venerdì 8 febbraio 2019

Giornalismo sotto scorta – incontro con Sandro Ruotolo

“Quando si uccide il giornalista perché fa il giornalista perde la democrazia, non perde una categoria di lavoratori, perde la nostra democrazia”. Sandro Ruotolo

"Non c'è solo la minaccia fisica contro chi racconta i fatti a ogni costo. Quella più subdola è la minaccia economica da parte di un miliardario che fa causa anche se sa di aver torto: anzi, soprattutto. Si dicono "azioni temerarie". I soldi del giornalista sono pignorati in attesa del giudizio definitivo: intanto ti congelo la somma, poi aspettiamo di vedere chi ha ragione. Possono passare dieci, vent' anni". Concita De Gregorio

Il cuore del problema è sempre l’attacco alla libertà di stampa e il nostro diritto a essere informati.
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Queste vicende si intrecciano nel giorno in cui la FNSI ha indetto una conferenza con Sandro Ruotolo e l’incontro non può che cominciare così, con le parole del presidente della Federazione nazionale della stampa, Beppe Giulietti:

Non mi interessa dove siano i proprietari dell'ex Unità, li vadano a ripescare, si faccia garante il partito si faccia garante chi può, non possono pensare di non sapere quello che è accaduto. Questo governo ha annunciato un provvedimento sulle querele bavaglio, ma non ce n'è traccia. Ci sono depositati provvedimenti di maggioranza e d'opposizione: chiediamo a governo e parlamento di approvare subito queste proposte. I presidenti delle Camere devono calendarizzarle, altrimenti sarà chiaro che non c'è distinzione tra le forze politiche nell'invocare il bavaglio e nel tutelare delle leggi indecorose, sbagliate e liberticide. Se ne assumano la responsabilità senza nascondersi dietro alibi. Il Governo provveda a porre fine alle querele bavaglio che sono la nuova forma di lupara, se non lo fa, significa che vuole mantenere questa nuova forma di intimidazione nei confronti dei giornalisti sgraditi”.

Giulietti, prima di dare la parola al protagonista dell’incontro, Sandro Ruotolo (al quale è stata giorni fa revocata la scorta e poi riassegnata grazie alla sospensione del provvedimento di revoca), ha ricordato che sono 21 in Italia i giornalisti sotto scorta ma “Ci sono ancora Federico Marconi, un giovanissimo collega dell'Espresso, Giovanni Tizian, già minacciato dalla 'ndrangheta, Federico Giorvasoni di Brescia, Nello Scavo di Avvenire, Sara Lucaroni, Andrea Palladino e chissà quanti ne dimentico, lo dico perché chiediamo formalmente da qui al comitato ministeriale che si occupa di sicurezza di accendere i riflettori anche su queste situazioni”.


Intervista con Sandro Ruotolo per #Radio1inVivaVoce


Nelle ore di revoca della sua scorta, ha ricevuto tantissimi messaggi di solidarietà, ce n’è uno che l’ha colpita in maniera particolare, che vuole raccontare?
Io sono molto legato ai cittadini, perché il mio giornalismo è sempre stato quello di strada, ho sempre dato voce a chi voce non ha. Sono due i messaggi: mi hanno chiamato gli operai di Portovesme, dove anni fa raccontai la crisi dell’industria. L’altro che voglio citare è un messaggio su facebook di un gruppo di giovani che mi hanno scritto: “Abbiamo conosciuto il fenomeno mafioso grazie a te”. Sono ragazzi che mi conoscono per il lavoro che facevo sulla tv generalista, Rai, La7 e Mediaset, ma stanno seguendo anche il lavoro che sto facendo su internet. E’ bellissimo questo. Ecco, se c’è una cosa bella nella mia vicenda, è aver visto che migliaia di persone sono tornate ad essere opinione pubblica, a chiedere informazione, cultura. Nell’era dell’analfabetismo funzionale o dell’elogio dell’ignoranza, c’è una parte del Paese enorme che vuole invece l’informazione. Noi giornalisti abbiamo quindi una responsabilità enorme e non sempre ci meritiamo l’amore dei cittadini, dobbiamo tornare ad amare il nostro lavoro senza lacci e lacciuoli.

Che cosa ha influito di più, secondo lei,  sulla decisione di sospendere la revoca della scorta?
"Questo non lo so. Mi ha colpito moltissimo la dichiarazione del procuratore nazionale antimafia che è la massima autorità che ha detto che dovevo essere scortato. Ma il punto è quello che ha raccontato Marilena Natale: il clan Zagaria, la costola di cosa nostra in Campania, il Clan dei Casalesi, non si è pentito, stanno tornando fuori, è un clan attivo, recentemente la magistratura ha sequestrato 440 appartamenti realizzati in Romania. Insomma, non abbiamo ancora vinto, invece la politica sottovaluta. Non c’è nell’agenda politica la lotta alla mafia e alla corruzione, non c’è oggi, ma non c’era ieri e l’altro ieri, non Renzi, non Letta, non Gentiloni e non conte, quindi non è una questione di parte, è una questione che, da anni, la politica ha messo da parte. Pensate che nel 2018, 23 consigli comunali d’Italia sono stati sciolti per mafia e non ne parliamo? Nei territori se ne parla. Paradossalmente nei quartieri c'è più consapevolezza che nei palazzi della politica, questo è il punto sul quale riflettere. La strada è pericolosa non solo per il cronista ma anche per il cittadino: quante vittime innocenti abbiamo? La storia di Manuel che doveva avere un futuro da nuotatore, mia cugina morta a 39 anni, in Campania abbiamo 200 vittime innocenti, bambini di 3 anni, ragazzi quattordicenni, morti per le pallottole".

Lei in conferenza stampa ha detto che il clan Zagaria la voleva squartare.
“Nel 2016 a Casapesenna andai nella sede di Libera dove mi diedero una targa per il giornalismo coraggioso, il giorno dopo il referente di Libera ha ricevuto una testa di maiale con tre proiettili, una pistola, tre zampe di capretto e le interiora. Questo voleva dire che a me Zagaria mi voleva squartare vivo. Sono andato a Ottaviano a intervistare la sorella di Raffaele Cutolo, Rosetta Cutolo, latitante per dieci anni, in carcere per dieci anni, e lei durante l'intervista nella sua abitazione mi dice in dialetto due volte “Se non ve ne andate, arriva mio fratello Pasquale e ci pensa lui a mandarvi via”, ma di fronte alle minacce, mi sentivo tranquillo perché avevo la scorta”.

Timisoara Pinto


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