sabato 31 ottobre 2020

Le lezioni di Roberto Vecchioni: “Sono sempre stato, con gioia, comunista”

“Dobbiamo avere il coraggio di fermarci, la vita umana è più importante, ma presto ritorneremo a volare”, verbo tanto presente nelle canzoni del professor Vecchioni ed ora anche nel suo nuovo libro, “Lezioni di volo e di atterraggio. Le lezioni che tutti avremmo voluto ascoltare a scuola e nella vita”, scritto durante il lockdown.

“Lezioni di volo e di atterraggio” è un libro epico che parla di miti, di eroi, del significato delle parole e del rapporto con gli studenti. Per caso le manca la scuola, professore?

Mi manca proprio il Liceo, perché era un crescere insieme, un costruirsi tutte le possibilità di fantasia e di sogno, anche logiche, che propone la cultura.

Il mondo della cultura protesta per la chiusura di cinema e teatri, qual è la sua posizione?

Sono d’accordo, ma chi non è artista, non sa che cosa soffra un artista quando non può salire su un palco, è come togliere le ali a una farfalla. Però, purtroppo, qualcosa bisogna fare, non possiamo assolutamente rischiare. Io lo so che protestano i ristoratori, protestano gli artisti, protestano ‘perché quelli là sì e noi no’, protestano tutti, ma la vita umana è più importante di tutto. Torneremo lentamente sui palchi, solo che, al momento, dobbiamo avere il coraggio di starne fuori, per il bene del paese, dobbiamo saper fare questo sacrificio. 

Resta, però, l’equivoco sull’espressione “attività superflue” che ha innescato una serie di reazioni, a partire dalla lettera di Riccardo Muti a Giuseppe Conte

Non l’ho letta, ma è chiaro che la cosa più importante è che noi abbiamo una dignità e vorremmo sentirci dire che tutto questo accade non per toglierci la dignità, ma semplicemente perché non è possibile fare altrimenti. La dignità dell’artista non va assolutamente scalfita.

Nel libro sono narrati tanti aneddoti della sua vita da professore di Liceo, missione che ha svolto per oltre trent’anni, ad esempio ha portato la didattica fuori dalle aule, all’aperto, e non per motivi di pandemia. Perché le chiama “Giornate di follia”?


Si immagina lei, nell’87, portare fuori i ragazzi a fare lezione? E poi, ci invidiavano tutte le classi. Uscivamo una volta ogni dieci giorni, la scuola è fatta anche di sacrificio e di programmi, non vorrei che gli altri insegnanti dicessero: “Ah lui se lo poteva permettere!” Il bello è che ognuno parlava liberamente, un discorso continuo in cui entravamo tutti, per scoprire cosa l’uomo aveva costruito nella cultura scientifica e umanistica. Era una classe di ragazzi bravissimi, che io nel libro ho descritto come pittori perché dipingevano se stessi, una classe di ragazzi che ci stavano al gioco, come quando li ho costretti a studiare il Vangelo o a ripensare Ulisse come un drogato. E’ bello uscire dallo schema, trovare altre soluzioni, anche impossibili, perché l’uomo è un’avventura planetaria, non si può assolutamente costringerlo nelle pagine di un libro.

E’ un libro autobiografico o una lectio magistralis?

Non saprei, è comunque un romanzo, un romanzo di saggi, nel senso di lezioni, ecco, è un romanzo di lezioni, un genere nuovo. C’è una storia dentro, quella tra me e il professor Bataille, una storia a specchio, io che incontro me stesso vecchio, quando la concezione dell’amore cambia completamente. E poi c’è la storia dei ragazzi.

Con qualcuno di loro è rimasto in contatto?

Sì, molti mi hanno scritto via mail, attendono freneticamente questa uscita per sapere cosa dico di loro. Mi stupisco, piuttosto, di non averle scritte prima le mie lezioni. Come mai mi è venuto in mente solo adesso? Sarà stato il blocco che abbiamo avuto a marzo, dovendo stare in casa, mi son detto che era la volta buona per ricordare quello che insegnavo"

Nostalgia?

