi alla gola. In un angolo del lungomare, a pochi metri dall’enorme prato che fino a non molto tempo fa svaniva e non fiatava sotto il peso di 70.000 metri cubi di cemento dall’aria spettrale e abusiva, il colpo d’occhio intercetta un’altra sagoma. Altrettanto strana, anche un pò arrugginita, ma in scala ridotta, quantomeno. Chi l’ha mai visto un palco così?
E’ a Bari che Avanti Pop incontra lo scoglio della relazione tecnica di staticità del camion-palco, dell’individuazione e della concessione del suolo pubblico, come se quel suolo fosse sacro e inviolabile. Ma non mi pare si possa dire di quella situazione o di chi negli anni ha permesso che quel suolo fosse contaminato da una fabbrica grande quanto un intero quartiere al centro di Bari e da un casermone alto 13 piani, arenato come una nave da crociera e poi, finalmente come qualcuno ha voluto, si è inabissata per sempre. 24 aprile 2006, altra liberazione: uno scoppio per implosione e la “saracinesca Perotti”, come è stata definita, è crollata in 5 secondi. Tanta polvere, altra polvere e qualche ragazzo raccoglie pezzi di cemento per cimelio e si fa fotografare, come a Berlino. Insomma, niente più scenografie ingombranti, in fondo al lungomare solo il camioncino.

Alla Fibronit, dentro ai cancelli, la tappa non si poteva fare. A 22 anni dalla chiusura, sulle pareti esterne di quella fabbrica fatiscente c’è ancora il cartello: “attenzione zona inquinata, vietato l’accesso”. La serata è dedicata a quanti si sono ammalati e hanno perso la vita andando a lavorare tutte le mattine al 13 di via Caldarola, una metonimia, un indirizzo mimetico e indelebile come via Veneto per la Dolce Vita. Ma purtroppo, che differenza... Silenzio, aria cupa e amarezza, se non fosse che in questa città c’è sempre un sole desertico. Certo, nessuno ha mai pensato di impiantare un albero, invece di un piano regolatore fuori dalla grazia di Dio.
Di fronte (il tempo e la distanza di sette strisce pedonali), il bianco di palazzine altissime, tutte cemento e coibentazione, bianche come lenzuola stese dove le macchie resistono anche alle alte temperature.
Basta affacciarsi, e i fortunati si trovano esattamente a una boccata di fibre dalla fabbrica. A pochi metri dalla loro vita c’è una discarica sotterranea di amianto, circondata da un esile cordone fatto di segnali di pericolo e da una altrettanto aleatoria promessa di riscatto. Si chiamava Fibronit e per cinquant’anni ha prodotto elementi per l'edilizia in amianto, in particolare il famigerato Eternit. Un nome, una garanzia…

E’ l'austriaco Ludwig Hatschek che nel 1901 brevetta il cemento-amianto e lo battezza Eternit. Che trovata. Anche amianto – ironia della sorte –  viene dal greco amiantos, che vuol dire “senza macchia” e asbesto altra parola greca che sta per indistruttibile, inestinguibile. Come liberarsene?
Su quel suolo (circa 100.000 mq, 39.000 dei quali sono coperti da edifici industriali e magazzini) dovrebbe sorgere il Parco della Rinascita, voluto dall’Associazione Esposti all’Amianto (AEA) e dagli amministratori più avveduti.
La ex-fabbrica, che ha smesso di produrre Eternit nel 1985, è inserita nell’elenco dei siti inquinati di interesse nazionale contaminati da presenza di amianto ed è inclusa nel programma nazionale di bonifica e ripristino ambientale (Decreto Ministeriale Ambiente e Tutela Territorio 18/9/2001 n. 468). Lavori di “tutela della salute pubblica” già cominciati con una serie di interventi di bonifica. La ditta incaricata ha, ad esempio, provveduto a verniciare di blu i tetti dei capannoni, in modo da evitare che le fibre d’amianto possano continuare a disperdersi nell’aria. E’ stata fatta una messa in sicurezza provvisoria delle aree esterne dove, in alcuni punti, affioravano le tonnellate di amianto depositate nel sottosuolo. Lavori preliminari alla messa in sicurezza definitiva con la tombatura dell’area e la realizzazione del parco pubblico. «Prima di allora – dice Gianluigi Cesari della AEA - ogni volta che tirava vento ti dovevi fare solo il segno della croce.»
E quelli che sono morti? Sono i circa 330 tra operai e popolazione residente che hanno quotidianamente respirato Eternit.
E quelli che sono vivi? Sono 80.000, abitano nei quartieri situati a ridosso della fabbrica e sono a rischio.