Tanta nostalgia, insegnare è stata per me la cosa più bella del mondo, anche più di andare su un palco a cantare. E’ un rapporto infinitesimale di amicizia e passione, ma anche di autorità, che non dimenticherò mai. Sono cresciuto tanto, da pischello, come dicono a Roma, sono diventato una persona abbastanza sicura di sé e di quello che dice. Noi conosciamo i ragazzi molto di più dei loro genitori, i ragazzi a scuola sono indifesi, li vediamo proprio nella loro anima. Io sapevo tutto, sentivo quando non ce la facevano, non li interrogavo quando capivo che avevano un problema. Non parlo dei superbi, quelli con me avevano vita breve, li conciavo sempre malissimo. Il Liceo è un universo, è come essere in una bolla, in cui vedi i riflessi dell’esterno, e tu dentro, guardando le cose, indaghi te stesso, questo facevamo.


“Poesia e canto sono due forme di un identico pathos”. In un capitolo, descrive la sua amicizia con Alda Merini e ci regala una sua poesia inedita, chiosando: “Dovrebbero tradurla a Bob Dylan”.

Dylan dovrebbe leggere tutta la Merini, non solo quella poesia, per capire come si può scrivere con poche parole, la Merini non ha un vocabolario esteso, però è un vocabolario di grandissimo pathos, le parole le sa mettere.  Lei scriveva al volo, non correggeva mai, l’ho vista scrivere sulle porte delle case, sulla carta igienica, dettava perché non voleva nemmeno fare la fatica di scrivere.

Per spiegare il mito, si va da Fabrizio De Andrè, quasi un rito di iniziazione per molti di noi negli anni del Liceo, alla squadra del cuore, nel suo caso l’Inter, con Mario Corso, l’inventore della “foglia morta”, scomparso recentemente. Chi è per lei il Mario Corso della canzone d’autore?

Come genialità probabilmente Rino Gaetano, forse il più bizzarro, il più estroverso e nuovo cantautore, ma non c’è solo lui, ce ne sono anche altri che hanno queste caratteristiche. Il guizzo, quello che fa cose che nessuno sa fare, ecco quello è il Mario Corso. De André è stato bravo sempre, non lo associo a Mario Corso, De Andrè è come Ronaldo, Mario Corso aveva quel colpo di genio che stupiva. Anche Jannacci era un Mario Corso.

Lo sa che il preferito di Rino Gaetano era Enzo Janancci?

Ecco, senza saperlo ho beccato i due che si somigliano, in fin dei conti.

Recentemente il premier Conte, alla commemorazione per Willy Monteiro Duarte, ha detto: “Bisogna scardinare la violenza con lo studio, la conoscenza, il coraggio”. Cosa ne pensa del dilagare del linguaggio dell’odio e dei commenti brutali che infestano i social?

Il mondo è condannato alla complicazione, non alla semplificazione, per cui si annoda tutto e i nodi non si riescono più a sciogliere. E’ un’escalation a gradi di incompetenza, tutti quanti pensano che la democrazia sia aprire la bocca e invece la democrazia è pensare a quello che esce dalla bocca, è una cosa molto diversa. Ci siamo ormai abituati a considerare soltanto e quasi sempre il nostro punto di vista e mai quello degli altri, senza quella grande capacità di afflato comune che, come dice bene Conte, dovrebbe continuare ad esistere. 

In un passaggio del libro, scrive: “Non avevo troppa voglia di politica, se n’era appena andato un uomo che, quello sì, era un mito e mi aveva lasciato un buco nel cuore, grande come una voragine”

Lei lo avrà capito, è Enrico Berlinguer e stava facendo un miracolo. Il libro non parla di politica, anche perché sono stufo, ogni giorno ci sono solo trasmissioni politiche e altre venti sul covid, e poi le mie idee politiche le conoscono tutti. Berlinguer è un grande uomo per la semplicità con cui si esprimeva e perché ha tentato di mettere insieme due anime dell’Italia, erano tempi in cui l’intellettuale e l’operaio potevano capirsi, poi si sono separati e si è rotta tutta la sinistra.