Basta pensare a quello che era lo scenario prima dell’inizio dei lavori. I suoli della fabbrica contengono tuttora, sia pur “messi in sicurezza” – qualcosa come 70.000 metri cubi di materiali e scorie in fibrocemento contenenti amianto in pessimo stato di conservazione, rifiuti delle lavorazioni industriali ammassati a strati, oltre a grandi quantità di oli esausti altamente pericolosi per l’ambiente e le falde. Un altro mostro Perotti sotterrato a tre-cinque metri di profondità. In più ci sono cinquemila metri quadrati di tetti in amianto (le classiche onduline della veranda sul balcone o del capanno degli attrezzi in campagna ) polveri di lavorazione sotto i capannoni ed altri residui di materiali.
Primi mesi del 2008: nuove elezioni e il parco non è ancora rinato.
E intanto c’è ancora chi sostiene che le concentrazioni di amianto nell’area siano al di sotto dei limiti di legge…

Ad attendere la carovana di Avanti Pop all’arrivo c’è il presidente della circoscrizione Nichi Muciaccia. Nome pugliese che è come un biglietto da visita. Mai come la madre, Idea Nazionale Pepe, vedova Muciaccia, 93 anni che pure abbiamo incontrato. Idea Nazionale è il nome, Pepe di cognome e di fatto. Si vanta di essere discendente del generale Pepe, grande trascinatore di folle. Nichi somiglia a Giorgio Conte ed è pure avvocato, proprio come il cantautore di Asti. C’era anche don Angelo, grazie a lui sono arrivate le sedie. Quelle della parrocchia. Poi ha confessato di avere il cd dei Têtes, Ferré, l’amore e la rivolta.
Cantore di rivolta, l’ospite a sorpresa, il cantautore di Mola di Bari, Enzo Del Re. Un blitz dell’ultimo minuto per un artista anarchico e imprevedibile, musicista oggettista e corpofonista. Sono andata a trovarlo più volte per intervistarlo, così quella sera sono salita in macchina, 20 km all’andata, 20 al ritorno, e con Nicola Morisco e Daniele Trevisi, agitatori culturali della zona siamo andati a prenderlo a casa. Alla fine dello spettacolo la band lo ha salutato e lo ha invitato sul camioncino. Era la prima volta che andava ad un concerto che non fosse il suo. Un’altra volta vi spiegherò il perché. Chiedergli di cantare forse è troppo, pensai, ma avevo già rimediato una sedia di legno. La usa per suonare, la sedia è il suo strumento. Ero felice. Del Re ha intonato con la sua straordinaria voce Lavorare con lentezza, il suo “hit”, il lavoro come nocività, e a cena ha ordinato polpo, tanto per cambiare...

Lavorare con lentezza senza fare alcuno sforzo
chi è veloce si fa male e finisce in ospedale
in ospedale non c'è posto e si può morire presto

Lavorare con lentezza senza fare alcuno sforzo
la salute non ha prezzo, quindi rallentare il ritmo
pausa pausa ritmo lento, pausa pausa ritmo lento

sempre fuori dal motore, vivere a rallentatore

Lavorare con lentezza senza fare alcuno sforzo
ti saluto ti saluto, ti saluto a pugno chiuso
nel mio pugno c'è la lotta contro la nocività

Lavorare con lentezza senza fare alcuno sforzo

Lavorare con lentezza
Lavorare con lentezza
Lavorare con lentezza
Lavorare con lentezza
Lavorare con lentezza

I lavori massacranti esistono perché i pesi e i compiti non sono egualmente distribuiti
adoro il lavoro ma detesto la fatica
la fatica è quel dolore fisico che si oppone alla continuazione del lavoro
perciò io… tenghe ‘na voglia ‘na voglia ‘e fa nient
comme o sole dinte a cape m’è trasuta a penzate
e s’incontre p’a via chi ha inventate a fatica
 io ti giuro l’accite pecché
tenghe ‘na voglia ‘na voglia ‘e fa niente
Si a fatica era bona ma consigliava o dottore
si a fatica era bona non pregavano i preti:
«benedizione alla fatica e a chi la vuole»
tenghe ‘na voglia ‘na voglia ‘e fa niente
Chi m’ha mise in catena
passe a vita in vacanza
io fatiche e fatiche
e passo pure da stronzo
vaffanculo alla fatica e a chi la vuole
tenghe ‘na voglia ‘na voglia ‘e fa niente
A fatica è onore
ma s’io ma scanzo meglio angore
beato a chi cun me sa riesce a scanzà
tenghe ‘na voglia ‘na voglia ‘e fa niente

Enzo Del Re


Contro gli orrori prodotti dalla fabbrica che ha infettato i lavoratori, i ruoli dell’aedo e dell’Io c’ero sono affidati rispettivamente agli attori Moni Ovadia e Danilo Nigrelli. Tra canzoni e filmati di denuncia sull’amianto, anche la testimonianza radiofonica di Guido Vanni, l’ultimo superstite di una famiglia sterminata dalle polveri incriminate. E’ nato ed è cresciuto con i genitori e tre sorelle in un appartamento all’interno della Fibronit. Era l’inizio degli anni Cinquanta, gli operai si spostavano dal sud alle fabbriche del nord, la famiglia Vanni in controtendenza il lavoro lo trova in Puglia… senza immaginare a quale destino sarebbe andata incontro.
A Bari come alla Breda di Sesto San Giovanni gli operai ci sono, testimoni di una lotta strenua al diritto e al rispetto. Di amianto sono morte le donne che lavavano le tute dei loro mariti operai. Di amianto “malattia operaia” qui a Bari è morto un musicista che andava a piedi al Conservatorio, passando ogni giorno da via Caldarola.