Ha appena detto "le mie idee politiche le conoscono tutti”...

Certo, direi.

Ricorderà che recentemente il suo collega e amico, Francesco Guccini, ha dichiarato: “non sono mai stato comunista”, riferendosi alla sua vocazione libertaria, socialista e anarcoide

Io l'ho sempre saputo che Guccini non è mai stato comunista.

E lei, Vecchioni, può dire lo stesso di Guccini?

Certo che no, io sono stato comunista. Lo sono stato per tanti anni, lo sono stato soprattutto, con gioia, quando Berlinguer si è staccato dai russi, ero pienamente convinto. Poi, sa, ci sono anche utopie giovanili a questo mondo, rimango fortemente attaccato al mio pensiero “debole”, che l’uomo è grande, che bisogna aiutarlo, e che tutti abbiamo gli stessi diritti. Sono ovviamente una persona di sinistra, ma avendo ormai passato i settant’anni, non potrei più pensare al mondo come al materialismo meccanicistico di Marx, non ci penso più a quelle cose lì, però so che c’è uno spirito di umanità che gira per il mondo e ci fa uguali e i miei sogni ce li ho sempre, anche se, come le ho detto prima, andiamo verso la confusione, non verso la semplificazione.

Timisoara Pinto

con Roberto Vecchioni nel 2013





venerdì 2 ottobre 2020

“Atom Heart Mother”, la mucca più famosa del rock


Compie 50 anni la mucca più famosa del rock, “Atom Heart Mother”, il quinto album in studio dei Pink Floyd, pubblicato il 2 ottobre 1970, il disco della svolta, del passaggio dal periodo psichedelico ai fasti dei kolossal rock della band.

Atom Heart Mother è uno dei primi dischi della storia del rock a non riportare il nome della band in copertina, senza le foto e le scritte deformate a cui ci aveva abituato la grande grafica degli anni Sessanta.

La band voleva distaccarsi dall’immaginario psichedelico e per questo chiese un’immagine semplice. Fu così che arrivò lo scatto della mucca frisona, citata e omaggiata, tra gli altri, da un album postumo di Frank Zappa, da Aerosmith, Elio e le Storie Tese, Blink 182. 

Atomo, cuore, madre: madre dal cuore atomico. Per il titolo, Roger Waters prese spunto da un articolo di giornale che parlava di una donna in gravidanza a cui era stato impiantato un pace-maker atomico.

I Pink Floyd non hanno mai amato particolarmente questo album al punto che David Gilmour l’ha definito 
spazzatura sperimentale, un raffazzonato tentativo di raschiare il fondo del barile, ma “Atom Heart mother” è ancora oggi, tra i più apprezzati dai fan della band, nonché il primo del gruppo a raggiungere il numero uno della classifica inglese.

Dissonante e intimo, rumori domestici e aperture ariose, con una potenza sonora e orchestrale dovuta all’opera di mixaggio di Alan Parsons e Peter Brown, e agli arrangiamenti di Ron Geesin, compositore d’avanguardia, che per questo disco fu giustamente definito il quinto Pink Floyd. Un film per le orecchie, tanto che Stanley Kubrick chiese ai Pink Floyd di poter spezzettare la suite di circa 23 minuti che dà il titolo all’album in vari momenti di “Arancia Meccanica”. Non se ne fece nulla, ma Kubrick riuscì comunque a inserire il disco nel film, facendo apparire la copertina nella scena ambientata in un negozio di dischi.

Storm Thorgerson, autore della copertina, lo stesso ‘cover designer’ di “The dark side of the moon”, dichiarò: “Penso che la mucca rappresenti il loro umorismo, un aspetto poco conosciuto o sottovalutato dei Pink Floyd”, senza sapere che molti anni prima, nel 1963, una mucca pezzata era già stata utilizzata come foto di copertina da uno dei nostri cantautori più amati e, guarda caso, più ironici, Sergio Endrigo.








mercoledì 23 settembre 2020

Juliette Gréco, la musa che si abbronzava alla luna…

“Ero una ragazza nera e bianca con i capelli lunghi. Mi interessava molto la cultura e i fotografi si interessavano molto a me”. Con queste parole, in un’intervista radiofonica di quarant’anni fa, la “rosa delle tenebre” (per Jean Cocteau), il “piccolo cucciolo da cabaret” (per Charles Trenet) o musa dell’esistenzialismo (per sempre e per tutti), svelava qualcosa di sé. Misteriosa come la Sfinge, con gli occhi grandi e truccati di nero come una dea egizia, la pallida Gréco, che secondo Pablo Picasso “si abbronzava alla luna”, indossa ancora i suoi lunghi abiti neri, ieri Chanel, oggi Sonia Rykiel. Il 7 febbraio Juliette Gréco compirà 78 anni e, prima del concerto del 16 gennaio all’Auditorium, è attesa domani a Catanzaro il 14 e a Catania il 15. La sua voce fascinosa e per nulla usurata dal tempo posa al telefono, dalla sua casa in campagna a 80 km a nord di Parigi.

 

Contenta di tornare in Italia, madame Gréco? 

"Incantata. L’Italia è la mia seconda patria. Amo la sua bellezza, l’anima, la gente, la musica, la pittura, la scultura, il mare. E’ un paese che adoro”.


E’ vero che farà un disco con Paolo Conte? 

“E’ quasi sicuro. Mi piace molto anche Zucchero, ma non conosco altri musicisti italiani, purtroppo”. 

 
Al suo arrivo troverà una sorpresa: il divieto di fumare. 

“Lo so bene, la notizia è arrivata anche qui. La trovo una decisione piuttosto violenta. E poi è assurdo e incoerente che da una parte si faccia una legge del genere e dall’altra le strade siano piene di distributori a disposizione dei ragazzini. D’altronde è come in Francia, ma io ho smesso di fumare da molto tempo”.  


Ha mai amato uomini italiani?  

“No, nella mia vita molto agitata, questo non è capitato e lo rimpiango”. 
 


Ha mai parlato dei suoi affetti nelle canzoni?

“Ho scritto un brano per un figlio che non ho mai avuto. Ho una figlia che mi gratifica pienamente, ma questo bambino della canzone non l’avrò mai. Allora amavo un uomo con il quale non potevo avere bambini”. 


Molti artisti hanno scritto per lei; ora chi sceglierebbe? 

“L’uomo con cui sto: Gerard Jouannest, pianista e compositore di Jacques Brel”. 


E qual è stato l’uomo più importante della sua vita? 

“Quello che ho amato quando avevo 19 anni e che è morto giovanissimo. Dunque ero “vedova” a 19 anni”.


Lei ha sempre preso una posizione in politica. Ci sono canzoni che fanno altrettanto, come “Il disertore” di Boris Vian. Lei che ne pensa? 

“Non l’ho mai cantata, perché è una canzone adatta a un uomo. Ma penso sia perfetta per descrivere la situazione attuale e, finché esisteranno degli eserciti, lo sarà sempre”. 


Cosa pensa della posizione della Francia rispetto alla guerra in Iraq? 

“Penso abbia avuto ragione a dire no. Un gesto coraggioso e molto bello”. 


E della posizione italiana?  

“Non mi riguarda”. 

 
Avrà sicuramente un’opinione...

“Si, ma è negativa”. 

 
Ha riflettuto sulla tragedia che ha colpito l’Asia? 

“Spaventoso. Si ha un bel dire che Dio è buono, ma per il momento non ci tratta molto bene. Questa sciagura ci riporta alla nostra dimensione che è molto piccola. Ci dovrebbe richiamare all’umiltà, alla solidarietà e ricordare che c’è della gente che abusa della debolezza dei bambini per rapirli e venderli. Ancora più abominevole pensare che approfittino di momenti come questo per intensificare i loro traffici”.  


Cosa può fare un artista? 

“Detesto quelli che appoggiano le grandi cause per sostenere la propria. Io avrei l’impressione di servirmi del sangue degli altri. Si può essere utili al prossimo senza apparire. Per lanciare un messaggio a volte basta cantare”. 

 

Timisoara Pinto (intervista gennaio 2005)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

venerdì 7 febbraio 2020

Storie di deportati italiani nei lager nazisti: il pittore Aldo Carpi (padre di Fiorenzo Carpi)


Un dipinto di Aldo Carpi 
“Queste cose le ho vissute e le ho scritte, ma quello che ho vissuto è molto diverso da quello che ho scritto”
Aldo Carpi, pittore e scultore, papà del grande e geniale compositore Fiorenzo Carpi e di altri cinque figli, fu deportato a Mauthausen e poi a Gusen.
Riuscì a salvarsi perché i nazisti gli chiedevano i ritratti per le loro fidanzate, dipingeva per loro anche i paesaggi che da lì, naturalmente, non poteva vedere.

A Gusen riuscì a scrivere delle brevi lettere in cui immaginava di rivolgersi a sua moglie Maria. Queste pagine sono arrivate a teatro grazie allo spettacolo della nipote, Martina Carpi, figlia del primogenito Fiorenzo.

Aldo Carpi, pensate, era nato a Milano nel 1886 e a 12 anni è già testimone della storia, dei moti operai del 1898, degli arresti e delle repressioni di Bava Beccaris.

"I fascisti sono venuti a prendermi perché avevo aiutato un'allieva ebrea agli esami di Brera, l'avevo aiutata come qualsiasi altro allievo che ne avesse avuto bisogno, solo che mi aveva fatto orrore vedere quella povera ragazza messa da parte come una bestia velenosa, mentre dei miei colleghi prendevano sul serio quelle cose ed è stato uno di loro a denunciare il fatto."

In quelle infime condizioni, Aldo Carpi riuscì sempre a mantenersi uomo, di quella tragica esperienza ricorda lo sforzo di mantenere la calma, la speranza, lo sguardo sempre alto e lontano, ma tornato a casa e nominato direttore di Brera per acclamazione, non volle mai più rileggere il suo diario. “Mi venivano in mente le canzoni, gli echi e gli accenti di Vivaldi e di Bach” racconterà anni dopo.

Tutta la sua famiglia riuscì a scappare in Svizzera, tranne Paolo, il penultimo figlio, deportato e ucciso a Gross-Rosen a pochi giorni dalla liberazione, appena i nazisti capirono che mancava poco all'arrivo delle armate sovietiche.
Tutto questo lo so perché ieri sera ho ascoltato il racconto di Martina Carpi che ha voluto portare a teatro questa storia di famiglia, questa storia che riguarda tutti noi.


Aldo Carpi con la nipote Martina




lunedì 30 dicembre 2019

La Potenza - Taranto in bicicletta sulle orme di Alfonsina



Serata a Matera in una “casa ospitante”, una delle 12 abitazioni che hanno accolto ieri i concerti organizzati da Gigi Esposito e dall'Ente Parco della Murgia Materana.

È Palazzo Bernardini, nato nel 1448 dalle macerie di una delle otto torri a difesa della città. Un concerto all’ingresso, un altro al piano nobile. Grandi saloni, lampadari, alti soffitti decorati.

Il mio occhio cade su un volume rilegato poggiato in un angolo. Sulla costina la scritta “1924, giugno”.

“Matteotti!” penso subito, “Il Giro d’Italia”, subito dopo.

Il Giro di Alfonsina Strada, l’unica donna ad aver corso insieme agli uomini, una storia a me molto familiare tanto da far nascere una canzone.

Comincio a sfogliare, non è L’Unità, il quotidiano fondato da Antonio Gramsci proprio in quell’anno, ma, ovviamente il foglio del territorio, La Gazzetta di Puglia: molti resoconti parlamentari, brevi dall’estero, pubblicità, fidanzamenti, delitti, annunci vari, ma di Matera rarissime notizie.


Potenza “non pervenuta”, come la televisione ci ha abituato, negli anni a venire, all’ora del meteo.

Allora cerco notizie di Alfonsina, vado alla pagina sportiva che inaspettatamente apre con la scherma e i tornei pugliesi di Mangiarotti, Grinda, Violante, poi dal Giro nessun dettaglio particolare.


Alla pagina del 20 maggio finalmente un articolo sulla Corsa, e che articolo, Potenza è nel titolo. È la cronaca di una tappa, ma certo, se c’è una tappa a cui queste quattro pagine quotidiane locali possono dare spazio, è quella pugliese, anzi, quella appulo-lucana.

È la quinta tappa, la Potenza-Taranto: Alfonsina Strada è staccata di quattro ore circa dal primo, arriva ultima in 12 ore e 50 minuti. Lei che per partecipare si registra come Alfonsin Strada, ma già all’arrivo di questa tappa, è la più acclamata.

Sono trascorsi quasi cent’anni e con l’ultimo assolo in lontananza di Ettore Fioravanti alla batteria, io cerco di immaginare il percorso, attraverso paesi come Vaglio e Tricarico, di una Basilicata in bicicletta ai tempi di Alfonsina.













venerdì 8 novembre 2019

Berlino, da Muro a Murales con Kiddy Citny


Da muro a murales, gigantesca tela a cielo aperto, galleria d’arte contemporanea e temporanea, il Muro ha rappresentato anche la prima forma di Street-art a Berlino.
Kiddy Citny è stato il primo, nel 1984, con Thierry Noir e Christophe Bouchet, a sfidare il muro con la pittura, il 19 e 20 novembre l’artista berlinese sarà in Italia per dipingere con Jakob de Chirico un muro allestito all’interno del Museo Macro di Roma.

Kiddy Citny, com’è è nata l’idea di dipingere il muro? Immagino sia stato un momento pieno di emozioni contrastanti.

Ho iniziato a dipingere sul muro di Berlino per rinchiuderlo nell’arte, per mostrarne l‘assurdità.
L’arte come forma più alta di comunicazione ha il compito di raggiungere il maggior numero possibile di persone, il muro di Berlino, il lato ovest del muro, era perfettamente adatto a questo, e così è diventato il mio primo atelier.
Con Thierry Noir e Christophe Bouchet abbiamo dipinto un centinaio di metri di un mondo colorato, vivace e libero.

Era un atelier molto freddo...
Il muro costruito nel 1961 era freddo, disumano, un muro di morte, un relitto della Guerra Fredda, del comunismo contro il capitalismo, Berlino una città artificiale

Le persone, i passanti, come hanno reagito?
Siamo stati i primi che hanno dipinto arte e immagini sul muro, le persone erano divise a metà: una parte  diceva meraviglioso, fico, gli altri dicevano non potete dipingere sul muro. Nel 1986, Wim Wenders ha scoperto i nostri dipinti e ha girato molte scene del suo film “Il cielo sopra Berlino”


Così improvvisamente guardando Berlino dall’alto si poteva vedere un lato del muro, brillante e artistico, e un lato grigio, the dark side of the wall, un lato oscuro. Puoi descriverci quel lato, la vita, le sensazioni a Berlino Est?
Raramente sono andato a Berlino Est, era grigio, deprimente, un odore di fosforo e carbone sulle labbra, le persone non erano libere, era triste

Tu sei anche un musicista. Ci sono molte canzoni dedicate al muro, qual è la tua preferita, quella che descrive meglio quegli anni?
Siamo stati giovani socializzati dal punk rock, la nostra libertà era di vivere nel presente, tutto era per noi, tutto era per gli altri, era una questione di libertà.
In quel momento avevo il mio gruppo musicale “Sprung aus den wolken” (Il salto dalle nuvole), i nostri testi dicevano “Siamo giovani e non possiamo aspettare” li abbiamo dipinti come immagini sul muro.
Abito dal 1975 a Berlino ovest e ho conosciuto musicisti come Iggy Pop, David Bowie e Nina Hagen, erano persone normali come me e te.
Tutti i creativi si sentivano a loro agio a Berlino perché c’era una libertà che non esisteva da nessuna altra parte in Europa
I Sex Pistols avevano una canzone “Holidays in the sun”, una frase è “Ora ho una ragione per aspettare: è il Muro di Berlino”,

Hai cominciato dipingendo volti a forma di cuore e personaggi con la corona che sono diventati tratti distintivi della tua arte, il tuo modo per dire che ognuno dev’essere re o regina della terra che ha scelto di abitare. Dopo quello di Berlino, hai dipinto altri muri?

Preferisco ancora dipingere sui muri, tanto spazio, la dimensione è fantastica e l’arte all’aperto diventa pubblica.
E’ il mio un messaggio a tutti i presidenti di questo mondo che vogliono costruire muri, per tenere imprigionata la loro gente: rompete i muri perché solo una vita senza muri è una vita libera.

Timisoara Pinto

Intervista con Kiddy Citny - Radio1 in viva voce


giovedì 17 ottobre 2019

Il tallone di Achille (Ogni riferimento a Lauro è puramente casuale)

foto di Roberto Coggiola

Sui social impazza il dibattito sul Premio Tenco, molte vicende evocate da pungenti botta e risposta su facebook riguardano strettamente soci ed ex soci, lascerei a loro il confronto sulle dinamiche interne del Club, per concentrare, invece, l'attenzione sul concetto stesso di canzone d’autore, riflessione che la famiglia Tenco, con il comunicato chiamiamolo “della discordia”, indirettamente ci spinge a fare.


Cos’è il Club Tenco lo riporta direttamente il sito internet della rassegna: “Il Club è stato fondato a Sanremo nel 1972 da un gruppo di appassionati per promuovere e sostenere la cosiddetta “canzone d’autore“, ossia la canzone di qualità. Lo scopo del Club è quello di riunire tutti coloro che, raccogliendo il messaggio di Luigi Tenco, si propongono di valorizzare la canzone d’autore, ricercando anche nella musica leggera dignità artistica e poetico realismo. Il Club opera senza scopo di lucro, in assoluta e riconosciuta autonomia dall’industria musicale”.

Sintetizzando e andando al punto di questa riflessione, la famiglia Tenco sostiene che alcune scelte della direzione artistica rappresentino “uno snaturamento inconcepibile, in contrasto con le ragioni per le quali il Premio Tenco fu istituito” e avverte che “la partecipazione di alcuni ospiti che non conoscono il mondo dei cantautori, specialmente qualora venissero incaricati di interpretare la sigla di apertura della rassegna, potrebbe apparire come una forma di pubblicità per costoro e far perdere la storica funzione di riconoscimento culturale per coloro che invece creano canzoni di spessore".

L’ospite a cui quest’anno verrà affidato l’onore di interpretare “Lontano, lontano”, sigla di apertura della rassegna, si sa, è Achille Lauro. In effetti, non c’è nel Tenco un criterio o un regolamento in base al quale si possa scegliere l’interprete della sigla, ad esempio essere stato vincitore di Targa o aver realizzato un disco con il migliore arrangiamento, o vincitore di altro premio nell’ambito della canzone d’autore, così per lanciare delle ipotesi. Niente di tutto questo, fino a poco tempo fa la sigla era la vera sorpresa dell’edizione: l’interprete veniva svelato solo quando si alzava il sipario.

Per quanto gli stessi eredi Tenco abbiano cercato di riportare la discussione su altri aspetti, dispiace un giudizio così duro e netto da parte loro nei confronti di un cantante.

Senza fare paragoni, prendiamo un caso illustre, che resiste alle mode e agli anni: Rino Gaetano, semplicemente uno che al Tenco non è mai stato invitato. Il suo stile fu etichettato “nonsense”, un modo per accostarlo più al pop demenziale che alla canzone d’autore, per capire quanto frettoloso possa essere tatuare una medaglia o una croce addosso all’emergente di turno.

Nessun pregiudizio, quindi, se un artista arriva al successo grazie a Sanremo e viene in seconda battuta invitato al Tenco, purché, come ha già brillantemente sintetizzato Marco Molendini, questa scelta non rispecchi “una tendenza generale, quella di cercare il soccorso del vincitore, indipendentemente da ogni altra motivazione”.

Tra le cose, infatti, che vengono contestate, c’è il tentativo di stabilire troppi legami con il Festival di Sanremo come scorciatoia per rilanciare la Rassegna della Canzone d’Autore.
Questo contrasta con gli ideali fondativi del Tenco, che nasce proprio come alternativa al Festival “dominante”, anzi in aperta opposizione, come atto di protesta alle sue logiche commerciali, per volere di Amilcare Rambaldi che all'inizio degli anni ‘70 leggendo un articolo su Guccini, Ciampi e Vecchioni intitolato “Bravi, bravissimi, ma chi li vuole?”, rispose: “Questi cantautori non li vuole nessuno, li voglio io”.

C’è chi apprezza e incoraggia questo avvicinamento, ritenendo che sia questa la strada (cito da commenti vecchi e nuovi) per “svecchiare” il Tenco, “il punto di equilibrio e vitalità per non diventare un museo dal vivo” per “riempire il Teatro Ariston” e chi, invece, pensa che il Tenco non esprima nulla di datato ma che debba dare spazio e attenzione agli artisti che non hanno facile accesso ai canali mainstream, che non rientrano nella programmazione dei network radiofonici, perché non hanno il booking o l'etichetta giusta, sono autoprodotti, non ci sono spazi televisivi per la “canzone d’autore”, o molto semplicemente perché l'industria discografica li considera anagraficamente poco “spendibili”.

Grande spazio il Tenco riserva a proposte e nomi che non hanno “pari opportunità” dei nomi più popolari, se la stampa dedicherà a questi la stessa attenzione sarà un risultato positivo.
Così come sarebbe interessante che un Lauro, dopo quest’esperienza, restasse più vicino e sensibile al richiamo di questa parte meno visibile del mondo della canzone e dello show business.

Qualcuno ha ricordato che Vecchioni, vecchio amico del club Tenco, ospite della Rassegna fin dai primi anni, ha anche vinto il Festival di Sanremo. L’ha vinto dopo, però, a coronamento di una carriera.
Certo, ci sono tanti artisti che hanno calcato i due palcoscenici, ma perché ognuno svolga al meglio il suo ruolo sarebbe auspicabile che fosse il Festival ad accorgersi dell'esistenza di un circuito alternativo e invitasse cantanti che prima sono stati sul palco del Tenco. E così è stato per alcuni, comunque pochi (e scusate se sbaglio qualche nome): Daniele Silvestri, Sergio Cammariere, Francesco Baccini, Avion Travel, Tosca, Motta, Zibba, Frankie Hi-Nrg, Elisa, Cristicchi (che ancor prima fece Musicultura).

Per anni ha regnato nel settore una “sindrome degli anni 70” che ha portato a ridicolizzare quasi la figura del cantautore barba e chitarra e ha penalizzato l’impegno in musica per trasformare il disimpegno in un valore.
Negli ultimi tempi, paradossalmente con l’avvento della comunicazione social, molti artisti hanno ricominciato ad “esporsi” su temi ormai non più rinviabili, alcuni si presentano con look dimessi e la barba da hipster. Persino De Gregori ha ricominciato a rispondere a domande sulla politica. Proprio ora si vorrebbe andare in controtendenza?

E poi la questione anagrafica: Il punto debole non è Achille Lauro, ma invitarlo perché “giovane”. Dalla dittatura del proletariato siamo passati alla dittatura del giovanilismo.

In quel festival del ’67, Daniele Piombi chiese a Tenco: “Lei ritiene che le sue canzoni siano adatte ai giovani?” Lui rispose “Io credo che i giovani siano adatti alle belle canzoni”. Si potrebbe sintetizzare così: le canzoni di Tenco erano canzoni di amore tormentato e di impegno civile e sociale. In risposta alle canzoni “beat”, il pop blandamente di protesta, Tenco rispondeva : “Noi nella pace e nella libertà non vogliamo “sperare”, ma preferiamo ora lottare su una trincea fatta di splendide e significative note, per conservarle o conquistarle. Questo è bene che si sappia”.

Timisoara Pinto